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La luce è venuta nel mondo ma gli uomini hanno preferito le tenebre

La scorsa domenica la liturgia cattolica ha letto un brano dal vangelo secondo Giovanni, nel quale Gesù purifica il Tempio di Gerusalemme dal mercimionio. La lettura odierna prosegue idealmente la preparazione alla Pasqua con un altro brano di Giovanni: la conclusione del celebre discorso fra Gesù e Nicodemo
Dal blog di Alessandro Anderle - 10 marzo 2018 - 19:58

È giunta ormai la quarta domenica di Quaresima, e la Pasqua si avvicina. La scorsa domenica la liturgia cattolica ha letto un brano dal vangelo secondo Giovanni, nel quale Gesù purifica il Tempio di Gerusalemme dal mercimonio e si autodefinisce il “nuovo” Tempio. Il suo corpo come casa del Padre. La lettura odierna prosegue idealmente la preparazione alla Pasqua con un altro brano di Giovanni: la conclusione del celebre discorso fra Gesù e Nicodemo (Gv 3,1-21).

 

Gv 3,14-21    Gesù, prima di passare da questo mondo al Padre disse ai suoi discepoli: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

Come detto, la narrazione giovannea andrebbe inserita in un contesto più ampio, cioè l'intero discorso con Nicodemo. In esso Gesù afferma: «Non meravigliarti poiché ti ho detto: Bisogna che voi nasciate dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce; ma non sai da dove viene e dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito». Tutto il brano, nella sua interezza, è volto a mostrare un Gesù che chiede una – incessante? - nuova nascita, dallo Spirito e nello Spirito. Gesù, letteralmente, indica in questa metamorfosi la via per seguirlo autenticamente.

 

La pericope che viene proposta parte invece dall'annuncio della passione fatto da Gesù ai suoi discepoli. Mosè, nel deserto, fissò un serpente di bronzo ad un palo, e chiunque lo avesse guardato sarebbe guarito dal morso della vipera, scampando la morte per avvelenamento. Allo stesso modo Gesù afferma la necessità del suo innalzamento, della sua crocefissione, affinché «chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

 

«Giovanni è stato testimone della passione e morte di Gesù sul Golgota, quel venerdì, vigilia della Pasqua, 7 aprile dell’anno 30 della nostra era. Ha visto la sofferenza di Gesù, il disprezzo che egli subiva da parte dei carnefici e soprattutto quel supplizio vergognoso e terribile – “crudelissimum taeterrimumque supplicium”, come lo definisce Cicerone (Contro VerreII,5,165) – che era la croce. Ha visto questa scena con i suoi occhi ma, dopo la resurrezione di Gesù, nella fede piena, nella contemplazione e meditazione di questo evento, giunge a leggerlo in modo altro rispetto ai vangeli sinottici. In quei vangeli Gesù aveva annunciato per tre volte la “necessità” della sua passione, morte e resurrezione, e per tre volte tale annuncio aveva atterrito i discepoli (cf. Mc 8,31-33 e par.; 9,30-32 e par.; 10,32-34 e par.). Anche il quarto vangelo attesta che per tre volte Gesù ha parlato di questa necessitas, ma lo fa con un linguaggio altro: ciò che nei sinottici è infamia, tortura, supplizio in croce, per Giovanni diventa invece un “innalzamento”, cioè una gloria» (E. Bianchi).

 

Giovanni, a questo punto, associa al tema della vita eterna quello della luce. La luce è trasparenza, è un modo sempre nuovo di gettare lo sguardo sul mondo. E proprio come trasparenza, essa non è in sé se non per far essere. È la diafanità che rimanda radicalmente alla propria luce interiore, che la mette a nudo per ciò che è. «Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate».

 

Nella frase conclusiva si legge: «Chi fa la verità viene verso la luce». La verità è una dimensione dinamica, che si fa, e che ti fa, facendola. La verità non si possiede, non si ha la verità. Essa è esattamente questo venire alla luce, infinite volte venire alla luce finché non si diventa luce stessa. Davanti alla Verità della Croce ci si deve spogliare radicalmente, come fece Gesù, e, proprio in questa spoliazione, fare la verità nello Spirito. Poiché: «Ciò che è nato dalla carne è carne, e ciò che è nato dallo Spirito è spirito».

 

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