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Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?

La storia personale fa nascere inevitabilmente domande, mette in crisi (nel senso etimologico di “scelta”) la fede. Come scrive Ratzinger, se non fosse fragile, se non fosse una “lotta” quotidiana, non sarebbe autentica fede. Il salto è proprio qui: riuscire a riporre la propria fiducia in qualcosa, in qualcuno esterno al proprio sé. Ed è una sfida enorme per l'uomo contemporaneo, sempre più isolato nella solitudine (social) del proprio ego
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Di Alessandro Anderle - 19 ottobre 2019

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Lc 18,1-8 [In quel tempo], Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: «Fammi giustizia contro il mio avversario». Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

 

 

Proseguendo nella lettura del terzo vangelo, il vangelo secondo Luca, si incontra Gesù intento ad affrontare diversi argomenti che riguardano la vita del fedele. La tematica centrale di questa pericope è certamente la giustizia del Signore. Si tenga conto che, dal punto di vista storico, queste narrazioni vennero redatte in periodo di persecuzioni anticristiane. Si aggiunga che le varie comunità, passato ormai circa un secolo dalla morte del Maestro, cominciarono a mettere in discussione la parusia, il ritorno del Signore per l'instaurazione definitiva del regno di Dio.

 

Questo contesto influenzò sicuramente la redazione finale del testo evangelico, adombrandolo a tratti di pessimismo, facendo emergere il bisogno di stimolare, aumentare il sentimento di speranza nel futuro. Detto ciò, cominciamo ad analizzare il racconto gesuano.

 

Per parlare della giustizia di Dio, come al solito, Gesù ricorre alla forma della parabola. Il parallelo è chiaro: se anche un giudice “senza Dio” opera giustizia verso una vedova, è chiaro che il Padre praticherà giustizia verso coloro che hanno avuto fiducia in Lui. È importante sottolineare due dimensioni che riguardano il giudice: il fatto che non temesse Dio – si pensi all'episodio del “sacrificio” di Isacco, quando l'angelo ferma la mano che si accingeva a compiere l'omicidio del figlio, e dice “ora so che temi Dio” - e il coinvolgimento di una vedova. Temere Dio significava, come conseguenza, essere portati ad operare giustizia verso gli altri uomini (chi teme di essere giudicato, giudicherà in modo giusto). Mentre la vedova in quanto tale, nella cultura biblica, rappresenta una categoria particolarmente “cara” a Dio – assieme agli orfani sono detti i “poveri” di JHWH.

 

Se la giustizia di Dio non viene messa in discussione, questo accade per la fede nel Figlio: «Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Precisiamo subito che, «il detto in genere non è attribuito a Gesù. Si tratterebbe di un frammento prelucano, influenzato da ambienti apocalittici pessimistici, che escludevano un esito positivo della storia umana, benché Gesù avesse preannunziato l'avvento del regno di Dio nel mondo» (A. Poppi). Ciononostante il redattore finale decide di mantenere questo detto: evidentemente in esso viene espressa una “verità” per lui (e per i fedeli) importante.

 

Anche le comunità cristiane, ecclesiali di oggi dovrebbero tenere sempre ben presente questa domanda. E che cosa significa avere fede? Chi ha veramente fede? Sicuramente “Il fedele” non è l'uomo, ma Dio stesso. È Dio il termine attraverso cui la nostra fede può essere garantita. L'uomo è sempre in un percorso sulla via della fede, la quale non è certamente un monolite inscalfibile. La fede, per l'uomo, è costitutivamente fragile: la storia personale fa nascere inevitabilmente domande, mette in crisi (nel senso etimologico di “scelta”) la fede. Come scrive Ratzinger, se non fosse fragile, se non fosse una “lotta” quotidiana, non sarebbe autentica fede. Il salto è proprio qui: riuscire a riporre la propria fiducia in qualcosa, in qualcuno esterno al proprio sé. Ed è una sfida enorme per l'uomo contemporaneo, sempre più isolato nella solitudine (social) del proprio ego. Eppure, eppure qui vi è realmente il centro della vita: l'atteggiamento della fiducia, l'essere uomini e donne “fiducianti”. Senza fiducia ad alimentarla, anche la speranza è destinata a soccombere. E l'umanità senza speranza è un'umanità senza futuro.

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