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| 14 maggio | 10:29

L'Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina si dimette: tra la sfida della Republika Srpska e il ruolo di Mosca, fine della transizione o solo del protettorato internazionale?

DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 14 maggio 2026

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

Di Jens Woelk

 

Le dimissioni annunciate di Christian Schmidt dalla carica di Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina rappresentano un passaggio cruciale per il futuro istituzionale del paese e per l’intero equilibrio politico dei Balcani occidentali. Più che un semplice cambio di persona, esse riaprono una questione di fondo che accompagna la Bosnia sin dalla fine della guerra: fino a che punto la comunità internazionale deve – o può – continuare a esercitare un ruolo diretto nel governo del paese?

 

Una sovranità limitata sin dall’origine

 

Per comprendere la portata di questo momento, occorre tornare all’architettura istituzionale creata dagli Accordi di Dayton del 1995. Il trattato, che pose fine alla guerra, non si limitò a stabilire la pace, ma definì anche un sistema costituzionale altamente complesso, fondato su una divisione etnico-territoriale del potere e su un forte coinvolgimento internazionale.

 

Al centro di questo sistema vi è l’Alto Rappresentante, istituito dall’Annex 10 del Dayton Peace Agreement, con il compito di supervisionare l’attuazione degli aspetti civili della pace. Nel corso degli anni, questo ruolo è stato rafforzato dai cosiddetti Bonn Powers (1997), che consentono all’Alto Rappresentante di adottare decisioni vincolanti, modificare leggi e persino rimuovere funzionari eletti.

 

Si tratta, di fatto, di un’eccezione significativa al principio di sovranità statale: la Bosnia ed Erzegovina è rimasta, per oltre due decenni, un paese formalmente indipendente ma sostanzialmente sottoposto a una forma di tutela internazionale.

 

Un potere sempre più contestato

 

Nel tempo, tuttavia, l’uso di questi poteri si è fatto sempre più raro. Dopo una fase iniziale caratterizzata da interventi frequenti e incisivi, i successori di Paddy Ashdown hanno adottato un approccio più prudente. In particolare, il predecessore di Schmidt, Valentin Inzko, è stato spesso criticato per la sua relativa inattività.

 

Christian Schmidt ha invece segnato una discontinuità, tornando a utilizzare in modo più deciso gli strumenti a disposizione dell’OHR, soprattutto in materia elettorale. Le sue modifiche alla legge elettorale e altre decisioni hanno suscitato forti polemiche, accusate da alcuni di interferire nel processo democratico e di alterare gli equilibri tra i gruppi etnici.

 

Questa maggiore assertività ha contribuito a riaccendere il conflitto latente attorno alla legittimità stessa dell’Alto Rappresentante, già da tempo contestata da attori interni e internazionali, in particolare dalla Russia.

 

La sfida della Republika Srpska

 

Il principale antagonista dell’OHR resta la Republika Srpska (RS), guidata per anni da Milorad Dodik. La sua strategia politica si è progressivamente orientata verso un indebolimento delle istituzioni statali bosniache e una riaffermazione dell’autonomia – fino a prospettive apertamente secessioniste.

 

Negli ultimi anni, la RS ha adottato una serie di misure che mettono in discussione l’ordine costituzionale stabilito da Dayton, tra cui leggi che mirano a escludere l’applicazione delle decisioni delle istituzioni statali e dell’Alto Rappresentante.

 

Parallelamente, sono stati avanzati progetti di revisione costituzionale che rafforzano la sovranità della RS e riducono i meccanismi di tutela delle altre componenti etniche, segnando un’ulteriore erosione dell’assetto statale.

A ciò si aggiunge una retorica sempre più esplicitamente secessionista e una crescente vicinanza alla Serbia e alla Russia. Non a caso, Mosca – insieme alla stessa RS – non riconosce la legittimità di Schmidt, contestandone la nomina e l’autorità.

 

Uno Stato “in ostaggio”

 

Nel suo ultimo rapporto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, presentato in questi giorni, Schmidt ha descritto la Bosnia ed Erzegovina come uno Stato “in ostaggio”, sottolineando una “demolizione strisciante” delle istituzioni centrali.

La paralisi istituzionale è evidente: la RS blocca la nomina di giudici, ostacola il funzionamento del Parlamento e limita i finanziamenti alle istituzioni statali.

 

Questa situazione si riflette anche nel processo di integrazione europea. Nonostante lo status di paese candidato ottenuto nel 2022, il percorso verso l’UE è sostanzialmente fermo: l’apertura effettiva dei negoziati è condizionata da alcune riforme chiave che debbano dimostrare la volontà e la capacità del paese di impegnarsi nel percorso che porterà all’adesione. La Commissione europea ha invece rilevato un netto rallentamento delle riforme e un contesto politico segnato da tensioni e blocchi, in particolare proprio da parte della RS.

 

Le ragioni delle dimissioni

 

In questo contesto, le dimissioni di Schmidt non appaiono come una scelta autonoma, ma come il risultato di pressioni esterne. Secondo fonti giornalistiche, esse sarebbero state sollecitate con forza dagli Stati Uniti, che avrebbero interesse a nominare un successore più gestibile”.

 

Le motivazioni sembrano legate non solo a considerazioni politiche, ma anche a interessi economici, come il progetto di una pipeline sostenuto da ambienti vicini all’amministrazione Trump.

 

A ciò si aggiunge un cambiamento significativo nella politica americana: la revoca delle sanzioni contro Dodik e i suoi alleati nel 2025 ha segnato una rottura rispetto al precedente allineamento con l’Unione europea.

 

Questo nuovo orientamento rischia di indebolire ulteriormente il coordinamento occidentale e di aprire la strada a interferenze esterne più marcate nella politica bosniaca.

 

Il dilemma europeo

 

L’Unione europea si trova oggi di fronte a un dilemma complesso. Da un lato, la chiusura dell’OHR è considerata una delle condizioni per una piena sovranità della Bosnia e, quindi, per la sua adesione all’UE. L’esistenza stessa dell’Alto Rappresentante rappresenta infatti un’anomalia rispetto agli standard europei.

 

Dall’altro lato, l’OHR è stato concepito come uno strumento di stabilizzazione post-conflitto, non come un motore di riforme. I suoi poteri non sono pensati per accompagnare il processo di integrazione europea, ma per garantire il rispetto dell’ordine di Dayton. La sua eventuale chiusura, in un contesto di crescente instabilità, potrebbe però produrre effetti opposti a quelli desiderati: senza un arbitro esterno, le tensioni interne potrebbero sfociare in una crisi ancora più profonda, accelerando dinamiche centrifughe già in atto.

 

Un’uscita senza soluzione?

 

Anche l’alternativa – la nomina di un successore – presenta numerose difficoltà. La procedura stessa di nomina è oggetto di controversie, così come la definizione del mandato futuro dell’Alto Rappresentante.

 

Inoltre, la figura di Schmidt ha mostrato quanto sia delicato l’equilibrio tra intervento e non intervento: un approccio troppo passivo rischia di lasciare spazio a derive destabilizzanti, mentre un uso attivo dei poteri coercitivi espone a critiche di ingerenza e delegittimazione.

 

Conclusioni: fine della transizione o nuovo inizio?

 

La Bosnia ed Erzegovina non è nuova a momenti di crisi e di stallo. Fin dalla fine della guerra, il paese è rimasto un problema irrisolto, sospeso tra una fragile stabilità e profonde divisioni interne.

 

Le dimissioni di Christian Schmidt non sembrano segnare un passo decisivo verso la normalizzazione. Al contrario, esse rischiano di rappresentare la fine dell’ultimo residuo di garanzia internazionale senza che siano state create le condizioni per una reale sovranità funzionale.

 

In questo senso, la questione non è tanto se la Bosnia debba uscire dalla fase di “semi-protettorato”, quanto se sia pronta a farlo. E la risposta, oggi, appare tutt’altro che rassicurante.

 

Più che l’inizio di una nuova fase, l’uscita di scena dell’Alto Rappresentante potrebbe segnare l’apertura di un vuoto pericoloso – un vuoto che rischia di essere riempito non da istituzioni democratiche consolidate, ma da spinte centrifughe, interferenze esterne e conflitti irrisolti.

 

Una prospettiva che l’Unione europea, la regione dei Balcani occidentali e, soprattutto, i cittadini della Bosnia ed Erzegovina non possono permettersi.

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