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Caporalato, indagini in corso anche in Trentino. Simoncelli (Libera) ''Teniamo alta la guardia, il fenomeno ci riguarda tutti''

Altri dettagli sull'operazione di caporalato condotta dalle fiamme gialle di Egna e che ha coinvolto 41 lavoratori sfruttati e portato all'arresto 7 persone 

Di G.Fin - 06 maggio 2018 - 20:32

TRENTO. Costretti a vivere in pochi metri stipati come sardine e lavorare sempre sotto ricatto. Sono molti i particolari che escono dall'operazione portata avanti dalle fiamme gialle di Egna e che ha aperto un importante squarcio sul fenomeno anche nella nostra regione.

 

Coinvolto direttamente è anche il Trentino. Proprio sul nostro territorio la Guardia di Finanza sta portando avanti un'altro filone d'indagine su un fenomeno analogo per il quale, però, al momento, non si hanno altri particolari.

 

Il caporalato esiste e sottotraccia ingrossa le proprie file sfruttando soprattutto migranti ma non solo. Lo dimostrano i 41 lavoratori domiciliati sia nella bassa atesina che in altre zone della provincia di Bolzano e di Trento, che venivano impiegati, prevalentemente nella zona sud della provincia bolzanina, per la consegna di volantini pubblicitari “porta a porta”.

 

A Rosà, in provincia di Vicenza, uno dei “caporali” aveva affittato un appartamento ai lavoratori e all'interno erano costretti a vivere in almeno dieci persone in condizioni igienico – sanitarie precarie. Un luogo dove venivano portati dopo 15 ore di lavoro fatto sotto controllo Gps. I lavoratori ricevevano una bicicletta e avevano un percorso prestabilito da seguire. Ogni cosa era controllata, anche il tempo.

 

Come se non bastasse, i lavoratori erano sottoposti a continue minacce di licenziamento ovvero di percosse, soprattutto in caso di rivelazione, alle forze dell’ordine, delle reali condizioni di lavoro. Gli venivano trattenuti i documenti, quali la carta d’identità o il permesso di soggiorno, al fine di mantenere saldo il rapporto di patologica subordinazione e condizionamento psicologico.

 

Due i casi emblematici che dimostrano in quali condizioni di ricatto erano costretti a vivere queste persone. Il primo riguarda un lavoratore straniero che si era lamentato delle condizioni lavorative alle quali era costretto sottostare. L'uomo dopo aver fatto presente ai “caporali” le sue difficoltà è stato cacciato con l'obbligo, però, di firmare una dichiarazione di dimissioni volontaria.

Una situazione che lo ha portato a denunciare quello che stava accadendo e a contribuire all'indagine in corso.

 

Il secondo caso riguarda il trasporto. I lavoratori venivano trasferiti sui luoghi di lavoro nel territorio provinciale attraverso furgoni talmente fatiscenti e insicuri da creare incidenti ma anche problemi alla circolazione. Ed è stato proprio in occasione di un incidente, causato da uno di questi furgoni, che ad uno dei lavoratori i datori di lavoro hanno fatto sottoscrivere una dichiarazione di assunzione totale di responsabilità dell'incidente. In tutti i questi casi se il lavoratore si rifiutava gli veniva tolto lo stipendio e quello che gli spettava.

 

“Quello che siamo venuti a sapere da questa indagine – ha spiegato Chiara Simoncelli, presidente del Coordinamento Libera Trentino – dimostra ancora una volta come l'attenzione anche sul nostro territorio debba essere tenuta molto alta”. Che il problema dello sfruttamento lavorativo riguardi anche la nostra zona ha spiegato Simoncelli “non stupisce”.

 

Ed è proprio Libera che in Trentino sta portando avanti diverse attività contro lo sfruttamento lavorativo e questo assieme anche al Centro Astalli. “Occorre sempre fare molta attenzione ai casi che vengono ipotizzati e denunciati sul nostro territorio – ha concluso la referente di Libera Trentino – e soprattutto è fondamentale che la cittadinanza tenga alta la guardia consapevoli che il caporalato e lo sfruttamento lavorativo esiste anche da noi”.

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