Volevano fare un'incursione nella caserma dei carabinieri di Cavalese. La banda era pronta a recuperare la cocaina nascosta nella macchina
I militari dell'Arma avevano sequestrato un veicolo con a bordo 80 mila euro di droga ma il lato lombardo del sodalizio che riforniva le valli di Fiemme, Fassa e Cembra di stupefacenti era convinto che non l'avessero trovata e volevano riprenderla
CAVALESE. Erano pronti a fare irruzione all'interno della caserma dei carabinieri di Cavalese. I narcotrafficanti ''lombardi'' spalla del gruppo ''Fiemme'', per recuperare una loro auto, sequestrata dai militari dell'arma, erano pronti a tutto e dall'Albania il capobanda Arapi aveva dato l'ordine di pianificare un'incursione. Perché? Perché sotto il sedile anteriore, lato passeggero, del veicolo erano stati nascosti 217 grammi di cocaina allo stato solido per un valore di circa 80 mila euro.
Dopo la notizia che vi abbiamo dato ieri dell'arresto di sedici persone (più due che sono ancora ricercate) e dello smantellamento, ad opera dei carabinieri, di una maxi banda che riforniva di cocaina le valli di Fiemme, Fassa e Cembra, che era composta, principalmente, da trentini e albanesi e che aveva nel Bar Anny, di Castello Molina, la base operativa dello spaccio, emergono i dettagli di questa incredibile vicenda. La banda, infatti, aveva ramificazioni fino in Lombardia e da lì arrivava il grosso della droga. Se in Val di Fiemme le teste dell'operazione erano Girardi, il gestore del bar, e Shtembari, il gancio con il gruppo lombardo, al vertice del sodalizio che operava tra Rozzano e l'Albania c'era Petrit Arapi. Proprio lui, dall'Albania, aveva dato l'ordine di recuperare la macchina sequestrata dai carabinieri sotto Pasqua.
Era il 31 marzo quando i militari di Cavalese bloccavano un'auto. Alla guida del veicolo si trovava Vladmir Cufollari, albanese, membro della banda lombarda (domiciliato nel Pavese). L'uomo era diretto proprio in Val di Fiemme e dopo aver superato il casello Egna-Ora si era fermato in un locale a San Lugano, nel comune di Trodena, poco prima del confine tra la provincia di Bolzano e quella di Trento. I carabinieri, che seguivano da tempo le mosse della banda, all'uscita dell'uomo dal locale sono intervenuti bloccandolo.
Sotto un sedile, infatti, si nascondeva un grande quantitativo di cocaina. Cufollari, quindi era stato trattenuto in carcere ma all'esterno la banda di criminali non rassegnandosi alla perdita di 80 mila euro, si era convinta che i carabinieri avessero sequestrato la macchina e fermato Cufollari non per questioni di droga e non si fossero accorti del grande quantitativo di cocaina occultato sotto il sedile. Hanno così deciso di recuperare il veicolo o quantomeno i 217 grammi di droga. Uno degli uomini della banda, Florence Shkrepa, e un secondo soggetto raggiunto il centro di Cavalese hanno quindi cominciato ad eseguire una serie di sopralluoghi, informando poi di tutto Perit Arpai, il capo che in quel momento si trovava in Albania.
I suoi uomini, in particolare, avevano spiegato ad Arpai che c'era un militare alla guardia della caserma, oltre a dargli altri dettagli relativi alle abitudini di chi frequentava la struttura e ogni tipo di difesa, dalle telecamere agli allarmi, dai cancelli, alle recinzioni. Ciò nonostante Arpai dava il via libera e il sodalizio pianificava un’incursione all’interno del perimetro nonostante fosse oggetto di vigilanza armata, con l’obbiettivo di recuperare il narcotico dall’autovettura utilizzata da Cufollari. L'intervento, però, alla fine è saltato perché i trafficanti, sono venuti a conoscenza del rinvenimento del narcotico da parte degli inquirenti. Una scoperta che non ha impedito loro di proseguire, con grande spregiudicatezza, le operazioni di spaccio e di rifornimento dell'area.
Addirittura sia Ionel Dorel Mihali che Andrea Bagattini nonostante i sequestri di narcotico effettuati nei loro confronti, riprendevano come se nulla fosse l’attività di spaccio in favore di giovani e giovanissimi clienti, per Bagattini anche minorenni.












