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Anche da Trento si leva una voce solidale ai manifestanti cileni. "C'avete insegnato a sopravvivere e ora non abbiamo paura di voi. Che la lotta continui per un Cile più degno"

Si sono radunati in una trentina davanti al monumento a Dante i cileni del Trentino, appartenenti a una comunità dai solidi legami con la terra d'emigrazione che conta circa 700 persone. Tra bandiere, cori del passato e fischietti, chiedono più dignità e meno diseguaglianza in solidarietà con un Paese in fiamme

Di Davide Leveghi - 26 ottobre 2019 - 16:34

TRENTO. Si sono radunati davanti al monumento a Dante, nella piazza della stazione del capoluogo. Una trentina con cartelloni, fischietti, pentole e bandiere, a manifestare la vicinanza verso un Paese in rivolta. Il Cile è ripiombato nel caos, e mentre nelle vie di Santiago si è riversata una folla di oltre un milione di persone, violando i provvedimenti sullo stato d'emergenza emessi dal governo - cosa che non avveniva dai tempi di Pinochet - dall'altra parte dell'oceano si esprime solidarietà.

 

Siamo in piazza per dire che siamo con chi protesta – spiega Enrique, un uomo di mezza età con in mano un bandierone del Cilec'è troppa diseguaglianza, tutte le politiche sono a favore dei ricchi e i poveri sono sempre più poveri. È sempre stato così, dall'epoca di Pinochet non è cambiato niente”.

 

Sono discendenti di trentini emigrati nel sud del continente americano durante il XIX secolo, i cileni radunati in piazza Dante. “La nostra comunità in Trentino conta attorno alle 700 persone”, racconta Enrique. Il Cile fu assieme alla vicina Argentina meta privilegiata dell'emigrazione degli italiani (di lingua e cultura, visto che i trentini appartenevano all'Impero austroungarico), non a caso l'assembramento della capitale avviene in una piazza dal nome significativo, Plaza Italia.

 

I cartelli, in italiano e castigliano, recitano “Per pensioni degne”, “Giustizia uguale per tutti”, “Uguaglianza nella sanità”. Ma è soprattutto uno a sintetizzare il senso della protesta: “Ci avete insegnato tanto bene a sopravvivere che ora non abbiamo paura di voi e nulla abbiamo da perdere. Che la lotta continui per un Cile degno!”.

 

 

Le proteste erano partite dalla capitale ancora a inizio mese, dopo che il governo aveva introdotto un aumento del costo del biglietto della metropolitana nelle ore di punte. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli ingressi di massa senza pagare il biglietto, guidati in molti casi da studenti, hanno dato il la a manifestazioni di insofferenza verso una politica cieca di fronte ai bisogni delle persone, in particolare delle classi più povere.

 

Riforma dell'istruzione e diseguaglianza i grandi temi portati in piazza dai manifestanti, che dal 18 ottobre in poi, entrando nelle metropolitane di Santiago, hanno cominciato a lasciarsi andare a devastazioni e saccheggi, provocando l'intervento della polizia e dei carabineros. “Siamo in guerra contro un nemico potente, che è disposto a usare la violenza senza alcun limite”, ha dichiarato il presidente conservatore Sebastián Piñera, sollevando proteste pure tra le compagini di governo.

 

La risposta poliziale è stata violentissima, facendo tornare sul Paese sudamericano gli spettri di un passato buio poi non tanto lontano. Si contano una ventina di morti, un centinaio di feriti per colpi d'arma da fuoco, un migliaio di arrestati. I manifestanti affollano le piazze delle più grandi città del Paese, come Concepción e Valparaíso, mentre il grande assembramento di Santiago chiede con forza l'allontanamento delle forze armate dalle strade, la “cancellazione di tutte le leggi che sono state fatte contro il popolo” e la “convocazione di un'assemblea costituente per una nuova costituzione”.

 

La risposta popolare è impressionante e il presidente cileno non ha potuto che tornare sui suoi passi, cercando di riavvicinare con parole al miele un popolo inferocito. “La massiva, allegra e pacifica marcia di oggi, in cui i cileni chiedono un Cile più giusto e solidale, apre grandi prospettive di futuro e speranza. Tutti abbiamo ascoltato il messaggio. Tutti siamo cambiati. Con unità e l'aiuto di Dio, percorreremo il cammino verso un Cile migliore per tutti”, ha twittato durante la grande manifestazione della capitale. Dichiarazioni in netto contrasto con quelle date a inizio delle proteste, sprezzanti nei confronti degli studenti e dei manifestanti, definiti "delinquenti".

 

Vedremo se la piazza, però, accetterà il dietrofront di un presidente responsabile della risposta repressiva e rappresentante di quel sistema contro cui i manifestanti si scagliano. Una manifestazione delle dimensioni di quella di Santiago non si vedeva dal 1988, anno del referendum con cui i cileni vennero chiamati alle urne sul mantenimento o no del dittatore Pinochet al potere. Il popolo cileno scelse la democrazia e la fine di un incubo, ma a sentire i cori - "El pueblo unido jamás será vencido! - e a vedere le immagini della protesta – anche dei pochi, agguerriti e solidali cileni trentini – sembra che poco sia cambiato nelle vite di molti di loro.

 

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