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Addio a Paolo Foradori, curioso e interprete di ogni possibile miglioria vitivinicola. Il fascino del suo inconfondibile Pinot nero continuerà a scaldare gli animi

Schivo, preparatissimo, studi liceali classici alle spalle, ma curioso e interprete di ogni possibile miglioria vitivinicola, ha davvero tracciato la ‘via alcolica al cambiamento’ intrapresa dall’Alto Adige, tra i pochi produttori che non hanno mai badato ad un confine: quello della qualità

Di Nereo Pederzolli - 22 December 2020 - 17:19

Millesimo dannato il 2020! Che chiude portandosi via un vero Patriarca del Vino: Paolo Foradori. Il suo cuore ha cessato di battere dopo 85 vendemmie, anche se il fascino del suo inconfondibile Pinot nero continuerà a scaldare gli animi di quanti hanno voluto bene, hanno imparato o cercato di imitare questo vero protagonista del buon bere di stampo ‘borgognone’.

 

Un enologo con radici trentine – Mezzolombardo la sua ‘casa madre’ anche se era nato a Bolzano, figlio di Vittorio, valente avvocato con la passione della vite – ma fin da giovane alla testa della sua amata azienda di Termeno, la Hofstätter, famosa cantina della famiglia di sua moglie Sieglinde. Sagace, lungimirante, scherzoso e con una sapienza contadina mista ad una buona dialettica per certi versi nobiliare. Indomito innovatore, sempre con il Pinot nero come principale impegno. E’ stato lui il primo a scommettere sull’esclusività dei terreni di Mazzon, sopra Montagna, dove il vitigno per l’omonimo vino – proveniente dalla Borgogna – riesce davvero a competere con i ‘noir’ d’Oltralpe.

 

"Quando nel 1959 ho puntato su questa varietà mi davano del matto – ricordava in una delle sue ultime presenze in degustazioni di vini d’autore, come quella tra la Hofstaetter e l’azienda di Marco Caprai di Montefalco – ma nel giro di pochi anni tutti hanno cercato di piantare Pinot nero vicino al mio maso. Avevo visto giusto". La conferma, semmai ce ne fosse bisogno, giunge da sperticati elogi ottenuti dalla più severa critica enologica internazionale.

 

I vini di Paolo Foradori, affidati da qualche decennio ai figli Martin e Britta, sono una certezza d’assoluta affidabilità. Merito pure del Dna enoico dei Foradori. Paolo è fratello di Roberto, il padre della ‘Signora del Teroldego’ Elisabetta Foradori. Un filo di vino, non solo per quanto concerne le uve a bacca rossa.

 

A Termeno i Foradori/Hofstätter vinificano pure suadenti Traminer e nella loro cantina sotto il più alto campanile dell’Alto Adige – un mix di austera tradizione sudtirolese con stilemi d’architettura d’avanguardia – ogni sensazione parla o suggerisce pensieri vinosi. Lasciando spazio a tutta la variabilità dei vitigni locali, dal Kerner ( lo ha vinificato tra i primi in Italia) alla Schiava compresa, rivolgendo pure attenzioni verso altre zone viticole, specialmente a sud di Rovereto, in un podere di Maso Michei dove stanno ‘prendendo brio’ le future ‘bollicine’ della ‘maison’.

 

Il Patriarca amava onorare le sue radici rotaliane. Quando incontrava i cantinieri o gli amici trentini sfoderava una parlata dialettale altrettanto affascinante, con tutta una serie di aneddoti, tra citazioni storiche e vicissitudini venatorie degne della sua giovanile alla caccia di rigorosa selezione.

 

Schivo, preparatissimo, studi liceali classici alle spalle, ma curioso e interprete di ogni possibile miglioria vitivinicola, ha davvero tracciato la ‘via alcolica al cambiamento’ intrapresa dall’Alto Adige, tra i pochi produttori che non hanno mai badato ad un confine: quello della qualità. Ha stimolato i critici enologici a mettersi in discussione, sempre.

 

Proprio per onorare anzitutto il vino. Che ora potrà perpetuare con infiniti sorsi.

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