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| 14 dic 2020 | 19:06

Il giornalismo trentino piange Fulvio Dalrì, storico operatore della Rai regionale. "Che l'obiettivo dello zoom lasci spazio all'infinito"

Nereo Pederzolli ricorda Fulvio Dalrì, per trent'anni operatore alla Rai regionale del Trentino-Alto Adige, morto nella mattinata di lunedì 14 dicembre per un malore improvviso. Da 4 anni in pensione, avrebbe dovuto festeggiare il raggiungimento della pensione da parte della moglie Laura Strada

TRENTO. Lo ha colto uno stand-by ancora nel sonno, in un’alba dicembrina che doveva essere di festa. Perché Fulvio Dalrì è stato stroncato improvvisamente da un malore nel giorno che sua moglie Laura Strada s’apprestava a lasciare la direzione di alcune rubriche giornalistiche nazionali della Rai, per la meritata pensione. Una coincidenza drammatica, assurda quanto crudele.

 

Lui, operatore di ripresa, giornalista professionista, laurea d’ingegneria alle spalle, in pensione era da neppure 4 anni, dopo trent’anni di riprese video per la sede di via Perini. Dove era giunto vincendo una dura selezione indetta per la nascita del Tg regionale. Preciso, gentile, mai sopra i toni, con una mano – parlando del suo legame con la telecamera – ferma quanto leggera. Non amava alcun supporto fisso. Solo la libera interpretazione di quanto inquadrava nel view-finder, nel mirino di quegli attrezzi a suo tempo mastodontici, ingombranti, collegati con un registratore a cassette, il che rendeva la troupe televisiva un trio impossibile da scardinare: l’operatore alla mitica RCA, coadiuvato dallo "specializzato di ripresa" e in piena sintonia con chi, davanti loro, veniva inquadrato, anzitutto il cronista.

 

Legame e legàmi, impossibili da dimenticare. Nell’archivio dei ricordi rimangono purtroppo solo immagini sedimentate nel cervello. L’evoluzione delle riprese video, il passaggio da nastro, cassetta, scheda digitale, velocità d’uso per l’immediata "messa in onda" ha praticamente resettato ogni sequenza. Così sono rare le immagini di Fulvio Dalri dietro l’obiettivo. Del resto chi fotografa difficilmente viene immortalato. Rimane il suo impegno a sintetizzare in ogni ripresa, quel "poco ma buono" che tra tutti i giornalisti, tecnici della Rai era garanzia di professionalità.

 

Sempre disponibile a cimentarsi in qualche sperimentazione video, forte di una giovanile esperienza cinematografica, quando nei primi anni ’70 eravamo riusciti a mettere assieme brevi filmini in Super8 di una Trento tra contestazione operaia, cortei studenteschi e il rosso delle bandiere. Passione per cogliere la realtà, l’evoluzione dei tempi, l’impegno nel settore della comunicazione giornalistica.

 

In Rai aveva conosciuto Laura Strada quando lei era ancora una regista, prima di assumere incarichi giornalistici dirigenziali, Redattore capo in primis. E lui – in piena autonomia – sì è conquistato la giusta autorevolezza. Senza mai voler apparire, aspetto insito nel suo mite carattere. Scegliendo poi di mettere a disposizione la sua professionalità per alcuni docufilm – realizzati in spontaneo volontariato – nelle lontane terre africane, dove le comunità sono alle prese con scarsissime fonti idriche, dove fame e echi di guerra rendono problematica ogni speranza.

 

Tornando in Rai sempre con leggerezza, senza vantarsi; solo la sobrietà del suo lavoro. Lo ha stroncato un malore, in una subdola data. Ciao Fulvio, che l’obiettivo dello zoom lasci spazio all’infinito.

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