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Marco ritorna nel bar dei genitori, la Casa delle Acli diventa il Bistrò nonostante Covid-19: ''Per questa comunità batte il mio cuore. Come facevo a tirarmi indietro?''

Tanti del bar di Ravina apprezzarono la contagiosa verve di Giustino e Rosaria. Gestirono il posto per anni. Fu una gestione “storica” per capacità e simpatia. Giustino e Rosaria erano lì, al Bistrò, per benedire il figlio e la nuora: Marco e Marcella

Di Carmine Ragozzino - 05 giugno 2020 - 21:15

TRENTO. "Paese che vai, usanza che trovi". Il proverbio non fa una piega. Vale in tutta Italia. Ed è l’italica fortuna delle differenze che sono belle fino a quando la politica non cerca di metterle l’una contro l’altra.

 

“Paese che vai, usanza che trovi”. Ma se il paese non può più godersi l’usanza senza tempo del “ritrovarsi”? Beh, ci si resta male. Beh, la perdita per una comunità non è indifferente. Allora si spera che prima o poi un piccolo miracolo torni a rimettere in moto usi e costumi di una vitalissima realtà di sobborgo.

 

Ebbene, a Ravina il piccolo miracolo si è realizzato. Da venerdì 5 giugno è tornato a vivere il bar al centro del paese. Che a dirla come va detta è stato sempre molto più di un semplice bar.

 

Si parla del locale che fu Casa delle Acli e che dopo lunghi periodi di gloria - ancora viva in molti ricordi - ha attraversato momenti complicati. Momenti che facevano presagire un futuro per nulla buono.

Il futuro, invece, ci sarà. Promette di essere alquanto aggregante. Il futuro del “non solo bar” di Ravina proveranno a scriverlo Marco e Marcella Antonucci, i quali hanno varato il loro Bistrò con una festa animata da mezza Ravina.

 

C’erano gli anziani. C’erano i giovani. C’era la mezza età. Insomma, c’erano tutte le rappresentanze possibili di un luogo che oggi si chiama sobborgo ma che nell’anima resta paese. Una piccola patria di storie vecchie e nuove che finalmente hanno ritrovato un luogo dove incontrarsi.

 

Eh sì, l’incontro. Al bar di Ravina l’incontro non è mai stato e probabilmente mai sarà quello frettoloso ma a volte anonimo dei locali di città. Lo sanno quelli più avanti con l’età che al bar delle Acli trasformavano la briscola in un mondiale dei segni e degli improperi per una carta giocata male. Lo sanno quelli che in un percorso obbligato ed irrinunciabile fatto di pochi metri passavano dal giornale al caffè. O dal campo al bianchetto, alla bicicletta.

 

Lo sanno i tanti che del bar di Ravina apprezzarono la contagiosa verve sudista di Giustino e Rosaria. Loro vennero dalla Puglia e dall’Abruzzo per liquefare tra battute, gentilezze e sorrisi le diffidenze di un “trentinismo” poco incline alla spontaneità meridionale.

 

Gestirono quel posto per anni. Fu una gestione “storica” per capacità e simpatia. Giustino e Rosaria erano lì, al Bistrò, per benedire il figlio e la nuora. Marco e Marcella, appunto.

 

E' qui che la vicenda si fa esemplare: un passaggio di consegne pieno di commozione, un “affare” di famiglia che costruisce un ponte tra passato e presente cancellando tra allegria ed emozione i periodi meno felici del bar di Ravina. Momenti anche tragici, come quello recente della scomparsa di Lilly Liliana Sorzato - la giovane donna che per ultima si spese dentro quel bar.

 

Per questo Marco Antonucci – titolare a Trento del Fiorentina e prima ancora al lavoro in quel Cristallo di Cristo Re che i genitori acquisirono dopo aver lasciato il bar delle Acli – stenta a trattenere la lacrima. Lo fa anche quando raccoglie complimenti sinceri per “l’impresa”.

La sua, infatti, è stata soprattutto un’azione di pancia e lo spiega commuovendosi: “Me lo dicevano in tanti, non solo amici stretti: prendilo tu questo bar. Io a Ravina sono cresciuto. A Ravina sono grato. Per questa comunità, batte il mio cuore. Come facevo a tirarmi indietro?”.

 

Infatti Marco e Marcella non si sono tirati indietro. Colta l’occasione di gestire il bar, hanno pensato a come rilanciarlo. Le idee erano ambiziose: un locale “dentro” e “per” il sobborgo che potesse però attrarre utenza anche dal resto della città. Ci si è messo di mezzo il maledetto coronavirus. Ci è voluto un piano B: ristrutturazione minima ma capace di dare un’identità precisa per poter lavorare (e dare lavoro, che non è poco) da subito. Vedere come butterà da qui ad un paio d’anni e poi investire ancora in un’offerta più ricca.

 

A chi ieri si è precipitato a far festa non interessano però il piano A o il piano B. Forse nemmeno il piano C. Interessa il clima che al primo accenno di inaugurazione ha dato a tutti l’dea di un “ritorno” atteso per troppo tempo. Celebrato nella semplicità divertita di molti ricordi. Un clima amico, accogliente che dalla Casa delle Acli è arrivato fino al Bistrò in un curioso azzeramento del tempo.

 

Un buon giorno inizia con un pensiero positivo e una tazzina di caffè”: così è scritto sopra il bancone. E di fronte, sopra una finestra, Marco e Marcella hanno recuperato anche il “Pont dei Strachi”. Era il muretto dei ragazzi bighellonanti di un tempo che oggi, da cresciuti e accasati, di quel “ponte” di scemenze, progetti e amicizie vanno ancora fieri. Tra loro anche Roberto Stanchina, più in veste di ravinense che si assessore.

 

Ecco, un bar di paese – il bar del paese – è più di tutto umanità. Con i pregi e con i difetti. L’umanità che a Ravina si esprime nei volti dei contadini o degli alpini, dei ragazzi incuriositi ma anche nelle mille forme dell’associazionismo e del volontariato ha di nuovo il suo punto di riferimento.

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