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'Ndrangheta, Trento? ''Una città bianca senza malizia, si fanno soldi della Madonna''. Le indagini della Finanza: sequestrati quasi 6 milioni tra immobili, case e macchine

Le indagini della guardia di Finanza sono state portate avanti in parallelo con quelle dei Carabinieri del Ros. Sono 148 le situazioni  verificate tra persone fisiche e giuridiche, 15 le società sequestrate tra Trentino, Veneto, Lazio e Calabria. Il procuratore Raimondi: "Le indagini non sono ferme e stanno andando avanti in coordinamento con altre Procure d'Italia"

Di Giuseppe Fin - 16 ottobre 2020 - 12:45

TRENTO. “Lì (in Trentino) c'è mezza Cardeto. Sono saliti a Trento, una città bianca senza malizia, i calabresi maliziosi quando hanno visto che non girava droga e cose....hanno fatto soldi della Madonna. Dice che i trentini non potevano immaginare che un cristiano potesse fare imbrogli come (facevano) quelli lì”. Cardeto è la terra madre della potente cosca dei Serraino arrivata in Trentino per poi puntare al porfido, l'oro di un'economia di un tempo ma anche oggi di valore.

 

Sta in queste parole, contenute in un'intercettazione, una delle spiegazioni sull'arrivo sul nostro territorio della 'ndrangheta che ha portato al sodalizio mafioso presente in Val di Cembra. Fiumi di denaro che sono arrivati per essere reinvestiti in maniera illecita ed usati per infiltrarsi nel tessuto economico sociale del Trentino. (Qui l'articolo)

 

Anche dalle parole “fatto soldi della madonna” sono partiti gli approfondimenti nel nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza trentina per aggredire il patrimonio che i mafiosi hanno nel corso degli anni e perlopiù in maniera silente, accumulato.

 

“Le indagini patrimoniali sono obbligatorie perché dobbiamo togliere il polmone operativo della criminalità organizzata” dice il Procuratore, Sandro Raimondi.

 

Gli investigatori hanno mosso i primi passi nel corso del 2018 con la ricostruzione delle ramificazioni economiche della ‘ndrangheta presente in Trentino che, nel tempo, è riuscita ad infiltrarsi nell’economia legale, assumendo in primis il controllo di alcune aziende operanti nel distretto del porfido e delle pietre trentine, per poi estendere i propri interessi anche in altri settori, strategici come il trasporto merci, il noleggio di macchine e attrezzature edili, fino ad arrivare all’allevamento di bestiame.

“Tutto il Trentino è un territorio ricco e quindi appetibile – spiega il comandante generale della Finanza, Ivano Maccani – oggi dobbiamo prendere coscienza che il fenomeno mafioso esiste ed è una realtà”.

 

Il lavoro di indagine è stato lungo e molto complesso aiutato anche dall'utilizzo di importanti database investigativi che hanno permesso di far emergere le incoerenze patrimoniali riferibili agli indagati. La complessa ricostruzione delle reali consistenze patrimoniali riconducibili ai membri del sodalizio di tipo mafioso, ai loro familiari e ai vari prestanome, ha portato all'analisi di 148 situazioni tra persone fisiche e giuridiche e al sequestro di beni per quasi 6 milioni di euro.

Sono 15 le società sequestrate e vedono al vertice direttamente o indirettamente le persone arrestate/indagate nelle ultime ore e che vanno da Pietro Battaglia (1 società a Lona Lases), Innocenzio Macheda (1 società a Lona Lases), Demetrio Costantino (1 società a Gardolo), Mustafà Arafat (2 società a Lona Lases), Giuseppe Battaglia (3 società a Verona), Domenico Morello (1 società a Padova e 2 a Roma), Antonino Quattrone (1 società a Reggio Calabria) e infine Alessandro Schina ( 2 società a Roma).

 

Le indagini hanno portato anche al sequestro di sette case a Roma ma anche 18 automezzi, fra i quali due Range Rover Velar, un Range Rover Discovery, una Mercedes Classe C Coupè, un Nissan Navara, una BMW Z4 e altre utilitarie e furgoni. All'interno delle cave di proprietà di indagati e arrestati sono state poi poste sotto sequestro anche sei macchine da cantiere tra pale meccaniche, ruspe, escavatori e muletti. In queste ore, infine, si stanno congelando una ventina di conti correnti.

“Il fenomeno mafioso è oggi una realtà sulla quale dobbiamo fare i conti – ha concluso il procuratore Raimondi – e il profitto è la ragion d'essere della criminalità. Le indagini non sono ferme e stanno andando avanti in coordinamento con altre Procure d'Italia”.

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