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Coronavirus, Penzo dalla terapia intensiva: ''Il 5-10% dei pazienti finisce da noi e l'età media si è abbassata a 60 anni ma l'80%, oggi sopravvive''

Uno dei problemi più critici per quanto riguarda la gestione dei letti in rianimazione è il turnover, il “ricambio” dei pazienti. “I tempi di degenza sono lunghi – sottolinea il direttore di anestesia e rianimazione – si parla di circa 15-20 giorni di ricovero: vuol dire che ogni letto in terapia intensiva rimane occupato per quasi tre settimane”

Di Filippo Schwachtje - 20 March 2021 - 05:01

TRENTO. “Possiamo dire che del totale dei pazienti ospedalizzati, il 5-10% finisce nel nostro reparto. In prevalenza sono uomini e negli ultimi cinque mesi la fascia d'età si è abbassata significativamente: in media i malati in rianimazione hanno sui 60 anni, rispetto ai 65 della prima ondata. L'effetto positivo dell'ingresso di pazienti sempre più giovani però è il calo della mortalità: l’80% circa se la cava”. Daniele Penzo, direttore del Dipartimento di anestesia e delle unità operative di rianimazione al Santa Chiara, da un anno affronta il Covid-19 tra i corridoi delle terapie intensive.

 

Decine di letti – le unità di rianimazione a Trento in questa fase dell'emergenza sono arrivate a 5 – occupati da pazienti sedati ed intubati, paralizzati dai farmaci per permettere l'adattamento del respiro ai ventilatori: è questo il dramma che si nasconde dietro ai numeri che ogni giorno descrivono l'andamento degli ingressi in rianimazione. “Una delle condizioni più pericolose, anche per i più giovani – spiega Penzo – è l’obesità, ma nessuno può sentirsi al sicuro: ci sono stati diversi casi di sportivi under 40 finiti nel nostro reparto. Sappiamo che esiste una componente genetica che predispone una reazione più grave al Coronavirus”.

 

Uno dei problemi più critici per quanto riguarda la gestione dei letti in rianimazione è il turnover, il “ricambio” dei pazienti. “I tempi di degenza sono lunghi – sottolinea il direttore di anestesia e rianimazione – si parla di circa 15-20 giorni di ricovero: vuol dire che ogni letto in terapia intensiva rimane occupato per quasi tre settimane”. Ad offrire una parziale soluzione al problema sono i reparti di alta intensità (o semi-intensivi) che svolgono un lavoro importantissimo, filtrando i pazienti in ingresso e permettendo la degenza con modalità di ventilazione non invasiva a chi esce dalla rianimazione. “Grazie all’aiuto del reparto di cardio-chirurgia – evidenzia Penzo – a Trento siamo in grado di garantire tutto lo spettro di misure terapeutiche per trattare l'insufficienza respiratoria, anche al di là della ventilazione meccanica”.

 

Quando nemmeno i “caschi” o i respiratori a maschera sono abbastanza infatti, al Santa Chiara l'ultima spiaggia si chiama Ecmo. “Con Ecmo ci riferiamo all’ossigenazione veno-venosa extracorporea, in poche parole grazie a delle cannule infilate nei vasi venosi dei pazienti possiamo aumentare l'ossigenazione del sangue e ridurre i valori ematici di CO2, mediante una circolazione esterna al corpo”. Trento in questo momento ha ben quattro di questi macchinari, di cui due in utilizzo. “Uno dei pazienti dimessi dopo l’utilizzo di Ecmo – dice Penzo – è rimasto ricoverato per 60 giorni”.

 

Prima di arrivare a metodologie così estreme però, si prova di tutto: da cicli di prono-supinazione, in cui il paziente viene continuamente rigirato per permettere una redistribuzione completa del flusso d’aria nei polmoni, all’intubazione oro-tracheale. “In questo caso il paziente viene analgosedato, tramite l’utilizzo di farmaci che assicurano la perdita di coscienza ed il contenimento dell’insofferenza generata dall’inserimento di un tubo nella trachea. Spesso è necessario utilizzare anche dei medicinali per paralizzare il corpo del malato e permettere ai muscoli di adattarsi ai ventilatori”. I tempi di recupero dopo 10-15 giorni di intubazione variano: si parte – per i più fortunati – da un paio di settimane in pneumologia e si arriva a chi, dopo una polmonite particolarmente acuta, va incontro alla formazione di tessuto cicatriziale nei polmoni, che ne compromette almeno in parte la funzione.

 

“Dal punto di vista dei posti letto – spiega il direttore – siamo in sofferenza, come nel resto del paese. Ma bisogna tenere a mente una questione fondamentale: il numero di letti viene continuamente rimodulato a seconda dell'andamento della pandemia. Per il momento l'attività ordinaria dell’ospedale è ridotta al 50% per garantire posti e personale ai pazienti Covid, ma la soluzione non può essere il continuo aumento dei letti in terapia intensiva: la strumentazione è inutile senza operatori esperti che sappiamo utilizzarla”. 

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