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La campagna dei vaccini anti-Covid non decolla: “Con questo ritmo ci vorranno anni”. L’utilizzo di AstraZeneca fermo al palo? Paoli: “Il 60% dei medici ha ritirato la dose”

Secondo alcune stime, procedendo con questo ritmo, il Trentino completerà la campagna vaccinale dopo l’estate del 2023. Il ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Padova: “L’impressione è che alcuni territori abbiano già raggiunto il limite giornaliero di dosi che riescono a somministrare”. Intanto dai portali nazionali le somministrazioni di AstraZeneca sarebbero ferme, in Trentino, ma non è così: ecco perché  

Di Tiziano Grottolo - 25 February 2021 - 05:01

TRENTO. “La nostra prima sfida, ottenute le quantità sufficienti di vaccino, è quella di distribuirlo rapidamente ed efficientemente”, così alcuni giorni fa Mario Draghi invocava una svolta nella campagna vaccinale. “La velocità – aggiungeva – è essenziale”, proprio per questo il nuovo presidente del consiglio ha esortato a “non limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici che in alcuni casi non sono ancora pronti”. Il punto però è proprio questo: la campagna vaccinale in Italia sta procedendo al di sotto delle aspettative ma forse i rallentamenti non sono del tutto imputabili ai tagli sulle forniture operati dalle principali azienda farmaceutiche, il problema potrebbe essere strutturale.

 

Sostanzialmente le Regioni si dividono in tre categorie (dati aggiornati al 23 febbraio). Quelle che hanno osservato in maniera più o meno scrupolosa le indicazioni fornite dal Commissario straordinario Domenico Arcuri, cioè di conservare in via cautelativa almeno il 30% delle dosi consegnate: il Piemonte per esempio ha somministrato il 74% delle dosi ricevute, seguono Lazio (73,3%), Trentino (72,3%, anche se i dati forniti dalla Provincia non coincidono con quelli nazionali), Lombardia (70,6%), Veneto (68,6%), Marche (68,5%, Abruzzo (68%), Puglia (67,2%), Basilicata (66,6%), Sicilia (65,7%) e Molise (65,3%). Poi ci sono le Regioni che sono rimaste un po’ indietro sulla tabella di marcia: Umbria (63%), Liguria (60,8%), Sardegna (60,3%) e Calabria (55,3%). Al contrario c’è chi ha spinto sull’acceleratore (con qualche rischio): Emilia-Romagna (75,2%), Friuli-Venezia Giulia (76,2%), Campania (77%), Toscana (82,8%), Alto Adige (87,7%) e Valle d’Aosta (93,6%).

 

“L’impressione – chiosa il trentino Stefano Dusini ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Padova – è che alcuni territori abbiano già raggiunto il limite giornaliero di dosi che riescono a somministrare o perlomeno non siano riusciti a far entrare a regime la campagna che ormai è partita da due mesi. Tutto sommato le vaccinazioni riguardano numeri ancora contenuti quindi non vorrei che quello delle ‘case farmaceutiche che tagliano le dosi’ diventi un alibi o un modo per imputare ad altri proprie mancanze”.

 

 

Come si può notare gli approcci fra i vari territori sono diversi, ma il traguardo fissato dal Governo è quello di riuscire ad offrire il vaccino a tutta la popolazione, dando priorità agli operatori sanitari e sociosanitari, residenti e personale delle case di riposo e persone di età avanzata (in particolare over 80). Per quest’ultimi l’azienda sanitaria trentina ha calcolato un bacino d’utenza potenziale di circa 35mila trentini per i quali sono stati aperti in agenda 22.500 posti, un numero dal quale sono stati tolti i soggetti che già vaccinati perché si trovavano in Rsa e quelli che si sono ammalati di Covid-19 negli ultimi tre mesi. Stando a quanto riportato dal Governo (al 23 febbraio) sono 7.893 gli ultraottantenni vaccinati in Trentino. L’obiettivo dichiarato dal presidente della Provincia Maurizio Fuagatti è quello di concludere la vaccinazione di queste persone “entro i primi 10 giorni di aprile”. Un dato che sembra in linea con quello nazionale e con quelle che dovrebbero essere le tempistiche di una campagna vaccinale che non si dilunghi eccessivamente. Il problema però arriva quando si considerano i numeri a livello globale.

 

Attualmente in Trentino (secondo i dati del Governo) sono stati vaccinati: 20.464 operatori sanitari e sociosanitari, 6.868 ospiti delle strutture residenziali, 7.893 over 80, solo 5 membri del personale scolastico, 1.922 personale non sanitario e nessun appartenente alle forze armate. In totale (al 23 febbraio) sono state somministrate 37.152 dosi su 51.370 ricevute. Considerando poi che solo 13.349 soggetti risultano aver ricevuto la seconda dose, significa che la popolazione protetta è solo una minima parte. Il punto però non è tanto valutare la situazione in questo preciso momento (anche se la campagna vaccinale è partita da circa due mesi), il problema è che tenendo questo ritmo i tempi rischiano di allungarsi troppo. Secondo una stima elaborata da “Vaccini per tutti”, basata sui dati nazionali, con questi ritmi per vaccinare il 70% della popolazione trentina e raggiungere la cosiddetta immunità di gregge si finirebbe più o meno a ottobre 2023. Questo però lavorando tutti i giorni dell’anno, sabato e domeniche e festività incluse. Insomma serve un cambio di passo.

 

 

Una curiosità tutta trentina poi, riguarda la scelta delle dosi da somministrare. Stando al database governativo l’Apss ha utilizzato quasi esclusivamente dosi del vaccino Pfizer/BioNTech e solamente 570 di Moderna (su 1.700 incamerate). Inoltre, nonostante siano arrivate 9.400 dosi (la prima consegna risale al 9 febbraio), del vaccino AstraZeneca non risultano somministrazioni. Nei giorni scorsi il presidente dell’Ordine dei medici, Marco Ioppi, aveva sollevato delle critiche in merito alla gestione della campagna vaccinale che doveva essere attivata negli ambulatori medici, dove si sarebbero dovute somministrare proprio le dosi di AstraZeneca. Dal canto suo Fugatti ha fatto sapere che nelle prossime quattro settimane dovrebbero arrivare circa 14.300 dosi di AstraZeneca: “Ad oggi ha aderito circa il 50% dei medici mentre le dosi somministrate sono alcune centinaia”. Non è chiaro perché nel database nazionale queste somministrazioni non risultino.

 

I numeri ufficiali non li conosco – commenta Nicola Paoli segretario della Cisl medici – perché l’Apss non ce li ha ancora comunicati, ma da quanto ci è stato riferito il 60% dei medici di base ha ritirato la dose. Ciò significa che circa 200 medici hanno iniziato ad organizzare la vaccinazione”. Lo stesso Paoli è fra questi e afferma di aver vaccinato personalmente una ventina di pazienti. “Si può riuscire a effettuare 11 somministrazioni da una sole dose – sottolinea – che può essere conservata per 48 ore. Dopodiché ogni medico, tramite l’applicazione telematica che ci è stata fornita, inserisce i dati nel sistema nazionale”. Come ricorda Paoli questi vaccini sono destinati a persone sotto i 65 anni, insegnanti “dal nido fino all’università” e le forze dell’ordine. “Chi vuole sottoporsi al vaccino – spiega il segretario della Cisl medici – è bene che si mettano in contatto con il proprio medico di base. Per quanto riguarda i vaccini Moderna è stato usato per le persone in attesa di entrare in casa di riposo”.

 

Considerando i problemi fin qui riscontrati però viene da chiedersi se sia effettivamente possibile aumentare in tempi rapidi la somministrazione dei vaccini. “Penso che l’inizio della campagna con i medici di base fosse nota da tempo – afferma Dusini – eppure è partita a rilento. Se la campagna con AstraZeneca fosse entrata a regime si sarebbero potuti quasi raddoppiare i vaccinati a settimana. Per ora i numeri sono piccoli ma non per questo devono essere sottovalutati. Ci siamo stracciati le vesti per un calo della produzione di Pfizer/BioNTech intorno al 20% per due settimane ma questo ha causato un ritardo di paio di giorni sulla campagna vaccinale quando, procedendo con i ritmi attuali, ci vorranno comunque anni per completarla”.

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