"Tra la Palestina del 1948 e l'oggi, un tempo senza bussola morale". Riccardo Pro racconta il suo 'Tempo Cieco': "Dalla guerra arabo-israeliana alla Roma dei gruppi neofascisti"
Riccardo Pro racconta a il Dolomiti il suo romanzo 'Tempo Cieco' che intreccia due traiettorie in apparenza lontane: la Palestina del 1948 e la Roma del 2005: "Nel primo scenario c’è Salim, giovane combattente in un’unità palestinese, e nel secondo Renato, coetaneo romano di piccola borghesia, che sfoga frustrazione avvicinandosi a gruppi neofascisti: per entrambi, l’amore è una via d’uscita"

TRENTO. "Il tempo cieco è quello in cui manca una bussola morale: non la ragione astratta, ma quella concreta, fatta di equilibrio e responsabilità".
Da qui prende avvio la riflessione di Riccardo Pro, che racconta a il Dolomiti il suo ultimo romanzo "Tempo Cieco" (Edizioni del Faro), opera che intreccia due traiettorie lontane solo in apparenza: la Palestina del 1948, attraversata dalla guerra, e la Roma del 2005, segnata da inquietudini più sottili ma non meno profonde.
Il risultato è un racconto che procede per incastri, e ad essere messe in relazione sono due figure agli antipodi – Salim, ex combattente palestinese, e Renato, giovane romano cresciuto in un contesto chiuso e attraversato da tensioni identitarie – fino a farle confluire in un incontro che "incrina" certezze e appartenenze. Un doppio piano narrativo che diventa anche un confronto tra forme diverse di smarrimento: la violenza esplicita del conflitto e quella più silenziosa di una quotidianità priva di direzione.
Nato a Roma nel 1970 e trentino d’adozione, Pro affianca alla scrittura una lunga esperienza musicale ed è oggi leader della formazione Samsa Dilemma: un percorso che attraversa linguaggi e forme espressive diverse e che si riflette anche nella sua produzione narrativa, che comprende titoli come Khatru (2020), il racconto Zeno (2022) e La spiga e il fauno (2023). Elementi che si ritrovano in una scrittura sincopata e incalzante, capace di muoversi per frammenti e suggestioni, alla ricerca di un senso anche nei contesti più marginali.
E "Tempo cieco" non fa eccezione, a delinearsi è un romanzo che prova a raccontare la resistenza dello spirito umano di fronte al peso delle appartenenze e dell’odio, ma anche la possibilità di attraversare il buio senza restarne intrappolati. E sulla stessa partitura procede l'intervista, un dialogo che entra nella genesi del libro, nei suoi simboli e in quel confine sottile tra passato e presente dove, ancora oggi, ci si gioca la possibilità di scegliere.
Riccardo Pro, "Tempo Cieco" attraversa luoghi e tempi molto distanti: la Palestina del 1948 e la Roma del 2005. Da dove nasce questo doppio movimento narrativo?
Il racconto intreccia due contesti lontani nel tempo e nello spazio: la Palestina del 1948, segnata dallo scoppio della guerra arabo-israeliana, e la Roma del 2005, nella periferia di Cinecittà. Nel primo scenario c’è Salim, appena maggiorenne e già coinvolto come combattente in un’unità palestinese, nel secondo Renato, suo coetaneo romano, cresciuto nella piccola borghesia e che incanala frustrazione e inquietudine avvicinandosi a gruppi neofascisti, più per smarrimento che per reale coscienza storica. A mettere in relazione questi due mondi è lo stesso Salim che, anni dopo, vive a Roma come anziano immigrato, e l’incontro casuale con Renato diventa un momento chiave. Bastano poche parole a suscitare nel ragazzo un interesse inatteso, come se quel passato lontano avesse ancora qualcosa da dirgli sul presente e, in qualche modo, su se stesso.
Il titolo è molto forte. Che cosa rappresenta questo “tempo cieco”?
Il “tempo cieco” è quello in cui manca una bussola morale: non la ragione illuminista, ma quella più concreta e umana evocata da Marco Aurelio, fatta di equilibrio, responsabilità e capacità di convivere e quando questa viene meno, si agisce senza direzione. Per Salim coincide con la guerra, dove le scelte si riducono a sopravvivere o soccombere, per Renato è invece una quotidianità vuota, fatta di divertimento superficiale e ostilità verso gli altri. In entrambi i casi, l’amore rappresenta una via d’uscita: la possibilità di rompere quella chiusura e sottrarsi alla logica della violenza. Entrambi riescono a farlo con un atto di coraggio che va contro il contesto in cui vivono: un gesto che non cambia subito la realtà, ma ne incrina le regole.
Al centro del romanzo c’è l’incontro tra Salim e Renato. Come si delinea questa scintilla narrativa?
Il romanzo si apre a Roma: un anziano immigrato, Salim, cade all’uscita di un vagone della metropolitana. Renato, giovane studente, lo aiuta a rialzarsi. Lo conosce: è un arabo, uno dei personaggi storici del quartiere. Quel vecchio lo incuriosisce con alcune frasi e, a dispetto delle apparenze e delle appartenenze, i due stringono un rapporto e Salim, attraverso una serie di incontri per strada, racconta al ragazzo la propria storia.
Tutto sembra avere anche un valore simbolico, quasi un exemplum.
Esattamente, c'è dietro un pensiero: nella vita di ciascuno arriva prima o poi "quel" momento. Può cogliere da bambini, da ragazzi, oppure in età adulta o avanzata, a volte si annuncia da lontano e altre arriva come un fulmine: per Renato accade a diciotto anni, nel suo quartiere, in un pomeriggio afoso di giugno. È una prova, affrontata con quella generosità un po’ recalcitrante e stupita della sua età, un gesto semplice e quasi casuale: accompagnare un vecchio ferito, sostenerlo, ascoltare le sue parole. E proprio in quelle parole scoprire qualcosa che va oltre il caso: qualcosa che intriga e trattiene, che non si esaurisce in un giorno, ma richiede tempo. Qualcosa su cui, in fondo, si lavora da sempre.
C'è un chiaro focus sul contesto sociale romano, ma anche volendo più esteso: Renato parte infatti da un mondo chiuso, attraversato da pregiudizi e appartenenze radicali, un sistema che poi si incrina.
La vita di Renato, quasi chiusa a tenuta stagna, è costretta ad aprirsi: a incrinarla è l’irruzione dell’amore. Il sentimento per Kaya lo travolge, sconvolgendo il suo piccolo ecosistema xenofobo ai margini della società: di colpo, le logiche e le richieste di quel mondo diventano irrilevanti, perfino dannose. Salim e Renato, in fondo, hanno vissuto la stessa illusione: quella di piegare il mondo a una visione rigida, incapace di contemplare redenzione o ripensamento. Poi arriva Eros a trafiggerli entrambi: Salim con un fucile sempre carico puntato verso Sion, Renato con le auricolari del pregiudizio sparate a tutto volume.
Salim, quindi, non è solo un testimone del passato, ma una figura che agisce sul presente di Renato.
Per combattere il pallore dell’anima di Renato, Salim dosa nel suo racconto coraggio e speranza, è testimone diretto della prima guerra arabo-israeliana, a cui ha partecipato come combattente, come fedayn. Il suo paradosso, sacrificare il proprio amore con un gesto d’amore, ha confinato la sua esistenza in un eterno languore malinconico, eppure il suo presente può ancora incidere sul destino del ragazzo. Improvvisato medico dello spirito, Salim "tasta il polso" di Renato guardando al passato: a eventi che furono tutto tranne che fallimento o tradimento.
E poi le figure femminili, nel romanzo hanno un ruolo decisivo Kaya ed Ester: cosa rappresentano?
Al di là dell’aspetto sentimentale, Kaya ed Ester accendono nei due protagonisti una volontà di ricostruzione e rinascita: rappresentano la consapevolezza che esistono altre strade, la possibilità di elevazione. Sono figure quasi archetipiche, come regine dei templi antichi: conferiscono un’identità morale a Salim e Renato, immersi rispettivamente in un tempo di violenza e in uno di degrado e mancanza di prospettive. Nel realizzare se stesse, rivelano ai protagonisti chi siano davvero, come se li guidassero verso un livello superiore di conoscenza. Sono, in questo senso, messaggere di un disegno più ampio, che si compie attraverso le loro scelte.
Alla fine, che cosa resta a Renato, ma anche a tutti noi, di questo incontro e di questo attraversamento del passato?
Renato ne trae una forma di potere: non quello dell’uomo sull’uomo, ma quello dell’uomo su se stesso: la capacità di fare i conti con la propria coscienza, di aprirsi alle possibilità della vita, di non restare prigioniero del silenzio e del buio. Di non rimanere, in definitiva, intrappolato nel proprio tempo cieco.












