"I miei personaggi? A volte vedo una mia canzone camminare per strada", Davide Van De Sfroos si racconta: dal Como di Fàbregas al dialetto portato a Sanremo
Davide Van de Sfroos farà tappa a Trento e si racconta a il Dolomiti, dalla scelta di usare il dialetto all'amore per il lago, dai personaggi 'marginali' raccontati e resi protagonisti alla nascita dello pseudonimo, fino alla passione per il Como: "Continuo a ringraziare questa terra celebrandola e ora gli anziani mi guardano con uno sguardo diverso consapevoli che, pur non essendo stato "uno di loro”, ho reso visibili e vive le memorie di chi ha vissuto quella vita e magari la vive ancora"

TRENTO. “Il dialetto è stato una 'chiamata' e il lago è una metafora dell'ignoto al nostro fianco. I miei personaggi sono 'marginali' che ho reso protagonisti, e talvolta capita che incontri per strada le mie canzoni. Lo pseudonimo Van de Sfroos? Nacque un giorno da una frase del mio barbiere”.
È un Davide Van De Sfroos, al secolo Davide Bernasconi, che parla per immagini e insegue anni e canzoni quello che si racconta a il Dolomiti a pochi giorni dal suo concerto (Fiabamusic) in programma sabato 18 aprile all’Auditorium Santa Chiara di Trento (QUI INFO).
In oltre 25 anni di carriera ha scritto brani che cristallizzano vite ai margini, reali o immaginarie, e che narrano di confini che non dividono ma generano racconti: un percorso coerente e ostinato, lontano dalle scorciatoie, con la voglia di raccontare quel mondo e quei personaggi – dal pescatore al contadino, fino al contrabbandiere – che hanno in sé quella “poetica non scritta” di chi è “riuscito a sopravvivere con niente e ha mantenuto un’ironia e una filosofia capaci di risvegliare gli spiriti delle cose”.
E tutto quel mondo, nel “Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026”, cambia prospettiva pur rimanendo sempre sé stesso: si allarga, prende aria, si fa quasi cinematografico. Sul palco tredici musicisti, un’orchestra che si intreccia alla band storica e un suono che diventa “totale”: le canzoni ritmate corrono e si accendono, mentre quelle più intime si aprono come scene, immagini in movimento, piccoli film dove parole e musica si rincorrono e si sovrappongono.
E da qui parte una chiacchierata che è a sua volta un viaggio dentro una poetica che nasce da una terra, dai volti incontrati e filtrati dall'anima, da letture e cantautori che hanno scavato il suo sguardo fino all'oggi vissuto tra memoria e nuove direzioni, senza mai smettere di stare su quella linea sottile dove realtà e racconto diventano una cosa sola.
Davide Van de Sfroos, il nuovo tour 2026 nasce anche da un’esigenza di non ripetersi: che cosa cambia nelle sue canzoni con la Folkestra e con questi arrangiamenti più teatrali? E cosa deve aspettarsi il pubblico?
Coloro che ascolteranno le ultime due date del tour si ritroveranno davanti a un concerto testato e collaudato, che ci ha dato grandi soddisfazioni: sarà un live con 13 musicisti, con l’orchestra fusa con la band tradizionale. Questo ibrido crea una sensazione “totale”, perché rende ancora più frizzanti e ricche le canzoni ritmate, mentre dal punto di vista poetico quelle più malinconiche e struggenti diventano veri e propri cortometraggi, con la musica che si fa quasi immagine. Le parole e i suoni sono quindi sia cornice che protagonisti. Gli arrangiamenti non hanno stravolto le canzoni, che restano assolutamente presenti nella loro essenza, ma sono vestite con un abito all’insegna di una maggiore emotività. Parlo di pezzi ritmati come Il cavaliere senza morte, El fantasma del ziu Gaetan, E semm partii, Madame Falena o Sügamara, e poi di brani più lenti come Brèva e Tivàn, Infermiera, La figlia del tenente, tutte canzoni che sembrano diventare tridimensionali.
Venendo a lei, ha preso il dialetto laghée e l’ha portato al centro della canzone italiana senza addomesticarlo. Quando ha capito che questa 'fedeltà' linguistica sarebbe stata la sua vera libertà artistica?
È stato come quando uno, tutto d’un tratto, dice “ho sentito la chiamata” e va in un monastero, oppure parte per il mare, oppure decide di cambiare vita. Arriva qualcosa che ti prende per il bavero e non puoi più farne a meno: si manifesta e non puoi far altro che seguirla. Così è stato per me: questa lingua, questo modo di raccontare una terra, i suoi personaggi e le sue leggende, è diventato così forte da far sì che me ne importasse poco del mainstream. In molti mi suggerivano di cambiare strada, i “profeti di sventura” pensavano non potesse funzionare, però alla fine abbiamo preso questa direzione, come quando uno pota il suo bonsai invece di un grande albero e vuole che sia il più bel bonsai possibile. È stata la volontà di dare tutta la dignità che questa lingua si merita, non relegandola a una categoria minore o a una caricatura: è una lingua con cui le persone sono nate e vissute, e ricollocarla dentro una poetica autentica era per me fondamentale.
Il lago, nelle sue canzoni, è più di uno scenario: è quasi una voce.
Il lago non fa sconti a nessuno, così come il mare o il fiume, ma ha qualcosa di particolare. Il lago di Como - ma ho ritrovato ciò anche in certe zone del Garda - ha una capacità di trasmettere uno spleen, per usare un termine dei poeti francesi, che è potentissimo: non tutti sono fatti per stare qui, alcuni si intristiscono e diventano malinconici, mentre io di questa cosa ci vivo, forse perché sono un po’ gotico o perché sono cresciuto accanto a un lago che si è fatto in qualche modo “cavalcare”, ma sempre dandogli del lei, sia quando lo navighi sia quando lo vivi. È capace di mostrarti il lato più bello nelle giornate di sole, ma anche l’occhio più scuro e violaceo che tutti abbiamo nel profondo, molto simile alle sue profondità. È una metafora continua che abbiamo davanti: è come vivere vicino a un precipizio di centinaia di metri che non puoi guardare, è l’ignoto al nostro fianco con tutti i suoi lati misteriosi. Un uomo di lago deve accettare quello che il lago dà, ma non può avere quello che il lago gli nasconde.
Lei ha raccontato personaggi marginali, mestieri, vite di confine, un mondo che spesso non c’è più. Da dove nasce questa urgenza?
Fin da ragazzo ho capito che quello che per gli altri era un personaggio marginale, per me diventava il protagonista assoluto, non per fare lo snob o il bastian contrario, ma perché c’è una poetica non scritta in questa gente: nel loro modo di scherzare, nelle espressioni, nelle metafore linguistiche del dialetto, nella forza del contadino, del pescatore, del contrabbandiere, del fuggiasco dalla guerra. Persone che hanno vissuto a contatto con le forze della natura come dei Cheyenne, dei Navajo o dei Sioux, gente che è riuscita a sopravvivere con niente e che ha mantenuto un’ironia e una filosofia capaci di risvegliare gli spiriti delle cose. Il vento, il sole, il freddo, la neve diventano entità, così come l’ombra, e queste persone te ne parlavano davanti a un bicchiere senza perdere quella grande capacità visionaria di una tribù, una tribù di questa terra che mi ha accolto e accettato quando ero un bambino proveniente da Monza e nato da padre comasco e madre di qui. Continuo quindi a ringraziare questa terra celebrandola, e ora gli anziani mi guardano con uno sguardo diverso, consapevoli che, pur non essendo stato “uno di loro”, ho reso visibili e vive le memorie di chi ha vissuto quella vita e magari la vive ancora.
C’è un personaggio, reale o immaginario, incontrato nella sua vita o nella sua terra, che sente più decisivo di altri nella costruzione del suo sguardo artistico?
Quelli esistenti sicuramente: penso al costruttore di motoscafi, all'Alain Delon de Lenn o al Cimino. Questi tre li ho conosciuti, sono stati presenti e due vivono ancora e ogni tanto vedo quindi in giro la mia canzone che cammina per strada ed è una sensazione potentissima. Poi ci sono i personaggi che sono “cocktail” di altre esistenze confluite, come il Genesio o Sügamara: non sono persone reali, ma un miscuglio di vite usate per costruire una figura fantomatica.
Parliamo delle sue influenze, tra letteratura e musica: chi ha ispirato maggiormente la sua “voce”?
Penso che le influenze siano utili perché ti danno una carica per trovare la tua strada, non per imitare ciò che esiste già. Penso a Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, un libro al limite delle possibilità: l’ho letto e riletto e mi fa capire fin dove ci si può spingere con la scrittura. Penso a Federico García Lorca che apre le porte del conoscibile, a figure come Charles Baudelaire, Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, ma anche ai grandi scrittori veristi come Giovanni Verga e Grazia Deledda, e poi Elio Vittorini, Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti che hanno rivoluzionato la poesia. Credo che chiunque voglia scrivere con un graffio poetico debba aver frequentato questi grandissimi 'illuminati', ma ce ne sono tanti anche contemporanei e la biblioteca del mondo diventerà sempre più vasta. In musica penso invece a Bob Dylan per la sua visionarietà e la costanza nella produttività senza mai cadere, a Leonard Cohen, ai nostri Fabrizio De André e Francesco De Gregori: li ho amati e studiati, ma mi guardo bene dal volerli imitare perché loro ci sono già stati. È però bello sapere che esiste una scrittura capace di andare in certe direzioni, e credo che da loro vadano imparate le movenze.
Una curiosità: come è nato lo pseudonimo Van De Sfroos?
È nato negli anni del mio primo gruppo musicale, i “De Sfroos”. Non avevamo ancora un nome e un giorno ero dal mio barbiere, il Ghezzi, che oggi è bisnonno ma ancora super attivo e che mi stava chiedendo della nostra attività musicale. Va detto che ci trovavamo vicino al confine con la Svizzera e cercavamo un nome che richiamasse i concetti di “Dogana”, “Frontiera” o “Confine”, insomma qualcosa di borderline. E lui disse: “Insomma tutta roba De Sfroos”, che significa “di frodo”. Quell’espressione fu un vero colpo di frusta e tornai dicendo: “Abbiamo il nome”. Io ho aggiunto il “Van”, come i miei eroi fiamminghi del ciclismo, i calciatori olandesi, o i Van Halen. Con il verbo andare tutto ha preso senso ed è uscito “Van de Sfroos”, che è rimasto anche nel mio percorso da solista.
Parliamo del Festival di Sanremo, nel 2011 ha portato il laghée sul palco nazionale dell'Ariston. Che cosa ha rappresentato per lei quell’esperienza?
Quando si è presentata l’occasione ci ho voluto pensare a lungo: siamo stati cercati e invitati da Gianni Morandi e Mazzi, che sono venuti a Como e abbiamo mangiato insieme. Mi hanno cercato perché avevano bisogno di un festival “diverso” e io in quel periodo stavo lavorando a Yanez. C’erano voci che mi dicevano che Sanremo avrebbe avuto risvolti negativi, ma poi mi sono reso conto che non c’era nulla di male a sfiorare quella dimensione nazional popolare, perché il folk lo è a sua volta. In qualche modo quel palco lo avevo già calcato nel tempo quindi, e sentivo che la mia musica doveva volare e incontrare un pubblico più grande. Alla fine mi sono trovato benissimo e abbiamo ottenuto un quarto posto che ha stupito tutti, noi per primi. C’era una sana voglia di musica ed è stata un’esperienza così bella che quasi avrei paura a rifarla per non rovinare quel ricordo, ma mai dire mai (ride, ndr).
Incidendo la sua ultima raccolta “Van de Best” ha ripercorso a ritroso la sua vita e la sua carriera, è stato un modo anche per guardarsi allo specchio?
Pensi che in quell’occasione ho cantato 49 canzoni, solo perché nel vinile non ci stava la cinquantesima (sorride, ndr), in versione chitarra e voce, due volte ciascuna, tutte di fila in due giorni e mezzo: è stato come entrare in una macchina del tempo. Alla sera mi sembrava di aver ripercorso tutto, rivivendo anche gli anni e i periodi della mia vita: è stato un viaggio nello spazio e nel tempo incredibile. Si è creato un mosaico dal quale non si può estrapolare una pietruzza, un insieme che si delinea in una visione panoramica che collega tutte le tappe e tutte le canzoni. Cantando brani che non affrontavo da tempo, come 40 pass o Goga e Magoga, ho provato un’emozione potentissima che mi ha fatto realizzare quanti anni erano passati e quante sfumature avevano contenuto. In quella macchina del tempo era tutto unito: musica, parole e pensieri.
Parliamo di calcio, il suo pezzo “Pulenta e galena fregia” è diventata negli anni un simbolo, e anche inno, del Como.
Sono contento che stia portando bene (ride, ndr). I tifosi del Como si erano già “presi” questa canzone da anni e la cantavano, poi la nuova proprietà mi ha chiesto di farne una versione un po’ più da stadio ed ho accettato. Questo inno, suonato prima di ogni partita, aveva con sé un grosso in bocca al lupo ed è andata bene anche sportivamente. Le confesso una cosa: quando li vedo giocare quest’anno mi viene l’ansia, e questo significa che ci tengo davvero, anche perché stanno giocando molto bene. Non vado spesso allo stadio ma solo qualche volta, perché soffrirei troppo: dovrebbero mettermi in un corridoio a camminare avanti e indietro per scaricare la tensione (ride, ndr).
Nelle sue canzoni sembra entrare nei personaggi che racconta, quasi indossandone i panni. Quanto c’è di immedesimazione e quanto di trasformazione in questo processo?
È un viaggio continuo e ogni tanto sono io stesso, a livello metaforico, a diventare il protagonista delle mie canzoni, perché le ho fatte mie e in un certo senso divento quel personaggio che canto. Penso a Il minatore di frontale: non ho mai fatto quel lavoro, però parlo in prima persona. Oppure al Genesio: è quasi un trasferimento, come uno sciamano che indossa una maschera, e anche il pubblico si riconosce nei personaggi allo stesso modo. Sa quanti mi hanno detto “ma il Genesio sono io”, proprio perché tutti possono indossare determinati “mantelli”.
Ha un sogno, personale o artistico, per il futuro?
In tutta sincerità vivo nell’immediato: mi basta pensare che c’è già il nome e il manifesto del tour estivo, che si chiamerà “Folkedelic”, dove voglio ripristinare un immaginario alla Grateful Dead, giocando con la psichedelia che diventa folkedelia. È da tanto tempo che ci penso e riuscirci efficacemente è il sogno che ho nell’immediato: vorrei prendere alcuni brani e riportarli a quelle vibrazioni che ascoltavo da bambino, penso ai Beatles o ai Rolling Stones nelle loro fasi più psichedeliche: una musica estiva che mi riporti indietro in quegli anni d’oro.












