"Dai 'no' ai talent, abbiamo rinunciato a tanti soldi per restare noi stessi". Giuliano Sangiorgi racconta 20 anni di Negramaro a il Dolomiti: "Ora è il momento di fermarsi"
I Negramaro si raccontano a il Dolomiti in un'intervista in cui ripercorrono oltre vent'anni di carriera, dai primi live nei locali del Salento ai grandi concerti fino al segreto che li ha tenuti insieme. Giuliano Sangiorgi: "Io racconto le vite degli altri e la mia, quindi ho un bisogno sfrenato di vivere. Ora ci fermiamo, ma che paura possono avere i nostri fan della vita più bella che ci aspetta?"

TRENTO. Ci sono voci che fanno rumore e voci che fanno compagnia. Quella di Giuliano Sangiorgi, voce e leader dei Negramaro, appartiene alla seconda categoria. "Negli anni abbiamo detto tanti no è così che siamo rimasti quelli di sempre". La sua voce dal telefono arriva con la calma di chi non ha bisogno di ricordarti chi è. Del resto, quando hai scritto canzoni che da vent'anni entrano nelle vite degli altri, puoi permetterti il lusso della semplicità.
Parliamo di un tour che sa di festa e di arrivederci. L'ultimo prima di una pausa lunga, scelta e perfino rivendicata, ma bastano pochi minuti per capire che la notizia, in fondo, è un'altra. Sangiorgi parla della musica come si parla di un vecchio amico: con gratitudine, qualche sorriso, nessuna nostalgia. Dice che bisogna fermarsi per vivere, perché le canzoni non crescono nei gironi infernali del marketing musicale ma nei giorni qualsiasi, quelli senza riflettori.
Da lì la conversazione prende la strada che prendono le chiacchierate migliori: non va mai dove te l'aspetti. Ci sono i primi concerti nei locali del Salento, la sera in cui i Negramaro scoprirono che c'era davvero un pubblico disposto a pagare un biglietto per ascoltarli, i grandi "no" che hanno difeso la loro libertà più di tanti contratti firmati, il destino curioso di "Estate", una canzone che ormai appartiene a chi la canta almeno quanto a chi l'ha scritta.
Il 6 settembre i Negramaro saliranno sul palco della Trentino Music Arena per l'ultima serata del Trento Live Fest. Prima, però, c'è il tempo di una chiacchierata. E di un'intervista che, più che seguire la scaletta delle domande, finisce per seguire quella delle emozioni.
"Una storia ancora semplice" è il titolo di questo tour e, in fondo, sembra quasi un bilancio di vita. Dopo oltre venticinque anni di musica, stadi, record e canzoni entrate nell'immaginario collettivo, c'è ancora qualcosa di davvero "semplice" nella vostra storia oppure quel titolo racconta la nostalgia di ciò che eravate agli inizi?
È un titolo molto semplice che si ricollega al nostro primo greatest hits discografico, e ci siamo accorti che da quel momento ad oggi ne è arrivato un secondo pieno di decine di successi. In questa celebrazione per i nostri vent'anni, iniziata tre anni fa, a due decenni dal disco che ci ha cambiato la vita intitolato "Mentre Tutto Scorre" abbiamo voluto ripercorrere tutte le nostre prime volte: gli stadi, i palasport, i tour in Europa e in Giappone, la grande festa nel nostro Campovolo del Salento e da lì i teatri in pietra. Quello che mancava era proprio un "giro" nei festival che erano stati il primo grande nostro movimento pubblico: ne abbiamo fatti tantissimi all'inizio dell'avventura e ci sembrava quindi giusto dare questo titolo che rievocasse i nostri successi ma anche la semplicità di tutto quello che abbiamo vissuto finora. Cose grandissime ma vissute, grazie alla musica e alla nostra amicizia, come fossero semplicissime. E magari in realtà lo sono.
Questo tour precede una pausa che avete definito necessaria. Se doveste raccontare questo momento con un'immagine, quale sarebbe?
Se dovessi scegliere un'immagine, sceglierei una canzone (ride, ndr). Parlo de "La prima volta", soprattutto il suo ritornello, dove cantiamo e urliamo assieme al pubblico queste parole: "E adesso non c'è niente al mondo che possa somigliare in fondo a quello che eravamo, a quello che ora siamo, a come noi saremo un giorno". Mi sembra lo slogan migliore, più forte e più grande in grado di raccontare tutta la nostra storia che racchiude nelle sue prime volte la grandezza, come quando siamo stati la prima band italiana a suonare a San Siro e all'Arena di Verona, o allo stadio Diego Armando Maradona. Quella canzone racconta tutte queste cose, e anche quelle più piccole che proseguono nel presente e nel futuro.
Perché avete sentito che era arrivato il momento di fermarvi?
Abbiamo scelto di prenderci una pausa ora perché, dopo tre anni di celebrazioni e di brani legati alla contemporaneità, abbiamo capito che era il momento giusto: era la cosa migliore da fare perché vuole essere anche un monito per le nuove generazioni che devono capire che non si "rotola" verso il successo, ma ci si deve prendere invece il tempo per vivere, scrivere e scegliere le canzoni che magari usciranno fra qualche anno e che dovranno attraversare le intemperie del tempo, come quelle che ci hanno portato fin qui. Serve la vita per scrivere grandi canzoni, questo è il messaggio.
Ogni grande storia ha un momento in cui cambia direzione. Esiste un istante preciso in cui avete capito che la vostra vita non sarebbe mai più tornata quella di prima?
Credo che quel momento esatto sia stato il Rock in Roma 2005, all'ippodromo delle Capannelle. Avevamo suonato tutta la primavera e l'estate in concerti ad ingresso gratuito e nelle feste dell'Unità di tutta Italia, con 30 mila persone che cantavano con noi "Mentre tutto scorre". Quel giorno a Roma arrivammo nel parcheggio e la manager ci svelò che quella sere il pubblico pagava il biglietto: temetti che sarebbe stata una grande delusione, che ci saremmo trovati a suonare davanti a poche decine o centinaia di persone, invece ci disse che il live era sold out da mesi (ride, ndr). Ecco, lì capimmo quanta gente effettivamente fosse disposta a seguirci, e che stavamo davvero facendo sul serio.
Non possiamo non parlare di "Estate", che è diventata molto più di una canzone: è una memoria condivisa, un rito che ogni anno torna puntuale. Vi capita mai di pensare che, tra molti anni, qualcuno potrebbe continuare ad ascoltarla senza conoscere nemmeno la storia dei Negramaro? Che effetto vi fa sapere di aver scritto qualcosa che sembra sfuggire al tempo?
Sono passati già due decenni e ci sono anche nuove "estati" che si affiancano a quella canzone, penso come dicevo poco fa a "La prima Volta". Ai concerti, nel nostro pubblico, ci sono 16enni e 60enni e la cosa che ci suggerisce lei l'abbiamo pensata proprio vivendola in prima persona. Sicuramente queste canzoni rimangono nel tempo e "Estate" torna sempre in radio, e anche nelle band di ragazzini che la suonano, e noi abbiamo la fortuna di vivere questo in prima persona. Quando non ci saremo più, e le nostre canzoni invece ci saranno, naturalmente non potremo viverlo direttamente, ma pensarlo oggi ci fa capire che qualcosa di noi rimarrà per sempre, e già lo stiamo subodorando.
Restare insieme per oltre venticinque anni è quasi un'eccezione nel mondo della musica, come ci siete riusciti?
Questa è una bella domanda. Sembra paradossale ma per restare uniti e rimanere i Negramaro che siamo posso dire che nel tempo abbiamo detto più "No" che "Si". Oggi viviamo un'epoca di marketing totale in cui le nuove generazioni si affacciano al pensiero della musica già consapevoli di dove potrebbero arrivare grazie alla strategia, e appunto al marketing. Noi invece eravamo, e siamo, una band che scrive, suona e macina chilometri per portare la sua musica nel mondo.
Qual è stato il prezzo più alto che avete pagato per questa scelta?
Altra bella domanda. Tutti quei non si sono tradotti in soldi non guadagnati, mentre oggi si fa a gara per avere un brand collegato a sé stessi. Noi non abbiamo però mai ostentato quei no, in modo rispettoso. Le faccio qualche esempio: ci sono state grandissime aziende che producono scarpe in tutto il mondo che ci hanno proposto di mettere il nostro nome sui loro prodotti, o case automobilistiche che volevano realizzare auto col nostro nome o magari dei nostri dischi e mi hanno chiesto anche di fare il giudice in tutti i talent show. Ma abbiamo sempre detto no, e non abbiamo mai pensato al prezzo pagato. Sono proprio quei "no" che ci hanno portato fin qui, e io personalmente sono molto orgoglioso questo.
Apriamo il cassetto delle curiosità. Avete un piccolo rito che ripetete prima di salire sul palco e che è rimasto identico, dai tempi dei primi concerti nei locali del Salento all'oggi?
Da sempre, prima di salire sul palcoscenico, ci stringiamo fra noi e ci abbracciamo in un cerchio sonoro. Io scelgo la nota della canzone che introdurrà il concerto e ci "accordiamo" in un'armonia unica che sfocia in un urlo liberatorio prima di arrivare davanti al pubblico. Io personalmente, quando sono nel mio camerino, guardo la foto di mio padre e ascolto tre v "Dardust" di Antony and the Johnsons che mi "rimette al mondo" ogni volta.
Il 20 settembre, all'Arena di Verona, si chiuderà questo lungo capitolo prima della pausa. Quando si spegneranno le luci dell'ultimo concerto e il pubblico avrà smesso di cantare, quale sarà il primo pensiero che vi attraverserà?
Il primo pensiero sarà al giorno dopo (sorride, ndr), perché il 21 le luci si accenderanno sull'evento "Una, nessuna, centomila", contro la violenza sulle donne. Sicuramente non sentirò il distacco totale dalla musica, e non lo sentiremo: la pausa servirà comunque alla musica, perché siamo fatti di vita e musica e queste due cose saranno un'unica verità che ci farà raccontare sempre storie che, speriamo, attraverseranno il tempo. Ci prendiamo, insomma, del tempo per attraversare al meglio proprio il tempo.
Ai tanti fan che oggi si chiedono cosa succederà dopo, e che magari hanno qualche "paura", cosa vi sentite di dire?
A tutti i nostri fan dico questo: che non bisogna mai avere paura di vivere, soprattutto di vivere senza i riflettori addosso. La vita è quella che attraversiamo tutti i giorni gli uni accanto agli altri, e il momento del respiro, del sollievo, è necessario per essere sempre di più al centro di sé stessi, e di conseguenza al cento delle vite degli altri. Io racconto le vite degli altri e la mia vita, quindi ho un bisogno sfrenato di vivere. Che paura possono avere i nostri fan della vita più bella che ci aspetta?












