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Trento
20 agosto | 18:11

"L'Italia ha paura di macchiarsi con altre culture, in Brasile invece ho scoperto il valore della mescolanza", Venerus si racconta a il Dolomiti: "Voglio cantare la libertà"

Il cantautore Venerus, in vista del suo live in programma il 28 agosto al Trento Live Fest, si racconta a il Dolomiti: "Vorrei lasciare la sensazione di aver sempre cercato la libertà e di aver sempre testimoniato questo sentimento, di aver sempre cercato di portarla come bandiera"

"L'Italia ha paura di macchiarsi con altre culture, in Brasile invece ho scoperto il valore della mescolanza"

TRENTO. "Vorrei lasciare la sensazione di aver sempre cercato la libertà, cercando di portarla come bandiera". Ci sono artisti che passano la vita a cercare una casa e altri che, appena la trovano, sentono il bisogno di aprire la porta. Venerus, che si racconta a il Dolomiti in vista del live del 28 agosto al Trento Live Fest, sembra appartenere al secondo gruppo.

 

Forse perché di "case" ne ha avute parecchie: San Siro, Londra, Roma, Milano e poi il Brasile, che più che un luogo sembra essergli rimasto addosso come una domanda. Ma è forse proprio la libertà a tenere insieme i molti Venerus attraversati negli anni, fino a quello tornato dal Brasile con la scoperta della mescolanza: di persone, culture, storie, suoni. Con l’idea che contaminarsi non significhi perdere qualcosa, ma magari trovarne un’altra.

 

Vale anche per le sue canzoni, che sul palco preferisce non lasciare dove le aveva messe: cambiano vestito, perdono qualcosa, acquistano uno strumento, lasciano che il tempo faccia il suo mestiere. È un modo di intendere la musica, ma forse anche il resto: mescolare invece di conservare, cercare invece di arrivare, diffidare delle caselle. Nel suo studio si è costruito una piccola comune dove numeri, risultati e mode restano fuori dalla porta. Dentro gli amici, gli strumenti e quella libertà che tiene insieme tutto.

 

Venerdì 28 agosto questo viaggio farà tappa alla Trentino Music Arena, nella prima serata del Trento Live Fest, insieme a Gemitaiz (QUI INFO). Venerus ci arriverà con una band, un disco nuovo e vecchie canzoni diventate nel frattempo qualcos’altro. Perché un concerto, racconta, è anche questo: prendere ciò che serve, metterselo dietro e partire. Il resto del viaggio, se tutto funziona, lo fa la musica.

 

Venerus, il tour estivo arriva dopo quello nei club: due dimensioni diverse. Che differenza c'è?

 

Il Club Tour per me ha una dimensione quasi teatrale, di presentazione, di immersione in un viaggio, in un mondo, in una storia. Il tour estivo ha invece una dinamica più di viaggio, nel senso di prendere quello che è necessario, portarlo con sé e spostarsi: c'è questa dimensione itinerante, in cui si affida anche alla musica più lavoro, e gran parte del viaggio mentale lo si fa attraverso le canzoni, gli strumenti, e quello che viene suonato live. Ormai sono un po' di anni che questo percorso prosegue, quindi si tratta sempre di portare avanti una filosofia, condividerla, trasmetterla. E poi entrare in contatto con tante persone, in posti diversi, e vedere come reagiscono a noi, a quello che suoniamo, a quello che vedono e sentono.

 

Parlando le live, come l'ha costruito? Si parte molto dall'ultimo suo lavoro.

 

Esatto, l'ho studiato a partire dall'ultimo disco, dandogli tanto spazio. Però, come dicevo prima, il live, specialmente quello estivo, è qualcosa che continuo a sviluppare negli anni, a sistemare, a riarrangiare. Ci sono sempre le tracce che, tra tutti i dischi che ho fatto, vengono meglio dal vivo, che rendono meglio. Quindi si parte molto dall'ultimo disco, ma poi trovano spazio un po' tutti i dischi che ho fatto. Alla fine ho solo un'ora e mezza, ma credo sia interessante, anche per il pubblico che viene a vedermi, suonare un po' di tutto.

 

Raccogliamo l'assist, le sue canzoni dal vivo cambiano spesso vestito. C'è un pezzo che, dal vivo, le piace particolarmente?

 

Forse c'è un brano dell'ultimo disco che si chiama "Sesso" che in passato lo suonavamo già in una forma che seguiva maggiormente l'arrangiamento, mentre in questo tour l'abbiamo riadattato più per la band, togliendo anche un po' di estetica elettronica, se vogliamo. In questo modo, però, ha un'energia incredibile.

 

Da dove nasce questo desiderio di cambiare abito alle canzoni, a seconda del contesto e del momento? 

 

Cambiano sulla base della ricerca, delle nuove scoperte, anche musicali e tecnologiche, magari degli strumenti che si aggiungono al live e che rimodellano le cose. È comunque un modo per tenere tutto vivo. Le canzoni che ho scritto diventano un'occasione per tenere viva la musica stessa, alla fine.

 

Nella sua storia ci sono stati molti spostamenti: San Siro, Londra, Roma, il ritorno a Milano e anche un'esperienza in Brasile. Quanto entrano i luoghi che ha attraversato in quello che scrive e ce n'è uno che l'ha segnata particolarmente?

 

Il Brasile mi ha particolarmente segnato, sicuramente. Soprattutto per la scoperta di un nuovo modo di vivere la società e di una cultura che conoscevo da lontano, ma di cui non avevo mai fatto esperienza. È una cultura così "mescolata" e che porta tantissimi benefici al vivere quotidiano: oltre al fatto che è un posto bellissimo, ogni persona ha un background completamente differente e questa cosa alleggerisce tantissimo l'animo e il coesistere. Tutto ciò mi ha fatto pensare molto, concettualmente, a tante cose e psicologicamente mi ha fatto vivere dei pensieri che non avevo ancora provato e questo sicuramente si rifletterà nelle cose che scriverò.

 

Che cosa si è portato dento di quella terra, dal punto di vista umano e anche artistico?

 

Il vedere un popolo così mescolato a livello di etnie, di storia, di background. Vedere una società così mista e vedere come questa cosa annulli completamente il giudizio sul prossimo: c'è un'accettazione che qua non abbiamo ancora, perché non siamo ancora abituati al fatto che ogni persona possa essere diversa da noi. Ovviamente non sto dicendo che il Brasile sia un paradiso, anche alla luce della sua storia difficile: penso però che questo mood si proprio una conseguenza positiva derivata da una storia complessa. Cosa intendo? Che una società così mescolata è più capace di stare insieme di una società come la nostra che a tutti i costi vuole rimanere "pulita", se vogliamo, che non vuole "macchiarsi" mescolandosi con altre culture. Questo è un problema veramente molto attuale e lo vediamo sempre più frequentemente, anche con rabbia: questa voglia che ha il nostro Paese di affermarsi come italiano a tutti i costi, magari non vedendo quali siano i grandi benefici della mescolanza. Lì ho visto l'esempio opposto, quello di una cultura che, volente o nolente, si è dovuta mescolare e questa cosa ha portato benefici ovunque: musicalmente, culturalmente, socialmente.

 

Questo discorso sull'identità si può proiettare anche sul mondo artistico. Spesso a chi "rompe la corrente" viene chiesto comunque di rientrare in un solco indicato, e oggi il marketing musicale tende a definire l'artista, dall'immagine alla musica. Lei hai sempre difeso la dimensione della sua originalità: come vive il rapporto con la produzione musicale contemporanea?

 

Mi sono costruito un po' il mio habitat, che alla fine è quasi una piccola comune, se vogliamo. C'è il mio studio, ci sono i miei amici, il mio lavoro. Mi sono costruito uno spazio fisico e mentale dove valgono le mie regole, le mie leggi, le mie filosofie e dove non si pensa alle cose a cui magari il sistema vuole farci pensare. Non si pensa ai risultati, non si pensa ai numeri, non si pensa alle mode. Si pensa a come ci si sente, alla musica che si vuole fare, alla musica che esce e a dove si vuole andare. E comunque c'è spazio per questa cosa: se uno se la crea e poi la porta in giro, ha veramente la possibilità di trasmettere questa energia. È qualcosa che mi raccontano anche le persone quando vengono ai concerti: sentono che c'è un'energia speciale, al di là delle canzoni.

 

Cambiando argomento, c'è qualche artista del passato, italiano o straniero, con cui sente di "dialogare" particolarmente o che l'ha segnata?

 

In realtà non esiste un artista con cui dialogo particolarmente, a cui torno ricorrentemente. Ci sono artisti italiani che ho apprezzato più di altri, tipo Lucio Dalla, che amo molto, però non sono persone con cui continuo a confrontarmi. E lo stesso discorso vale anche per gli artisti stranieri. Di base amo la musica, e la ascolto tantissimo, ma ho il mio percorso e mi confronto molto con quello, però non faccio riferimento a qualcuno. Diciamo che non sono così fan da avere un idolo che poi voglio imitare.

 

Un'ultima battuta. Un artista lascia inevitabilmente qualcosa di sé al suo pubblico, facciamo un gioco di pensiero: se dovesse immaginarsi nel futuro, cosa le piacerebbe aver lasciato?

 

Vorrei lasciare la sensazione di aver cercato la libertà e di aver sempre testimoniato questo sentimento, di aver sempre cercato di portarla come bandiera. Sì, attraverso la ribellione, ma non una ribellione distruttiva: una ribellione costruttiva, capace di tenere svegli gli animi, di avere sempre bisogno di agire veramente per la libertà e nient'altro.

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