"Mi ha rotto il naso, mi ha picchiata perché parlavo con una persona. Mi ha minacciata di morte". Tre anni di violenza e poi la forza di reagire: la storia di Martina
Lei oggi ha 44 anni. Era arrivata dalle Marche alla Val di Non per amore ed è finita in una relazione violenta. Oggi lui ha patteggiato, lei ha scelto di parlare

TRENTO. "Dieci secondi in più e non sarei stata qui a raccontare la mia storia." Martina ripete questa frase più e più volte quando racconta di quell'ultima volta in cui lui le ha messo le mani addosso.
Ci sono foto, ci sono video. Tutto a testimoniare un livello di violenza estremo. Ci sono le parole di una persona che minaccia, che parla di "un lasso di tempo" preciso nel quale "qualcosa succederà".
C'è un lui, violento, che come in quasi tutte le storie di questo genere, le dà della pazza. C'è una lei che tra sudditanza psicologica, dipendenza emotiva e terrore puro, ci ha messo parecchio a metterlo alla porta.
Lui l'ha picchiata, le ha rotto il naso, l'ha fatta finire in ospedale.
Ed è anche per questo che oggi vuole parlare. Perché nessuna, anzi, nessuno, ripete, deve subire quello che ha subito lei.
"Scrivi che non è una questione di genere o di sesso. La violenza non ha sesso e chiunque la subisca è una vittima. In questo caso, il violento era il mio compagno".
Martina ha 44 anni, viene dalle Marche e in Val di Non era arrivata per amore, lasciando la famiglia a settecento chilometri di distanza.
Per tre anni ha vissuto in una mansarda con V.N., oggi 38 anni, operaio. Ha messo i risparmi della vita in quella casa, il posto da cui, un giorno, aveva solo il desiderio di sparire. Una relazione che doveva essere un nuovo capitolo e che invece in tre anni le ha portato via quasi tutto. Il tempo è passato da allora e quel capitolo si è chiuso in un'aula di tribunale.
Lui ha patteggiato due anni e otto mesi per maltrattamenti in famiglia e lesioni, e il giudice ha disposto il divieto di avvicinamento e il braccialetto elettronico.
"Praticamente una pacca sulle spalle - ci racconta Martina - Io ho subito di tutto, ho rischiato la mia vita. E lui ha avuto questo. Ha anche cercato l'accordo economico, sai. Come se qualche migliaio di euro potesse risolvere tutto e farmi dimenticare. Io non dimentico niente".
Martina ha infatti deciso che la sua storia non deve finire dentro un fascicolo. "Io non voglio fare la vittima - ripete -. Voglio solo far capire alle persone quello che succede". È per questo che ha scelto di raccontare, di mostrare le foto, di mandare i vocali, di rendere noti il suo nome e il suo volto.
Noi abbiamo deciso di non pubblicare le immagini che la ritraggono ferita, con i lividi in volto. O i referti, o la denuncia.
Ma ci sono. Abbiamo deciso di tutelare la sua privacy perché non si sia mai. Ma lei vuole parlare. Per raccontare quella che, come dicono anche gli atti, è una violenza che non è arrivata all'improvviso.
Ci sono state le denunce per lesioni e lei era tornata nelle Marche, per poi rientrare in Trentino.
Poi sono arrivati i giorni che il gip di Trento mette in fila nell'ordinanza, il 27 maggio, il 15 luglio, il 9 dicembre e il 19 dicembre.
Ogni volta con un'escalation.
La procura parla di insulti, vessazioni, umiliazioni e percosse, di una gelosia che esplodeva soprattutto dopo l'alcol, di una donna a cui veniva impedito di uscire da sola e che veniva accompagnata anche nei pochi spostamenti fuori casa.
La notte del 19 dicembre, secondo gli atti, in un bar lui l'avrebbe colpita con uno schiaffo dopo averla vista scambiare qualche parola con un avventore.
Poi in auto, in un luogo isolato, l'avrebbe afferrata per i capelli, trascinata fuori dal veicolo e sbattuta a terra, colpendola con numerosi calci alla schiena e al volto, stringendole infine il collo e gridandole "così impari a parlare con gli altri".
All'ospedale di Cles ha raccontato di essere stata picchiata per circa un'ora, con la testa sbattuta sull'asfalto. La diagnosi parla di frattura delle ossa nasali e contusione alla schiena, trenta giorni di prognosi. Ed è quello che è successo dopo che Martina vuole raccontare più di ogni altra cosa.
Nei giorni di Natale, ci spiega, è stata accolta in una casa protetta a Trento. "E poi sono tornata a casa". E tanti diranno "ma come, ma perché?".
Tanti altri e tante altre invece, lo capiranno.
Perché a volte la solitudine vince. La sofferenza ha la meglio sulla consapevolezza. "Andrà meglio", si dice. "Cambierà", si dice. “Meglio che sola”..
"Avevo avuto una crisi di panico, mi sentivo sola, volevo rivedere i miei due cani. Volevo prendere qualche vestito. E allora sono tornata", ci racconta.
Ed è lì che tutto è peggiorato ancora una volta. Forse in modo talmente brutale da permetterle di fuggire definitivamente, con l'aiuto di chi la ama e l'ha sempre amata sul serio.
Martina ci racconta che la famiglia di lui chiamava i carabinieri e i pompieri a ripetizione, sostenendo che volesse addirittura dare fuoco alla casa.
Racconta di essere stata trattata da pazza, di aver sentito la sua autostima finire sotto i piedi e di essersi sentita sola come mai nella vita. “Veniva difeso da chi gli stava accanto in modi assoluto e totale. E appunto la pazza ero io. Anche davanti all'evidenza”.
Racconta che hanno chiamato sua figlia, vent'anni, dicendole che la madre sarebbe stata uccisa. La ragazza è saltata in macchina e ha fatto settecento chilometri per andare a prendersi la sua mamma e riportarla a casa. Millequattrocento in un giorno tra andata e ritorno.
Gli atti riportano che davanti ai genitori di lui e a una pattuglia dei carabinieri avrebbe pronunciato parole che il giudice riporta per intero, "questo è il classico femminicidio".
In un video, dice Martina, si sentono le voci dei militari e quella del padre di lui.
Il giudice, nell'ordinanza, ha ritenuto il suo racconto credibile, coerente e spontaneo, scrivendo che non ci sono elementi di rivalsa e che le foto, i verbali di pronto soccorso e le annotazioni dei carabinieri lo riscontrano. Parla di una violenza di "peculiare rilievo", adottata "senza alcun ritegno".
Una valutazione che per Martina pesa quanto una sentenza, perché dice una cosa semplice, ma non scontata: che le credono.
Eppure c'è un punto su cui non riesce a farsene una ragione. Lei contesta che a chi ha usato violenza possano essere riconosciuti sconti di pena, a maggior ragione quando, racconta, le sarebbero stati offerti seimila euro per chiudere tutto.
Racconta che lui sta seguendo un percorso per uomini maltrattanti, che di quel percorso lei parlava spesso con lui quando stavano insieme e lui negava di averne bisogno.
"L'importante è che sia chiusa", dice. "Anche se lui non pagherà mai quanto deve. E non è una questione di soldi, intendiamoci. Io voglio solo una cosa: far sapere che cosa è successo e non nascondere la polvere sotto il tappeto. Io ho denunciato. Fatelo anche voi. La violenza, fisica o psicologica, deve essere fermata, queste persone vanno fermate. E si possono fermare solo se si denuncia".
"La mia testimonianza sarà una goccia in mezzo al mare, ma se sarà importante anche per una sola persona, ne sarò felice. Parlo a chi oggi pensa che al primo schiaffo basti andarsene, dimenticando che prima dello schiaffo arrivano l'isolamento, le umiliazioni, la lontananza dalla famiglia. Parlo a chi si ritrova nella stessa mansarda, nella stessa solitudine".
"Sono sopravvissuta. E per me è moltissimo", dice. "Ma dieci secondi in più e non sarei stata qui a raccontare cosa mi è accaduto".














