"Vivo nel terrore che mi uccida. Meno di un anno fa mi spaccava la testa sull'asfalto, ora non ha più il braccialetto elettronico ed è decaduto il divieto di avvicinamento"
"Lui andrà in galera, ma non si sa quando - ci racconta Martina, 44enne che ha denunciato il suo ex compagno violento - la beffa quindi è doppia: la condanna è ridicola e prima di andare in carcere è libero di venirmi a tirare una coltellata"

“Lui è libero da tutto. Braccialetto elettronico, divieto di avvicinamento. Nemmeno quello mi hanno lasciato. Zero”.
Martina lo dice con la voce di chi non ha ancora capito come sia potuto succedere. “Andrà in carcere, sì, però quando non si sa. E da oggi a quel momento lui è libero di fare ciò che vuole. Anche di raggiungermi a casa e accoltellarmi, tanto di me sa tutto, sa dove mi muovo e che posti frequento. Quindi io, la vittima, dovrò vivere fino a chissà quando nell'angoscia e nel terrore. Tra xanax e pastiglie per dormire”.
Poi aggiunge, amara: “Questo è il Codice Rosso che tutela le donne in Italia”. Martina è triste, arrabbiata. Spaventata. E non ha paura di dirlo.
L’uomo di cui parla è V.N., 38 anni, l’ex compagno. Quello che diceva di amarla e che è stato condannato per maltrattamenti e lesioni. Avevamo raccontato la sua storia lo scorso 5 ottobre, in QUESTO ARTICOLO.
“Un anno fa mi rompeva il naso e quasi mi uccideva. Un anno dopo è libero di venire a farmi del male di nuovo”.
La sentenza di patteggiamento, 2 anni e 8 mesi di reclusione, pronunciata dal GIP di Trento Gianmarco Giua il 23 settembre, è diventata irrevocabile il 20 ottobre.
Due giorni dopo, il 22 ottobre, l’ufficio del GIP ha comunicato ai carabinieri di Denno che il divieto di avvicinamento, stabilito a 1000 metri, decade e che il braccialetto elettronico va rimosso. Sia l’uno che l’altro erano stati disposti con la sentenza stessa, al posto degli arresti domiciliari.
In sintesi, la sentenza di patteggiamento è diventata definitiva e di conseguenza sono decadute le altre misure, perché V.N. sarà chiamato a scontare la pena residua.
Fino a quel momento, però, non ha né il divieto di avvicinamento né il braccialetto elettronico.
Che la pena debba scontarla è chiaro. Quello che nessuno sa è quando andrà in carcere, e in questo lasso di tempo, tra oggi e il giorno in cui varcherà il portone, lui è libero di fare quello che vuole.
È questo che terrorizza Martina.
Un anno fa le rompeva il naso, la riempiva di botte, la distruggeva. Oggi è libero. Andrà in galera, certo, ma quando?
Per Martina, che oggi ha 44 anni, è stato come ricominciare da capo. Non è bastato quello che ha subito negli anni.
“La cosa brutta è che non è passato nemmeno un anno da quando mi ha spaccato la testa sull’asfalto. Nemmeno un anno”. Il riferimento è alla notte del 19 dicembre 2025. Secondo gli atti, dopo averla vista scambiare qualche parola con un avventore, V.N. l’aveva colpita in un bar con uno schiaffo, poi in auto l’aveva portata in un luogo isolato, trascinata fuori per i capelli, gettata a terra e presa a calci alla schiena e al volto, stringendole il collo.
La diagnosi parlò di frattura delle ossa nasali e contusione al rachide, trenta giorni di prognosi.
“Io sono basita - dice -. Sono veramente basita che non gli abbiano nemmeno lasciato il divieto di avvicinamento. Può venire, darmi una coltellata, massacrarmi di botte. Può fare qualsiasi cosa”. Non parla di minacce ricevute dopo la sentenza, parla di una paura che ha motivo di esistere, perché lei sa meglio di chiunque altro di cosa sia stato capace.
E quella paura ha un peso concreto, ogni giorno. “Io non ho parole. Devo vivere con l’ansia, con lo Xanax, con le pasticche per dormire. Devo vivere facendo attenzione a chiudermi dentro, a chiudere bene la porta. Perché lui potrebbe fare quel che vuole”. Poi quasi una constatazione, senza rabbia: la pelle è la sua. “Agli altri, alla fine, che gliene frega?”.
C’è poi il capitolo della pena, che Martina non riesce a mandare giù. Il giudice ha riconosciuto le attenuanti generiche perché V.N. ha risarcito in parte il danno e ha avviato un percorso di cambiamento. Partecipa ai corsi per uomini maltrattanti.
A questo si aggiunge la riduzione prevista dal rito. Per lei è inaccettabile. “Perché tutti questi sconti di pena, oltre al rito abbreviato o al patteggiamento, che secondo me in questi casi non dovrebbe esistere? Si è comportato bene agli arresti domiciliari, con il braccialetto elettronico, ha fatto un corso per uomini che maltrattano le donne, e quindi è stato premiato. Evidentemente adesso è bravissimo e non è più violento, ha fatto il corso – ironizza Martina -. Una persona con tutti i precedenti che ha, che due volte mi ha mandato all’ospedale. E gli date una medaglia perché si è comportato bene?”.
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La sua conclusione è netta. “Una persona deve essere giudicata per quello che ha fatto, non per quello che fa dopo. Agli arresti domiciliari, con il braccialetto elettronico, ovvio che si comportava bene. Se no gli davano una pena di dieci anni. È assurdo, è assurdo”.
Il 5 ottobre, quando aveva scelto raccontarci la sua storia e di mostrarci le immagini del suo volto tumefatto, Martina diceva: “L’importante è che sia chiusa”.
Oggi la vicenda giudiziaria è effettivamente chiusa.
Resta una pena che per lei è troppo lieve, una data di esecuzione che nessuno sa e un uomo che, nel frattempo, può avvicinarsi a lei quando vuole.
“Cosa devo fare? - si chiede disperata – cosa devono fare le donne che come me si trovano in questa situazione? Aspettare che arrivi qualcuno ad ucciderle? Io ho fatto tutto quello che dovevo, tutto quello che in questi casi consigliano di fare. Eppure non mi sento al sicuro. Per nulla. Ho paura ogni minuto della mia vita. E non è giusto”.














