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| 25 maggio | 20:00

"Quante donne sono morte in attesa dei tempi tecnici? Non voglio essere la prossima. Mia figlia sogna ancora che il padre torni a casa e le faccia del male"

La storia di Giusy che dopo anni di violenze subite, attende che l'uomo che per anni ha minacciato lei e le sue figlie, vada in carcere. "La condanna c'è, ma lui è ancora libero e noi viviamo da anni nella paura. Mia figlia più piccola viene seguita da un terapeuta che la aiuta a superare quello che ha visto e sentito. Che la aiuta con gli attacchi di panico e con la pura quotidiana che papà possa uccidere lei, la sua mamma o le sue sorelle. Come può vivere una bambina così?''

TRENTO. Sono stati anni di violenze, di paura. Paura quella vera. Poi Giusy ha detto basta. Ha chiuso quella relazione che tanto aveva fatto del male a lei, alle sue figlie, alla sua famiglia. Quel marito, quel papà, è stato allontanato. Quando ci racconta la sua storia, e quella delle sue “bambine”, il suo terrore si vede ancora chiaramente. Nei suoi occhi sempre spaventati, nei suoi racconti, nelle lacrime che le scendono quando ci parla delle botte, dei lividi, della paura di essere uccise tutte.

 

Lei è una di quelle donne in attesa. Non pubblichiamo il suo nome e i suoi dati perché Giusy non è ancora salva, sta aspettando che lui vada in galera, che lo vadano a prendere per scontare quei cinque anni di carcere a cui é stato condannato. C'è stata una denuncia, delle indagini, un processo. Ma lei ancora vive ancora con il fiato sospeso, mentre attende che proprio la condanna si faccia reale. Si parla di violenze, di minacce. Di coltelli puntati al collo di una delle figlie, di “se non fai quello che dico io ti ammazzo” detti a delle ragazzine. Di soprusi quelli brutti, che un padre non dovrebbe mai nemmeno vagamente pensare di commettere.

 

Insomma, di traumi, di cicatrici che sono solchi profondi e molto pesanti da portare sul corpo e sull'anima. Di un'ansia vera, reale e purtroppo motivata. Purtroppo Giusy è una donna come molte altre: vive con la paura di essere ammazzata. Perché questo è. C'è una minore, che vive con gli attacchi di panico, che sogna quel papà che torna e le fa del male.

 

“Vorrei che qualcuno parlasse ancora di questo caso per me, per le mie figlie e per tutte le altre donne che stanno vivendo il nostro stesso incubo. Perché ce ne sono. Vorrei che qualcuno ne parlasse perché ho paura. Non per scherzo. C'è una condanna, dovrebbe essere in galera. E invece è in giro che fa quello che vuole”.

 

Giusy è stanca. Giusy ha sulle spalle anni di battaglie mentre ci parla della sua storia. Con un sorriso che ha dell'incredibile, con una fiducia enorme e con una fede incrollabile nel sistema, nelle forze dell'ordine. Con un dolore possente che però sta lì, sempre in sottofondo. Giusy, ci racconta, nasce al sud, si trasferisce in una città del nord, si sposa, mette su famiglia. Ma in quel quadretto che da fuori parla di una assoluta normalità, non funziona nulla. Funziona l'amore di Giusy e la sua tenacia. La sua capacità di tenere tutto in piedi.  Ma quando le porte si chiudono partono le botte, le cinghiate, le minacce con il coltello.

 

“Lui poteva scattare per qualsiasi cosa. Una volta voleva uccidermi per aver offerto un pezzo di pizza a una persona. Prendeva la cinghia e picchiava le ragazze per pochi minuti di ritardo, per un brutto voto a scuola. Per aver fatto una pasta poco saporita”, ci racconta Giusy. “Il nostro matrimonio, la nostra vita familiare, giravano intorno alle violenze. Quotidiane e costanti. Lui me lo diceva sempre che mi avrebbe uccisa e che lui sarebbe andato in galera per quello. Si arrabbiava per ogni cosa. Ogni singola cosa che può venire in mente a una persona. E allora iniziavano le botte. Ce n'era per tutte”. Giusy ha tre figlie. Due più grandi, ormai adulte, e una più piccola. E lui non risparmia nessuna.

 

“Avevamo paura di tutto. Mia figlia grande ogni mattina si svegliava con il terrore che lui mi avesse uccisa di notte. E' stato terribile. E io sono rimasta lì perché in qualche modo pensavo di poter risolvere la situazione, di poter tutelare le mie figlie. Di poterle proteggere. E invece non potevo – dice Giusy tra le lacrime, guardando a terra –. In queste situazioni si sa, va sempre così. Lei resta perché non vede altre soluzioni. Perché c'è la paura di non farcela da sola. C'è la convinzione che qualcosa prima o poi cambi tutto. C'è la speranza che quell'uomo, che è marito e padre, prima o poi rinsavisca”.

 

Passano così gli anni. Tanti. Cinque, dieci, quindici. Le violenze aumentano, le minacce anche. Ma a un certo punto tutto cambia. No, non è lui a rinsavire. Giusy, confrontandosi con una delle figlie, scopre qualcosa che non sapeva ancora. La ragazza racconta alla madre dettagli delle violenze del padre che fino a quel momento aveva tenuto per sé. E per Giusy è la goccia che fa traboccare il vaso: prende il coraggio a due mani e decide di mettere un punto e salvarsi: va a fare denuncia immediatamente e scatta il codice rosso. Lui viene allontanato. Ci sono indagini, c'è un processo. Arriva una condanna per maltrattamenti a più di cinque anni. Ma lui, che mai si è presentato in udienza, diventa introvabile.

 

Nel frattempo Giusy ricostruisce la sua vita un pezzo alla volta.

 

“Ma non ero libera. Tu pensi che sia finita quando fai denuncia e lui viene allontanato, ma non è così. Lui ha continuato a perseguitarci per molto tempo. Perché la condanna ovviamente non è arrivata in cinque minuti. E anche quando ha smesso, per noi non è finita. Perché tanta è la paura che lui possa essere sotto il nostro balcone, che vada a intercettare mia figlia a scuola, che non viviamo più. E' stato così da quando è stato allontanato ed è così anche oggi che è stato condannato. Perché sono passati mesi da quel momento, e lui è ancora in giro. Perché è scappato. Non si sapeva dove fosse. Anche se pubblicava video sui social dove si può vedere chiaramente dove si trovava, con chi era. Come prendeva in giro le persone, come raccontava bugie di ogni tipo. Capace di tornare a farci del male, se volesse, in qualsiasi momento e modo”.

 

“Le forze dell'ordine, ad oggi, dopo mesi, lo hanno individuato e stanno aspettando i tempi tecnici e la burocrazia. Mi hanno sempre dato un aiuto totale e assoluto e mi fido di quello che mi dicono – dice Giusy – so bene che non è colpa di coloro che hanno raccolto la mia denuncia e mi hanno salvata, ma del sistema. Quel sistema che permette che un uomo simile sia in libertà per colpa dei tempi tecnici. Quante donne sono morte in attesa dei tempi tecnici? Non voglio essere la prossima. Non voglio che le mie figlie siano le prossime”.

 

“Io sono felice di quello che ho fatto, di quello che sono riuscita a costruire nonostante tutto, con fatica. Ma non ci sentiamo ancora al sicuro. Anzi. La più piccola viene seguita da un terapeuta che la aiuta a superare quello che ha visto e sentito. Che la aiuta con gli attacchi di panico e con la pura quotidiana che papà possa uccidere lei, la sua mamma o le sue sorelle. Come può vivere una bambina così? E' questo che mi fa più rabbia, sai? - ci dice Giusy -. Come può il sistema lasciare andare una persona condannata per aver fatto del male a quattro donne? Per aver ferito il sangue del suo sangue?”.

 

“Io aspetto – dice infine Giusy – con fiducia, sempre. E con l'amore delle mie figlie”.

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