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Trento
26 settembre | 20:59

"Da ragazza ascoltavo i Beatles ma non ho idoli, quando ho lasciato la Sicilia per il Nord ho scoperto che le mie canzoni potevano diventare un mestiere. E ho un sogno.."

La cantautrice Anna Castiglia porterà a I Suoni delle Dolomiti la sua musica e le sue parole, e si racconta: dalla scelta di lasciare la Sicilia per formarsi a Torino alla Targa Tenco conquistata con il primo album, da cosa significhi essere una cantautrice nel panorama musicale contemporaneo al prossimo album portato in anteprima sulle vette trentine, fino al suo "sogno per il futuro"

Da ragazza ascoltavo i Beatles ma non ho idoli, quando ho lasciato la Sicilia per il Nord ho scoperto che le mie canzoni

TRENTO. "Non credo che debba essere necessariamente il numero o la grandezza del pubblico che ti ascolta a definire la necessità di qualcosa o l’affermazione di un genere". Anna Castiglia parla del cantautorato, ma la frase sembra stare bene anche lassù, dove i numeri contano meno dell’ascolto.

 

Domenica 27 settembre la cantautrice catanese sarà al Passo delle Selle, nel Gruppo della Marmolada, sulla Cresta di Costabella, per I Suoni delle Dolomiti. Un concerto fuori dai luoghi consueti, "alla luce del sole e senza la quarta parete del palco e delle luci", con un set preparato apposta: un trio con Martina Campi, tra fisarmonica, trombone e flauto, e Joe Caruso, chitarra e tromba. Sarà anche il primo banco di prova dal vivo per le canzoni di "La paura in tasca", il secondo album, in uscita il 25 settembre, appena due giorni prima del concerto. Arriva dopo "Mi piace" e una Targa Tenco come miglior opera prima, riconoscimento che Castiglia racconta insieme come gioia e responsabilità: "Vorrei non essere un genitore troppo severo con questo nuovo album".

 

Dentro la sua musica continuano intanto a convivere molte vite. Catania, lasciata cercando "la solita fortuna che muove tante persone dal Sud" e "quell’aria salmastra portata con me": a Torino, dove ha scoperto che proporre le proprie canzoni poteva diventare un mestiere, e oggi a Milano dove vive. E poi samba, swing, rhythm and blues, il musical e quella scuola romana che va da Tiromancino a Sinigallia, Silvestri e Gazzè e Fulminacci. Da giovane? L'amore per i Beatles. Domenica tutto finirà nello stesso zaino, portato in quota. Con le montagne, per una volta, al posto della scenografia.

 

Anna Castiglia, porta la sua musica in un luogo particolare, che impone forse anche un modo diverso di ascoltare rispetto a un club o a un teatro. 

 

Sicuramente lo vivo anch'io come qualcosa di non canonico, di particolare: proprio per questo ho preparato un set ad hoc, in trio, un po' acustico ma comunque con parecchi colori. Ci sarà anche una polistrumentista, Martina Campi, che suonerà fisarmonica, trombone e flauto e Joe Caruso alla chitarra e tromba. Proporrò anche le canzoni nuove, perché l'album uscirà due giorni prima: sarà bello sperimentarle lì, in un contesto più intimo, per quanto immagino ci sarà molta gente, alla luce del sole e senza la quarta parete del palco e delle luci che rende tutto più canonico. Sono stra felice di farlo in un contesto di questo tipo, in mezzo alla natura e circondata dalle montagne.

 

Ha anticipato che c'è un nuovo album in uscita. Cosa può raccontarci?

 

Uscirà il mio secondo album il 25 settembre, si chiama La paura in tasca. Questo concerto non è nel il tour, ma lo anticipa, quindi sarà ancora più importante perché sperimenterò proprio lì dal vivo le canzoni nuove. Dell'album ho già fatto uscire due canzoni che valgono ampiamente come spoiler, perché rivelano un po' il mondo sonoro, tematico e di scrittura che ci sarà. Alcune cose confermano il primo disco, altre invece se ne discostano e sicuramente fanno intuire che c'è un cambiamento. Ho deciso di far uscire soltanto questi due singoli perché mi piaceva l'idea di pubblicare poi un album intero e farlo ascoltare come un unico blocco. Però già queste due canzoni, "Mirò" e "Niente di me", sono sicuramente molto esplicative di quello che si sentirà.

 

Lei viene dalla Sicilia, da Catania, dal mare e dall'Etna, poi ha deciso di spostarti a Torino. Cosa cercava andando verso Nord e cosa è rimasto di quel passaggio e delle sue radici nella sua musica?

 

Mi sembra di aver già vissuto più vite da quando sono andata via da Catania. È cambiato tutto. Quello che cercavo era la solita fortuna che muove tante persone dal Sud, cercavo un'accademia di musical e l'ho trovata a Torino. Sono andata lì insieme a mia sorella, che invece ha studiato circo: credo sia necessario uscire di casa a una certa età e anche fare un'esperienza fuori, indipendentemente poi dalla scelta di tornare oppure no. A Torino ho studiato musical, canto, danza e recitazione, più ambiti che collimano e che mi hanno fatto crescere.

 

Che differenze ha trovato tra la Sicilia e e Torino per quanto riguarda il mondo artistico e le possibilità che offre?

 

Quando abitavo a Catania ero ancora molto giovane e facevo le cover nei locali, tutta la gavetta del piano bar, eventi e matrimoni. Facevo quindi sostanzialmente intrattenimento e il mio lato da cantautrice era ancora molto chiuso nella mia stanza. Magari ogni tanto capitava che facessi un mio pezzo nella scaletta, ma essendo appunto intrattenimento non era facile. Quando sono andata a Torino ho scoperto che si poteva fare questo per lavoro, che si poteva intraprendere la strada delle proporre le proprie canzoni da zero, perché c'erano tanti spazi che lo permettevano.

 

Si spieghi.

 

Non c'erano soltanto locali da piano bar, ma tante rassegne cantautorali e open-mic dove era possibile fare anche soltanto un pezzo, per poi magari arrivare ad un live originale intero. Ricordo molto bene questo passaggio. Ripensando alla Sicilia, forse non mi sono nemmeno data il tempo di provare a scoprire lì questa dimensione, perché allo stesso tempo sono stata attratta dal musical e sono andata al Nord. Però a Torino ho portato tantissimo di quello che avevo preso a casa mia: quell'aria salmastra, le radici, che ancora oggi rappresenta un bagaglio enorme. L'infanzia, credo che valga come due o tre vite, pesa tantissimo su tutto il resto della nostra esistenza: e forse questo legame con quelle vite si è fortificato ancora di più quando sono salita. Non necessariamente nei contenuti, ma un po' del sapore delle mie canzoni lo porto da casa mia.

 

"Mi piace" è stato un esordio importante, fino alla Targa Tenco. Un riconoscimento del genere dà più libertà al disco che viene dopo oppure aggiunge anche pressione e aspettative?

 

Entrambe le cose. Mi ha dato tanta gratitudine, sicuramente dei momenti di enorme soddisfazione e felicità, perché è un premio a cui ambivo da tantissimo e non me l'aspettavo nemmeno. Dall'altro lato sì, mi ha dato anche un bel po' di pressione, un senso di responsabilità, un peso. Ci sono tante aspettative nei confronti di questo secondo disco: forse sono io quella che ne ha di più, magari gli altri non si aspettano nulla e nemmeno ci fanno caso. Io invece penso al fatto che sto per far uscire un secondo album e mi aspetto tanto, proprio perché il primo mi ha dato molte soddisfazioni. Vorrei però non essere un genitore troppo severo con questo album, ecco.

 

In "Ghali" ironizzava sui cantautori che "si vendono nell'App" e fanno pochi ascolti "per colpa della trap". Cosa significa oggi fare la cantautrice in questo panorama musicale?

 

Ovviamente io sono dentro questa bolla e penso che i cantautori vengano ascoltati da tanti. Non penso soltanto a me: penso anche ad artisti che stanno veramente esplodendo, come Marco Castello. Quello è un cantautorato molto attuale, molto bello, che parla tantissimo dell'attualità e della nostra generazione. Effettivamente secondo alcuni rimane ancora una piccola bolla, però non credo che debba essere necessariamente il numero o la grandezza del pubblico che ti ascolta a definire la necessità di qualcosa o l'affermazione di un genere. Se ci sono meno persone, ma continuano a seguire tantissimo questo genere, vanno ai concerti, ascoltano e comprano i dischi, secondo me il cantautorato esiste. Trovo anche un po' faticoso fare sempre il paragone con il grande pubblico televisivo e mainstream, perché anche l'altro pubblico esiste e non credo che si possa definire tale soltanto quando supera miliardi di ascoltatori. Un pubblico, anche se meno numeroso, esiste e rivendica i suoi generi.

 

Con l'esperienza di "Canta Fino a Dieci" avete scelto la cooperazione come risposta al gender gap nel mondo della musica e dell'arte. A distanza di quasi cinque anni, ha la sensazione che qualcosa sia cambiato oppure certe dinamiche persistono?

 

Certe dinamiche persistono e ce le portiamo ancora dietro. Allo stesso tempo, però, vedo che le cose stanno cambiando. Se penso alle tante cantautrici che stanno facendo strada, che stanno emergendo e che finalmente vengono notate, sicuramente qualcosa sta succedendo. Questo non significa che possiamo abbandonare l'idea del collettivo, perché serve ancora: soprattutto serve molto a noi per ridimensionarci, staccarci un attimo dal nostro ego e pensare a qualcosa di più collettivo. Però sì, noto dei cambiamenti ed è giusto notarli: non bisogna vedere soltanto le cose negative e le differenze di genere che ancora esistono, ma anche i successi delle cantautrici, che secondo me adesso sono più che evidenti. Non si può più dire che le cantautrici non esistano e ci sono dei traguardi che sono stati raggiunti.

 

Nella sua musica si percepisce molta libertà, sia musicalmente sia dal punto di vista compositivo. Quali sono i suoi riferimenti? C'è qualche artista che, più degli altri, ha segnato il suo percorso?

 

È difficile da inquadrare, perché spesso quello che mi ispira musicalmente è qualcosa che ho ascoltato di passaggio e non necessariamente coincide con gli artisti che ho ascoltato o ammirato di più. A volte gli artisti mi piacciono anche per il loro modo di vivere la musica a livello umano e sociale, non soltanto per le canzoni che fanno. Può piacermi tantissimo un artista senza che io scriva mai qualcosa di simile: mi piace ascoltarlo, ma non necessariamente fare quella musica. Sono tante poi le cose che mi influenzano nella scrittura, e tra gli artisti che mi hanno segnata c'è sicuramente tutta la "seconda" scuola romana: Tiromancino, Riccardo Sinigallia, Daniele Silvestri, Max Gazzè. Quella scuola, insomma, mi ha segnato molto. Parallelamente c'erano i Beatles, di cui ero una grandissima fan al liceo e nel frattempo mio padre mi faceva ascoltare tutta la musica degli anni Ottanta. Sono veramente tante, insomma, le influenze e poi c'è tutto quello che ho scoperto dopo: la nuova scuola romana come quella di Fulminacci. Se devo riassumere (sorride, ndr), davvero qualunque cosa può ispirare la scrittura ma sono poche, invece, gli artisti che considero degli idoli.

 

Prima di salutarla. È giovane, ha un sogno nel cassetto che vorrebbe realizzare?

 

Mi piacerebbe prima o poi avere uno spettacolo più ampio rispetto a un concerto canonico, riuscire a mettere in scena qualcosa che possa contenere anche tutta la mia passione per il teatro e il musical. Se proprio dobbiamo sognare: una big band, un team di persone, i ballerini, il tip tap. Quello sarebbe un sogno bellissimo: mettere in scena un grande spettacolo musicale che possa unire il cantautorato e il teatro.

 

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