"Non è scomparso, è solo più silenzioso". Dai villaggi del Caucaso un canto che attraversa i secoli: Naneishvili racconta a il Dolomiti un viaggio nell'anima profonda della Georgia
L'etnomusicologa georgiana Nino Naneishvili, direttrice del coro femminile Ialoni, racconta a il Dolomiti il suo viaggio nelle radici della musica tradizionale del suo Paese: "Non può essere compresa studiando registrazioni o strutture musicali, ma è inseparabile dalle persone che la custodiscono, dai loro ricordi, dalle loro vite, dai loro rituali e dal loro rapporto con il mondo che le circonda"

TRENTO. "Non è scomparsa, è semplicemente diventata più silenziosa". L'etnomusicologa georgiana Nino Naneishvili, direttrice del coro femminile Ialoni, parla così della musica tradizionale del suo Paese. E e mentre lo dice, in una lunga intervista concessa a il Dolomiti, viene quasi naturale pensare che certi silenzi abbiano semplicemente bisogno del posto giusto per tornare a farsi sentire. Le montagne, per esempio. Il 26 settembre in località Tresca, nel Gruppo Cornacci sul Monte Agnello, toccherà alle loro voci riempirli, nell'ambito dei Suoni delle Dolomiti.
Ensemble nato nel 2009 e diretto dalla stessa Naneishvili, Ialoni porta con sé dal Caucaso una polifonia che non vuole essere reliquia né esercizio di nostalgia: perché le tradizioni, se le si chiude in una teca, magari si conservano. Ma smettono anche di respirare. E invece, racconta Naneishvili, in Georgia respirano ancora: nei villaggi, nelle regioni, nelle persone che custodiscono canti, rituali e memoria. E loro vanno a cercarle, le registrano, le ascoltano e le imparano. Poi provano a fare la cosa più difficile: rispettare ciò che è stato senza aver paura di ciò che è.
Otto dischi, centinaia di concerti nel mondo e una convinzione: una musica può attraversare lingue e confini quando trova “un percorso diretto verso l’ascoltatore”. Ialoni significa alba. E Naneishvili vorrebbe che queste voci facessero proprio questo: portare un po’ di luce.
Naneishvili, la polifonia tradizionale georgiana affonda le sue radici in un contesto culturale molto specifico, ma nel corso degli anni avete portato la vostra musica in molti Paesi diversi. Come reagisce il pubblico?
Quello che trovo particolarmente affascinante è osservare come la musica tradizionale georgiana venga percepita nei diversi Paesi e notare le differenze tra i vari pubblici: le differenze non riguardano tanto la musica in sé, quanto piuttosto la capacità dell’ascoltatore di accoglierla: il suo livello di preparazione, apertura e maturità, sia intellettuale sia emotiva. L’ho notato soprattutto attraverso i workshop che conduco con gli studenti in diversi Paesi, avvicinandoli alla musica georgiana e lavorando con coloro che ne sono realmente interessati.
Avete trovato qualcosa di universale nel modo in cui le persone reagiscono a questa musica?
Se dovessi individuare un elemento comune, direi che è l’effetto quasi magico che le melodie georgiane possono avere sulle persone: l’armonia, il canto collettivo e l’esperienza del canto a cappella sembrano avere un effetto molto universale sul nostro equilibrio psicologico. Forse questo è legato anche al nostro particolare modo di esibirci: siamo tutte donne e uno dei punti di partenza del nostro lavoro è coltivare prima di tutto un’armonia interiore dentro di noi, ed esprimerci con sincerità e autenticità. Quando quello stato interiore è autentico, crea un percorso diretto verso l’ascoltatore: lo raggiunge senza bisogno di spiegazioni o traduzioni e tocca qualcosa di molto profondo dentro di lui.
Quanto è ancora viva questa tradizione musicale nella Georgia di oggi?
Vedo che in passato la musica tradizionale era molto più viva nella quotidianità in Georgia: molte famiglie erano solite cantare e le persone partecipavano attivamente allo sviluppo e alla trasmissione delle proprie tradizioni musicali. Oggi è invece diffusa la percezione che questa cultura sia scomparsa, ma io direi che non è così: è semplicemente diventata più silenziosa. È ancora viva, respira ancora, e ci sono molte persone che portano avanti questa tradizione nei diversi villaggi e nelle diverse regioni del Paese.
Torniamo a voi: una parte importante del vostro lavoro consiste nel viaggiare attraverso le diverse regioni del Paese e incontrare proprio chi custodisce queste tradizioni. Perché è importante tornare alle radici?
Credo che per chiunque studi e si occupi di musica tradizionale sia essenziale tornare a queste radici: capire da dove provengono, in quali condizioni si trovano oggi, di quale tipo di sostegno abbiano bisogno da parte nostra e, cosa altrettanto importante, che cosa dobbiamo fare noi stessi per non perderle.
Come si svolge concretamente questa ricerca?
Incontrare ciascuna di queste persone straordinarie è prezioso, è come bere da una sorgente d’acqua fresca: qualcosa che ci rinnova e ci rivitalizza. Registrare diverse versioni della stessa canzone, confrontarle, studiarle e lavorarci può rivelare una ricchezza straordinaria. Ma forse, soprattutto, abbiamo bisogno di cantare e parlare con le persone che custodiscono queste tradizioni come parte dei loro rituali e della loro vita quotidiana, e di fare esperienza, almeno in parte, della loro visione del mondo e del loro modo di essere.
Quanto conta, quindi, l’incontro umano?
Per me è essenziale: la musica tradizionale non può essere compresa pienamente semplicemente studiando registrazioni o strutture musicali. È inseparabile dalle persone che la custodiscono, dai loro ricordi, dalle loro vite, dai loro rituali e dal loro rapporto con il mondo che le circonda.
Alcuni di questi incontri sono entrati anche nel suo ultimo libro.
Esattamente, ho raccontato alcuni di questi incontri che spero avrete l’opportunità di scoprire. Parla delle nonne georgiane che ho incontrato in diverse regioni del Paese: donne che mi hanno insegnato non soltanto qualcosa sulla musica, ma anche sulla resilienza e sulla forza dello spirito umano. Ho dedicato il libro a mia nonna e a tutte le nonne che hanno contribuito a plasmare il mio sviluppo psicologico ed emotivo. È bilingue e sarei molto felice se potesse far conoscere ai lettori un’altra dimensione della Georgia: la sua cultura, le sue tradizioni e, soprattutto, le persone straordinarie che le mantengono vive.
La vostra attività punta però non soltanto a preservare la musica tradizionale, ma anche a darle nuova vita. Come trovate il giusto equilibrio?
Trovare il giusto equilibrio tra il rispetto della musica tradizionale e il darle nuova vita è un processo estremamente delicato, che richiede grande attenzione. Richiede gusto raffinato, conoscenza profonda e, naturalmente, esperienza: con il tempo, l’esperienza ci aiuta a sviluppare queste forme, ma penso che la cosa più importante sia che l’ensemble e il suo direttore musicale sentano davvero il repertorio che esegue.
E come avviene la scelta del repertorio?
Dovrebbe nascere naturalmente dal carattere e dal linguaggio artistico dell’ensemble: esistono migliaia di canti e inni straordinari, ma non necessariamente possiamo farli tutti nostri. È un po’ come con l’abbigliamento: si può ammirare il lavoro di molti stilisti diversi, ma un determinato stile può semplicemente non essere adatto a noi o risultare innaturale indossato da noi. Prima di tutto bisogna conoscere se stessi: il proprio mondo interiore, ciò che si vuole esprimere, quale linguaggio musicale si vuole parlare e quale stile vocale e artistico ci appartiene realmente.
Quanto è importante confrontare questa eredità musicale con il presente?
Domanda interessante: pur attribuendo un valore profondo a ciò che abbiamo ereditato dal passato, dobbiamo rispettare anche il presente, la realtà in cui viviamo e i valori e le questioni che ci riguardano oggi. Un’interpretazione, per esempio, può talvolta risultare più sviluppata dal punto di vista armonico rispetto alle versioni eseguite da altri ensemble, ma questo fa parte della nostra identità e della nostra impronta artistica.
Un concetto chiave per Ialoni è quello di “varietà”.
Prestiamo inoltre grande attenzione alla diversità, compresa quella timbrica: è qualcosa che abbiamo esplorato persino nei nostri costumi di scena e negli abiti ispirati alla tradizione. Quando gli stilisti hanno creato i nostri costumi, abbiamo scelto deliberatamente una varietà di colori, perché spesso gli ensemble georgiani si erano presentati sul palco con una gamma cromatica molto più uniforme. Per noi era importante preservare il legame con la tradizione, permettendo allo stesso tempo una maggiore individualità e diversità.
E lo stesso principio riguarda le singole voci?
Sì, lo stesso principio vale per il canto. Attribuisco grande importanza al timbro vocale e al riconoscimento del carattere individuale di ogni cantante, della sua personalità e del suo modo di utilizzare la voce. Naturalmente lavoriamo insieme affinché queste qualità individuali diventino parte di un suono d’ensemble coerente.
Quanto è importante arrivare ad avere un’identità riconoscibile?
Credo che un ensemble debba sviluppare una propria identità artistica chiaramente riconoscibile: una propria nicchia musicale e una firma distintiva. Vorrei che qualcuno, ascoltando poche frasi, potesse dire immediatamente: questo è Ialoni, non un altro ensemble.
Accanto all’attività concertistica organizzate masterclass e progetti educativi.
Le masterclass e i progetti educativi sono estremamente importanti, perché attraverso l’insegnamento impariamo anche noi. Sperimentiamo metodi e approcci differenti e ogni incontro ci insegna qualcosa di nuovo. C’è una gioia particolare nel vedere gli occhi di una persona illuminarsi gradualmente: significa che, attraverso la musica, abbiamo toccato qualcosa nel suo mondo interiore e forse abbiamo portato un po’ più di luce, coraggio, forza o pace nella sua vita.
Che cosa nasce dallo scambio con persone provenienti da contesti culturali diversi?
Attraverso questo tipo di scambio culturale nasce qualcosa di profondamente umano: l’empatia, la comprensione reciproca e una consapevolezza più profonda dell’importanza e della forza del sostegno sociale. La musica possiede un potere unico nel creare queste connessioni. Insegnare la musica tradizionale georgiana a persone provenienti da contesti culturali diversi ci ricorda che, nonostante le nostre differenti storie ed esperienze, esistono cose profonde che possiamo condividere attraverso il suono, l’emozione e l’esperienza musicale collettiva.
Avete esplorato anche forme e linguaggi che vanno oltre il tradizionale contesto concertistico, arrivando alla televisione. Che esperienza è stata?
Esplorare nuove forme e nuovi linguaggi al di là del tradizionale contesto concertistico, compresa la presentazione di composizioni sperimentali in un programma televisivo prodotto dall’emittente pubblica georgiana, è stata per noi un’esperienza molto interessante. La televisione ci offre infatti la possibilità di raggiungere un pubblico molto più ampio, comprese persone che non hanno un legame professionale con la musica tradizionale. Questo è particolarmente importante perché un tempo la musica tradizionale era profondamente intrecciata alla vita quotidiana in tutta la Georgia mentre, come dicevamo prima, ad un certo punto si è progressivamente separata dalla quotidianità ed è stata percepita sempre più come qualcosa appartenente a un ambito culturale specialistico.
Oggi vede un'inversione di questa tendenza?
Credo che oggi stia gradualmente tornando a occupare un posto più naturale nella società: come valore culturale vivo e importante, anziché come qualcosa riservato esclusivamente agli specialisti o ai palcoscenici dei concerti. Per noi, quindi, è molto significativo raggiungere ascoltatori che altrimenti potrebbero non incontrare questa musica: ciò offre alla musica tradizionale l’opportunità di riconnettersi con un pubblico più ampio e di tornare a far parte della vita contemporanea.
Ialoni è un ensemble interamente femminile. Quale ruolo hanno avuto le donne nella conservazione e nella trasmissione delle tradizioni musicali georgiane?
Le donne hanno sempre svolto un ruolo estremamente importante in quest'ambito: crescono i figli e, attraverso la vita familiare, trasmettono naturalmente da una generazione all’altra canzoni, suoni, storie e modi di sentire. Il loro ruolo nello sviluppo della società è quindi enormemente importante. Credo che l’energia femminile, con la sua combinazione di dolcezza e forza, possa contribuire profondamente al carattere emotivo e alla resilienza di una società. La musica stessa possiede una qualità simile: può calmarci, rafforzarci, incoraggiarci e darci un senso di connessione.
Un esempio particolarmente significativo è quello delle ninne nanne di cui parlava poc'anzi?
Esattamente, ciò è particolarmente evidente proprio nella tradizione georgiana delle ninne nanne. L’etnomusicologa e cantante Nina Kalandadze, che ha supervisionato la mia ricerca di dottorato, ha dedicato un importante lavoro a questo tema e ha sottolineato il significato della ninna nanna cantata da una madre al proprio bambino. Non semplicemente come forma musicale, ma come un atto attraverso il quale la madre calma il bambino, lo rassicura e, in un certo senso, gli offre la forza emotiva di cui ha bisogno per affrontare la vita. E questo mi porta a quella che ritengo essere la missione centrale di Ialoni.
Si spieghi meglio.
Per me la musica tradizionale georgiana è sempre stata legata al sole: fin dall’inizio della mia vita artistica l’ho considerata qualcosa di luminoso, qualcosa che porta con sé calore e luce. Il nome stesso Ialoni rimanda all’alba, al sorgere del sole e vorrei che il nostro lavoro, per tutto il tempo in cui continueremo lungo questo cammino, fosse come quel sole che sorge: capace di illuminare i cuori, le anime, le emozioni e le speranze delle persone.
Che cosa vorrebbe lasciare, attraverso questa musica, al futuro?
Vorrei che la musica che facciamo, e in particolare la musica tradizionale georgiana, portasse luce e consolazione nel mondo interiore del maggior numero possibile di persone. È questa la missione che sento più profondamente: non semplicemente conservare qualcosa di bello appartenente al passato, ma permettergli di continuare a vivere, a risplendere e a dare forza alle persone di oggi. E per questo continueremo a dare tutto ciò che abbiamo.













