"Una risata non salverà il mondo e la mia vita è un treno. Chiambretti? Un folle, ma apollineo". Alessandro Ciacci si racconta a il Dolomiti da Lol 5 all'intelligenza artificiale
Il comico e autore Alessandro Ciacci, in scena al Teatro Capovolto il suo spettacolo 'Fricassea'. si racconta dall'esordio in un piccolo locale al palcoscenico di Zelig, fino all'approdo allo show televisivo Lol 5 e all'avventura con Piero Chiambretti: " Non credo che una risata salverà il mondo: può far tremare qualcuno, ma il comico non è il Messia e il mondo non sarà un posto migliore grazie a lui"

TRENTO. Ci sono piatti che non si raccontano con la ricetta. Puoi dire che cosa c'è dentro, ma non riuscirai mai a spiegare perché funzionano. La comicità, in fondo, somiglia a una fricassea: prende ingredienti lontani, li mette sullo stesso fuoco e aspetta che trovino un equilibrio.
Alessandro Ciacci ha scelto questo nome per il suo nuovo spettacolo che andrà in scena venerdì 7 agosto al Teatro Capovolto di Trento (INFO).
Dopo la scoperta della risata grazie alla vittoria "per puro caso" in un festival di umorismo nonsense, l' esordio sul palco dello Zelig, la vittoria a Lol Talent Show e l'approdo nel cast di LoL 5, oltre alla recente esperienza televisiva al fianco di Piero Chiambretti su Rai 3, il comico continua a considerare il teatro la sua vera casa.
"La risata è la ricompensa che mi impegno a garantire agli spettatori in cambio della loro fiducia e del loro tempo", racconta nell'intervista a tutto campo concessa a il Dolomiti.
Un dialogo che attraversa il mestiere del comico, gli anni della gavetta, il rapporto con il pubblico e il valore del palcoscenico nell'epoca dell'intelligenza artificiale. Perché, come dice lui stesso, "nessuna macchina potrà mai sostituire il piacere di ritrovarsi in un teatro, stretti gomito a gomito, a respirare la stessa aria".
Alessandro Ciacci, "Fricassea" è un titolo curioso. Perché ha scelto proprio questa parola e si svela il filo rosso che tiene insieme tutti gli ingredienti?
Il termine fricassea è preso proprio dall’ambito culinario. È un piatto alquanto sui generis, composto da tanti ingredienti anche molto diversi tra loro, una ricetta talmente peculiare che è diventata sinonimo di guazzabuglio, di mescolanza confusa di varie cose: esattamente come il mio spettacolo dove i monologhi si fondono agli sketch, le voci registrate agli spot pubblicitari. Con la differenza, però, che nello spettacolo è tutto previsto e organizzato, nulla è lasciato al caso. Il filo rosso è proprio il risultato finale che viene “servito” agli spettatori: uno spettacolo che vuole essere un viaggio a 360 gradi nella comicità più sfrenata.
Raccogliamo l'assist, lei racconta che la comicità è arrivata nella sua vita quasi per caso, con un festival di umorismo nonsense vinto nel 2015. Quando ha capito che far ridere sarebbe diventata una parte fondamentale della sua identità artistica e cosa rappresenta oggi per lei la risata?
Ci ho messo un po' di anni ad accettare la comicità, devo essere sincero, perché non era prevista e non volevo fare il comico "da grande", per cui è stato un rapporto non sempre pacificato. È cambiato tutto dopo una pausa di un paio d’anni che mi sono imposto, dove ho avuto modo di guardare con nuovi occhi e un nuovo approccio questo lavoro. La risata è innanzitutto la ricompensa che mi impegno a garantire agli spettatori in cambio della loro fiducia e del loro tempo, poi certo un modo di affrontare la vita, che non va mai e poi mai presa sul serio.
Oggi la comicità ha ancora una funzione sociale a suo avviso?
Temo di essere un po' troppo cinico, per cui dico: no, non credo che una risata salverà il mondo. Può far tremare qualcuno, ma il comico non è il Messia e il mondo non sarà un posto migliore grazie ai comici. Certo ha una funzione di sopravvivenza, che non è meno importante, magari non cambia il mondo ma ha il potere di cambiare nel piccolo la giornata di un individuo e aiutarlo a superare i momenti difficili.
Nel suo percorso c'è anche una tappa simbolica: il palco dello storico Zelig di viale Monza. Che emozione è stata salirci e quali sono stati i comici che l'hanno segnata?
L’emozione è stata unica e indescrivibile, considerando quanto lo Zelig abbia plasmato una generazione non solo di comici ma anche di spettatori: a casa mia, quando ero piccolo, Zelig era un appuntamento imprescindibile, tutta la famiglia religiosamente davanti alla tv a ridere sguaiatamente. Per cui essere su quel palco e in quei camerini è stato davvero emozionante. Se parliamo di comici di Zelig, prendo come punto di riferimento e in un certo senso “ispiratori” Antonio Ornano e Giorgio Melazzi. Mentre da piccolo avevo un debole per Flavio Oreglio e la gara di battute di Pozzoli-De Angelis.
Poi è arrivata la vittoria a Lol Talent Show, seguita dall'esperienza nel cast di Lol 5. Come è nata quell'occasione e cosa ha provato quando ha capito che i sogni dei vent'anni stavano davvero prendendo forma?
Secondo me la vittoria a Lol Talent è nata almeno dieci anni prima, quando ho iniziato sempre più seriamente a esibirmi come monologhista comico. Venivo da anni di teatro di prosa, ma con la stand up ho avuto modo di farmi le ossa, la famigerata “gavetta”, nei posti più astrusi e difficili, serate che mi hanno permesso di affinare sempre più gli strumenti di scrittura, gestione del palco e improvvisazione. La proposta del Talent è arrivata, immagino, perché un minimo di credibilità nel panorama stand up ero riuscito a ritagliarmela, ma soprattutto quando ero pronto io ad affrontarla, anni prima non l’avrei neanche presa in considerazione. Invece, puntata dopo puntata, ho potuto mettere in campo tutti gli insegnamenti acquisiti fino alla finale. Diciamo che, con il senno di poi, quelle serate hanno avuto la loro utilità.
E poi l'abbiamo apprezzata a fianco di Piero Chiambretti nel programma "Donne sull’orlo di una crisi di nervi".
Chiambretti, a tutt’oggi, è il più grande professionista con cui abbia mai lavorato. Un vero e proprio Maestro, maiuscolo, un esempio di competenza, rigore e mestiere: davvero, guardarlo all’opera dietro le quinte è più utile di un master accademico. Poi è completamente folle, certo, ma di una follia apollinea e ben strutturata. Gli sarò grato per sempre perché mi ha voluto senza esitazioni come ospite fisso nel suo programma, dandomi peraltro uno spazio da protagonista. Sono state sei settimane indimenticabili, uno staff meraviglioso, insomma, un’esperienza che rifarei domani.
Oggi la conoscono in tanti grazie alla televisione, ma lei arriva dal teatro. Che cosa cambia nel far ridere davanti a una telecamera rispetto a una platea e dove si sente di esprimere meglio se stesso?
A cambiare è soprattutto il ritmo, anche dettato dal tempo a disposizione. Il live, il palco, continua ed essere la mia dimensione preferita, il mio habitat, proprio perché ho a disposizione tutto il tempo di cui ho bisogno: posso interrompere un monologo per improvvisare con gli spettatori, oppure testare nuove battute o nuove digressioni inserendole all’interno del testo, lasciarmi sorprendere io stesso da intuizioni che nascono nel corso dell’esibizione e seguirle per scoprire dove portano. In televisione invece bisogna essere fedeli al testo fino alle virgole, per non sgarrare di un secondo dalla tabella di marcia. È un altro linguaggio, bellissimo sia chiaro, ma diverso.
In un'epoca dominata dagli algoritmi e dall'intelligenza artificiale, "Fricassea" lo definisce un atto di resistenza creativa. Alla fine, qual è la cosa che un comico su un palcoscenico potrà sempre fare meglio di qualsiasi macchina?
Di sicuro l’intelligenza artificiale per ora, meglio specificare, non è in grado di scrivere monologhi comici o battute per cui, sempre per ora, i comici possono dormire sonni tranquilli. Nessuna macchina potrà mai e poi mai sostituire il piacere di ritrovarsi in un teatro o in un locale fisicamente, stretti gomito a gomito, a respirare la stessa aria, a condividere la stessa eccitazione nell’attesa che inizi lo spettacolo, o la stessa gioia catartica negli applausi finali. La risata vive di condivisione partecipata, viene amplificata, può nascere inaspettatamente. E quella cosa lì nessuna macchina può sostituirla. Per ora.
Ha detto che la sua vita è come un treno in corsa, in cui a ogni fermata qualcuno sale e qualcuno scende. Se dovesse scegliere una stazione che ha cambiato davvero il suo percorso artistico e una verso cui sta ancora viaggiando, quali sarebbero?
La tentazione di rispondere con la "stazione Lol Talent" è tanta, perché mi ha permesso un passaggio di stato dal circuito off dei locali a quello più strutturato dei teatri, ma vorrei risalire ancora più indietro alla fermata che ha davvero cambiato tutto: dicembre 2015, sul palco del "Locura", un localino in provincia di Rimini, in cui sono salito per la prima volta a fare i miei primi 5 minuti di stand up. Da lì nulla è stato più come prima. Per quanto riguarda quella verso cui sto viaggiando mah, diciamo che preferisco non organizzare troppo i viaggi perché mi piace improvvisare e sperimentare, per cui sono curioso anche io di scoprire quale sarà la prossima tappa.














