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Trento
23 luglio | 20:59

"Il discorso pubblico è sparito, ma nessuna lezione: quelle le danno politici e preti", Natalino Balasso a il Dolomiti: "Quando un artista vuole insegnare, è un mitomane"

Natalino Balasso racconta il suo ultimo spettacolo che andrà in scena al Teatro Capovolto venerdì 24 luglio e si racconta a il Dolomiti: "Il medioevo non è mai finito, quando andiamo sui social a dire la nostra opinione o a mettere le nostre foto, non ci rendiamo conto che diventiamo merce, questa è la vera servitù dell'oggi"

TRENTO. "Quando un artista si mette in mente di insegnare qualcosa, credo che sia diventato un mitomane". La prima cosa che colpisce è il tono. Natalino Balasso risponde al telefono senza alzare mai la voce, con quella calma quasi disarmante che rende ancora più taglienti le sue parole. Ogni tanto lascia scivolare un sarcasmo asciutto, appena accennato, poi riprende il filo del ragionamento come se stesse costruendo un discorso più che un'intervista.

 

Del resto è proprio il discorso, quello pubblico, il cuore del suo nuovo spettacolo. O meglio, la sua scomparsa. "Oggi non c'è più", dice, sostituito da uno spettacolo permanente in cui politica, social e vita privata finiscono per confondersi fino a diventare indistinguibili.

 

È da questa riflessione che nasce "Appunti per un discorso pubblico", il monologo che venerdì 24 luglio debutterà in anteprima assoluta al Teatro Capovolto di Trento (QUI INFO).

 

Un lavoro che attraversa fake news, algoritmi, commercio, potere e democrazia con lo sguardo surreale che da sempre caratterizza il teatro di Balasso. Per dire alla fine che "il medioevo non è mai finito, ha solo cambiato i connotati". E per descrivere un presente in cui "la fama ha preso il posto della nobiltà, la merce ha preso il posto della Chiesa, le multinazionali hanno creato a cascata caroselli di valvassori e valvassini in cerca di posizionamento e reputazione".

 

Il tutto senza pretendere di impartire lezioni, perché "quello lo fanno i politici o i preti", ma provando a incrinare qualche certezza e a restituire al pubblico il piacere del dubbio.

 

"Appunti per un discorso pubblico": già il titolo incuriosisce. Che spettacolo dobbiamo aspettarci? Si ride, si riflette, ma soprattutto sembra che vengano messe in discussione molte cose.

 

Più che altro è la sfera del discorso a essere messa in discussione e potrebbe essere anche una piccola fortuna per il pubblico di Trento: si intitola Appunti perché è uno spettacolo mai rappresentato e verrà portato nelle stagioni teatrali soltanto fra più di un anno, quindi questa è un'anteprima assoluta. Il discorso pubblico oggi, secondo me, non c'è più e quello a cui assistiamo è spettacolo, come lo intendeva Debord: una rappresentazione che mi sembra sempre più un "tiramento" del privato. Parliamo infatti indifferentemente delle vicissitudini matrimoniali dei politici e delle loro idee, e ho l'impressione che ormai sia tutto show.

 

Scrive che ormai è scomparsa la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata: abbiamo smesso di vivere davvero le esperienze intime o, semplicemente, non riusciamo più a custodirle a suo avviso?

 

Quando io parlo del privato lo intendo nell'accezione etimologica del termine, quella che deriva dalla privazione: qualcosa che non abbiamo ben presente, perché è una sfera del pensiero che spesso non confessiamo nemmeno a noi stessi. Ho appena terminato la lettura di "Uno, nessuno e centomila" di Pirandello, di cui ricorre il centenario. C'è una cosa che dice Pirandello e che non è affatto scontata: quando tu ti guardi allo specchio non sei vivo, non stai vedendo te stesso vivo. Per atteggiarti devi sospendere la vita, sei come una statua: ti metti in posa davanti allo specchio anche se a guardarti sei soltanto tu. Quindi non vedi te stesso come sei realmente, ma come vorresti apparire, anche se chi ti guarda sei tu, e comunque ti vedi come un estraneo. Credo che i social siano l'immagine perfetta dello specchio.

 

Si spieghi meglio.

 

Intendo che la gente, sui social, in realtà non parla degli altri, non vuole vedere gli altri: vede soltanto il proprio specchio riflesso e cerca di dare agli altri un'immagine di sé in posa. Quando diciamo che il privato si mescola al pubblico, in realtà è perché il privato è diventato spettacolo. E, ovviamente, se è diventato spettacolo non è più privato. Abbiamo tutta questa sorta di" tiramento privato spettacolare" che ha travolto anche la politica, dove l'umore del singolo politico, nel caso di gente meteoropatica come Trump, può influenzare mezzo mondo, insomma.

 

Nel presentare lo spettacolo scrive che la realtà viene raccontata come un sogno. È una provocazione che sottende che per capire il mondo bisogna smettere di prenderlo troppo alla lettera e provare a guardarlo con occhi più onirici?

 

L'artista non dà indicazioni alla gente su come vedere le cose: quello lo fanno i politici o i preti. L'artista, ovviamente, pone domande e guarda le cose secondo il proprio punto di vista, che non può essere quello della gente. Come diceva Freud, la realtà vista dal punto di vista del sogno è una cosa assurda. Allora può darsi che, talvolta, l'irrazionale o quelle cose che vengono descritte come artisticamente surreali ci raccontino la realtà molto meglio di un racconto dal vero o di un documentario. Forse è proprio l'aspetto surreale del racconto a mettere in luce tutti gli aspetti assurdi della vita che noi diamo per scontati, perché sono cose che facciamo tutti i giorni e di cui non ci rendiamo più conto.

 

Ha scritto che il Medioevo non è mai finito: sono cambiati i simboli, ma i meccanismi sembrano essere rimasti gli stessi. Qual è oggi, a suo avviso, la forma di servitù più difficile da riconoscere e anche la più pericolosa?

 

Ci sono forme di servitù molto pericolose che riconosciamo e alle quali siamo obbligati, perché, ovviamente, possiamo cambiare ben poche cose della nostra vita, altrimenti non saremmo tutti qui a lavorare, se potessimo cambiarle davvero. Per esempio c'è una servitù di cui non ci accorgiamo: quando andiamo sui social a dire la nostra opinione o a mettere le nostre foto, non ci rendiamo conto che diventiamo merce. Siamo merce dell'algoritmo e non ci rendiamo conto che veniamo venduti e scambiati da chi si occupa di dati, di gusti e di abitudini. È la nuova religione: il commercio, con le sue cattedrali, le sue preghiere e le sue missioni, che oggi sono le ricerche di mercato. Noi siamo merce: ci rendiamo schiavi dell'algoritmo senza capire che il suo compito è darci sempre ragione. E siccome ci dà ragione, noi siamo ben contenti. Un po' come con le galline: gli dai da mangiare, però loro non sanno che poi gli tiri il collo.

 

Insomma, parla di opinioni che viaggiano "a camere stagne".

 

Penso che siamo contenti quando esprimiamo le nostre opinioni nella nostra piccola cerchia, perché l'algoritmo ci presenta solo gli amici della nostra bolla appunto. Così tutti ci indigniamo per le stesse cose, tutti diciamo "che vergogna!" davanti alle stesse cose, oppure ci esaltiamo. Ma tutto questo è orchestrato da un algoritmo che vuole soltanto che tu sia soddisfatto di quella visione della vita: questo ci chiude nel pensiero, perché ci chiudiamo al pensiero degli altri e non riusciamo nemmeno più a immaginare che possano esistere pensieri diversi dai nostri.

 

Da sempre usa il sarcasmo per far riflettere, ma l'impressione è che oggi sia difficile sia far ridere in modo intelligente che far nascere il dubbio. Che cosa è diventato più complicato: far ridere con intelligenza o portare il pubblico a riflettere?

 

Nella premessa c'è già la risposta, e lei sembra che la conosca bene. A me non interessa far ridere, mi interessa fare qualcosa di interessante, perché è l'unico motivo per cui il pubblico può essere interessato a vedere qualcosa, a prescindere dal fatto che faccia ridere oppure no. Penso ai film di De Sica e Boldi, solo per citarne due: quella gente lì mi fa ridere, ma non mi interessa. Per me non è interessante fare ridere, è interessante fare qualcosa di interessante, cercare di affascinare. Sul tema del far riflettere, invece, non c'entra il comico, né chi racconta una storia: riflettere sulla comicità, sulla tragicità o su qualsiasi racconto lo fa solo chi ha voglia di riflettere ed è in grado di farlo. Molta gente si accontenta di ridere e magari giudica la qualità di un artista soltanto da quello, ma io non sono mai stato vittima di questa allucinazione e sono scappato dalla televisione perché odio questa nuova religione che è il commercio, e sono un fiero suo bestemmiatore.

 

È “fuggito” anche da YouTube per lo stesso motivo?

 

Esattamente. Era ed è diventata una televisione generalista dove si vendono spettatori. E questo lo racconto nel mio primo contro-film di Natale: queste piattaforme vendono spettatori per piazzare pubblicità. Su Patreon dove sono ora, invece, è il pubblico a sovvenzionare quello che faccio: non ci sono sponsor, non c'è il commercio, non c'è questa nuova religione e, soprattutto, non ci sono padronaggi politici o ideologici. Il mio spazio me lo trovo da solo ed è il mio pubblico che mi sostiene, e il mio unico datore di lavoro è lui.

 

Raccogliamo l'assist: ci racconta questo contro-film di Natale?

 

Il film racconta del "Grande Altro", un'espressione usata da Slavoj Žižek per indicare quell' elemento che sta fuori di noi e che spesso vediamo come un nemico senza conoscerlo. Il titolo è "Il clan del destino", e credo che già questo faccia capire il gioco di parole che c'è dietro. Anche qui abbiamo raccontato tutto come se fosse un sogno: c'è un'isola immaginaria, l'isola di Apatia, dove un personaggio, duecento anni prima, vince le elezioni in tutte le regioni tranne due. Allora decide di recintare quelle due regioni, far uccidere gli abitanti e portarci dentro tutti i poveri, così che il resto della nazione non veda più la povertà, perché i poveri sono tutti confinati lì. Quelle regioni vengono chiamate riserve, gli abitanti sono i nativi e parlano una loro lingua. Vedremo questi poveri delle riserve, abbigliati come i nativi americani degli anni Settanta: hanno tutti i Ray-Ban, i jeans e parlano in padovano che, nel sogno, diventa la lingua navajo. Ovviamente ci sono i sottotitoli per i non venetofoni.

 

Negli anni ci ha abituato a qualcosa che è diventato pop, anzi virale, prima ancora dell'epoca della viralità: i discorsi di Capodanno. Se oggi salisse su un palcoscenico sapendo di avere davanti il mondo intero, qual è la prima frase che direbbe?

 

Direi: "Non ascoltatemi". Credo che il palco dia alla testa a molti artisti i quali pensano, siccome si trovano su un punto più alto, di avere anche un pensiero più "alto" di quelli che sono seduti giù. In realtà, spesso, chi è seduto in platea è molto più intelligente di chi sta sul palco e per questo credo che ci voglia sempre tanta umiltà. È chiaro che il discorso di Capodanno è un esercizio, se vogliamo ironico nel senso etimologico della parola: dire una cosa per dire il contrario. Quando faccio il discorso di Capodanno non voglio davvero fare un discorso, è una cosa buffa, un esercizio comico. Il discorso contenuto nel titolo del monologo che porterò a Trento, invece, riguarda il racconto, il parlare con gli altri. Ed è quello che, in fondo, fa l'artista. Però credo anche che quando un artista si mette in testa di insegnare qualcosa, abbia finito di essere un artista e sia diventato un mitomane.

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