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Belluno
11 luglio | 21:13

“Abbiamo obbligato i giovani a crescere nei social e ora diamo la colpa di tutto alla rete. Gli adulti siano meno ipocriti e imparino a stare coi loro figli"

Un punto di vista diverso, a tratti provocatorio, sul mondo dei giovani è quello di Matteo Lancini, noto psicologo e psicoterapeuta. Il Dolomiti lo ha intervistato per capire perché per comprendere la fragilità degli adolescenti oggi, secondo lui, bisogna partire da quella degli adulti

BELLUNO. “Come mai certi adulti hanno fatto il ‘68 e il ‘77 e questi ragazzi, che avrebbero milioni di motivi in più per ribellarsi, non contestano? Gli adulti hanno perso credibilità, eppure questa mancanza di credibilità non sfocia in conflitto generazionale. I giovani non sono cioè arrabbiati con gli adulti e bisogna tenerne conto”.

 

Matteo Lancini è un noto psicologo e psicoterapeuta, presidente della fondazione Minotauro e docente presso l’Università Milano-Bicocca. Il Dolomiti lo ha contattato per approfondire un punto di vista diverso, a tratti provocatorio, sul mondo dei giovani. Nel suo libro "Sii te stesso a modo mio”, affronta infatti l’adolescenza partendo dalla “fragilità degli adulti”.

 

Cosa significa?

 

Oggi occuparsi della fragilità dei ragazzi senza farsi carico di quella adulta è come avere una barca con una falla enorme e svuotare l’acqua con un cucchiaino. Mi ostino a chiamarla fragilità, ma a volte penso sfoci nell’ipocrisia, testimoniata da comportamenti che hanno a che fare con una dissociazione tra il mondo che costruiamo ogni giorno, il modo di declinare i nostri ruoli genitoriali e professionali da un lato, e le proposte educative e affettive che facciamo ai ragazzi dall’altro.

 

L’esempio più macroscopico di questo secondo lei è l’eccessiva colpa data a Internet come unica fonte dei problemi.

 

Sosteniamo che Internet e i social sono il male assoluto quando in realtà sono la società reale su cui si costruisce il mondo. Non ha senso una scuola che identifica Internet come il male ma ne è governata come mai prima, o avere una violenza adulta senza precedenti per poi attribuire quella giovanile a videogiochi e musica trap. Esiste quindi un problema: gli stessi adulti che dicono di ascoltare di più le nuove generazioni non si rendono conto di farlo in una società dove non hanno mai pensato così tanto a se stessi e ai loro interessi.

 

Quindi una soluzione come i patti digitali (qui), che lei critica, non funziona.

 

I patti digitali sono la rappresentazione dell’ipocrisia. Quando sento dire che se ami i figli non devi dar loro Internet, ma poi non ti togli dai gruppi WhatsApp dei genitori, metti loro un cercapersone in tasca (qui l’approfondimento), non combatti il registro elettronico, siamo oltre la fragilità. Internet e i social non sono qualcosa a sé, come la droga, il fumo o l’alcol. Sono la vita reale, la società onlife: dobbiamo perciò renderci conto che abbiamo di fatto obbligato i nostri figli a crescere nei social e nei videogiochi. Questa è la dissociazione: i patti digitali allontanano gli adulti dal capire che devono imparare a stare più coi figli.

 

E la scuola?

 

Va cambiata, essendo il luogo che crea più malessere nei giovani. Siccome però implicherebbe mettere in discussione la politica, visto che con i suoi 1.2 milioni di dipendenti la scuola è intoccabile, ci inventiamo che il male sono i social. Non possiamo però modificare totalmente le nostre vite e ai ragazzi dire che devono studiare sempre quello. Oggi la vera cultura è reperire le informazioni quando servono e nel tempo più rapido possibile, lo disse Umberto Eco. Eppure nell’era dell’IA misuriamo ancora l’apprendimento con l’Invalsi sulla base di discipline che anche i più bravi dimenticano perché non c’è motivazione. Il tutto mentre lo stesso insegnante che demonizza la rete vi trascorre le giornate a promuovere la sua materia, magari diventando ricco e famoso.

 

Non è una generalizzata dipendenza da Internet?

 

Tale dipendenza non esiste. Oggi Trump e Meloni governano grazie ai social, i giornali vi prendono le notizie, virale è diventato un modo di parlare nella vita. Come si può ragionare di qualcosa del genere al pari di una dipendenza dalle sigarette? La dipendenza da Internet si misurava quando si poteva distinguere tra vita reale e virtuale: oggi queste variabili non si possono isolare, perché quella che chiamavamo dipendenza è ciò che consente ai genitori di fare i genitori, ai politici di governare, all’editoria di sopravvivere, a tutti di lavorare.

 

Altro punto sono le emozioni negative. Lei sostiene che gli adolescenti sono abituati a nascondere il dolore sotto il tappeto e che anche questo sia dovuto alla fragilità adulta.

 

Non è che in passato la sofferenza fosse più legittimata, ma oggi è come se, mentre sosteniamo di essere affettivi, chiedessimo alle nuove generazioni di non sperimentare emozioni che ci costringono a fare i conti col fatto che la vita è anche dolore. La tristezza di un figlio è come se toccasse la tua tristezza, con la quale non hai fatto i conti perché la società odierna ha spettacolarizzato la morte e la violenza ma ha rimosso il dolore dalla quotidianità.

 

Che fare quindi?

 

Essere più coerenti con la società che abbiamo creato. Non puoi chiedere una scuola in cui il ragazzo deve rispettare l’adulto se gli adulti non lo fanno tra di loro, dire che ci sono delle regole quando i politici fanno cose che, se le avessero fatte ai miei tempi, si sarebbero dovuti dimettere dopo due minuti. Né parlare di una famiglia che ha dato ‘troppo’ in termini affettivi, ma i cui adulti non sono mai a casa, o vivere in una società in cui la rete è tutto, però a loro fa male. Anche perché, nel frattempo, abbiamo disboscato il pianeta e inquinato i mari: neanche la terra dove viviamo lasciamo a questi giovani.

 

Eppure secondo certi ministri dell’istruzione il problema è stato il buonismo: che mi spieghino in che senso siamo stati troppo buoni. Semmai il buonismo è non avere chiuso i gruppi WhatsApp dei genitori che hanno insegnato ai bambini che è normale parlar male di un altro genitore alle spalle. Insomma, se proponi un certo tipo di società devi aiutare i figli a crescerci dentro e imparare a chiedere loro chi sono, anziché spiegargli di essere se stessi a modo nostro e sostenere che, se qualcosa va male, la colpa va cercata altrove.

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