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Belluno
31 maggio | 20:14

Bambini sorvegliati h24 con gli smartwatches: rischi per sicurezza e privacy? L’esperta: “Tutelare diritti e consapevolezza. Servono scelte politiche coraggiose”

Sempre più spesso i bambini sono dotati di smartwatches con funzionalità di tracciamento con i quali i genitori li tengono costantemente sotto controllo. Una pratica ormai sdoganata, ma fino a pochi anni fa impensabile. Cosa comporta in termini di tutela dei diritti del minore e rischi per la sua sicurezza? Lo abbiamo chiesto a Sara Rigazio, ricercatrice dell’Università di Palermo che da tempo si occupa di ricerca sui minori

BELLUNO. “Ai minori vanno dati non solo diritti, ma anche consapevolezza. Non possiamo volerli statici fino a 18 anni e poi improvvisamente dovrebbero sapersi muovere in una realtà che non li ha mai aiutati. E dobbiamo ascoltare cosa hanno da dire, perché noi adulti non abbiamo vissuto un'infanzia sotto costante controllo e non sappiamo com’è vivere come loro. Per questo dobbiamo fargli conoscere i loro diritti e a quali responsabilità si accompagnano”.

 

Sempre più spesso i bambini sono dotati di smartwatches con funzionalità di tracciamento con i quali i genitori li tengono costantemente sotto controllo. Un tema sul quale la ricerca si è mossa da tempo: secondo uno studio del 2020 della FH Münster University of Applied Sciences, ad esempio, “i dati raccolti e scambiati tra lo smartwatch e l'app sono altamente sensibili. Comprometterli significa che un utente malintenzionato potrebbe localizzare i bambini in qualsiasi momento, oppure leggere, modificare o eliminare i messaggi inviati tra bambini e genitori. Ci si aspetterebbe che i produttori prendano sicurezza e privacy sul serio, assicurandosi che nessuna vulnerabilità si insinui in un prodotto utilizzato dai più piccoli”.

 

Quali rischi comporta questa pratica ormai sdoganata, fino a pochi anni fa forse impensabile? Per capirlo Il Dolomiti si è rivolto a Sara Rigazio, ricercatrice dell’Università di Palermo che si occupa di ricerca sui minori “in termini di protezione - sottolinea - ma anche di promozione”. “Spesso si ritiene - premette - che, in quanto tale, il minore deve fare quello che dice l’adulto. Anzitutto ‘minore’ significa 0-18 anni e avere a che fare con un bambino di quattro o un sedicenne non è la stessa cosa, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Inoltre, il rapporto con la minore età è cambiato e una serie di tappe hanno portato a un disallineamento dalla visione paternalistica per cui il genitore, in particolare il padre, ha potere su tutto”.

 

Si riferisce in particolare alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che ha riconosciuto ai minori diritti specifici come la privacy. Cosa significa?

“Il fatto che il minore abbia una sua sfera privata è importantissimo. Se però non è facile gestire il tema nella dimensione fisica, perché va considerato il bilanciamento tra il suo interesse e la responsabilità genitoriale, in quella digitale diventa un problema enorme. Il minore ha infatti diritto alla privacy, ma come posso assisterlo se non mi accorgo di cosa fa su una piattaforma?

Perciò i principi della Convenzione che valgono per la vita reale devono valere nella dimensione digitale. Limitarsi a vietare i social agli under 14 non funziona (qui l’approfondimento) perché si scarica su chi diciamo di voler proteggere una responsabilità che non gli appartiene. Perché invece non deve essere la piattaforma a togliere contenuti che possono ledere i diritti dei ragazzi? In più, deve entrare in gioco l'educazione: è vero che il minore è nativo digitale, ma è completamente ignorante circa le potenzialità che lo strumento possiede”.

 

Vale anche in tema di tracciamento?

“Il Gdpr (il regolamento europeo sulla protezione dei dati) afferma già che la privacy va tutelata: introdurre divieti anacronistici per proteggere il minore è come fare finta che non esista. Nel Regno Unito il legislatore ha inoltre emanato il Children’s Code (Age Appropriation Design Code), contenente 15 standard che i servizi online sono tenuti a rispettare per adempiere agli obblighi sulla protezione dei dati.

Non è quindi vero che non è possibile proteggere il minore online: quando le piattaforme sono sanzionate, le cose cambiano. Ma non basta: il passo successivo è la corresponsabilità, cioè il minore deve sapere che tramite quel dispositivo mamma e papà sanno dove si trova e che, quando cresce, ha il diritto di togliere la geolocalizzazione”.

 

Che messaggio trasmettiamo però ai bambini nel momento in cui non sono mai liberi? Nemmeno a scuola, che perde autorità.

“Questo risultato viene da un contesto costruito nel tempo. Fino a vent’anni fa era impensabile lasciare un monitor acceso nella culla, mentre ora è diventato anormale non farlo. Questo perché viviamo in un’epoca in cui la sorveglianza continua è accettata in tutte le attività, compresa l’istituzione scolastica, con la quale la famiglia dovrebbe invece instaurare un patto di corresponsabilità. Nel momento in cui lascio mio figlio a scuola, perché controllare cosa fa?

Uno dei motori dietro tutto ciò è il marketing, per il quale genitori e minori sono un target enorme, anche se può sembrare banale. In più dobbiamo guardare al contesto: se tutti noi non possiamo fare a meno di controllare ogni movimento, allora esiste un problema sociale che finisce per riversarsi sul minore”.

 

Non si rischia di sortire l’effetto opposto, cioè far abbassare la guardia ai bambini?

“La geolocalizzazione è nata per le rescue operations, dove è fondamentale. Come al solito, il punto non è lo strumento ma il modo in cui lo si usa: per evitare quell’effetto, servono politiche sociali, il coraggio del legislatore e il coinvolgimento dei bambini. La protezione sta cioè nel far sì che la piattaforma imposti le massime misure di sicurezza, la promozione nella responsabilità di tutti gli altri verso i ragazzi.

Questo è più difficile in contesti di povertà educativa, dove il digitale è spesso un’evasione per minori vulnerabili. Ecco perché sono scelte politiche, tuttavia l’impressione è che, quando si tratta di ragazzi, la tendenza sia a essere meno pratici: o c’è eccessiva protezione oppure si ritiene siano incapaci e che per loro debbano decidere gli altri. Il dato sociale ci dovrebbe invece consegnare un’idea diversa: bisogna renderli partecipi e fargli capire a cosa vanno incontro, senza spaventarli”.

 

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