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Belluno
18 luglio | 19:59

''I nostri figli hanno diritto di vivere la loro sessualità, ma per certe scelte serve un percorso'', disforia di genere, i genitori: “Chiediamo chiarezza sull’uso dei farmaci sospensori della pubertà”

Il dibattito sulla disforia di genere e l’uso dei farmaci sospensori della pubertà è delicato. Per capire le posizioni di chi è direttamente coinvolto, abbiamo intervistato i genitori di GenerAzioneD, associazione nata a seguito delle sofferenze sperimentate dai figli, per la maggior parte, dopo l’isolamento del lockdown. Abbiamo chiesto loro le motivazioni dell’appello lanciato a 12 società scientifiche italiane e al Ministero della salute di avere maggiore chiarezza sul tema

BELLUNO. “Non ci hanno detto ‘papà, mamma, sto male col mio corpo’, ma sono arrivati già con il risultato di quella che a loro è sembrata la soluzione alla loro sofferenza. Come genitori crediamo che il percorso sia affrettato: i nostri figli hanno diritto di vivere la loro sessualità come credono, ma scelte così drastiche andrebbero fatte in età più matura e dopo un percorso approfondito”.

 

La disforia di genere è definita dall’Istituto superiore di sanità “una condizione di marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e quello assegnato alla nascita e da una sofferenza clinicamente significativa e/o una compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre importanti aree”. Inizialmente classificata come disturbo mentale, la gender incongruence non è più tale dal 2018, quando l’Organizzazione mondiale della sanità ha rilasciato la nuova versione dell’International Classification of Diseases (ICD).

 

Si tratta di un tema delicato, specialmente se riguarda i minori. Per cercare di capire le posizioni di chi vi è direttamente coinvolto, Il Dolomiti si è confrontato con i genitori di GenerAzioneD, associazione nata spontaneamente a seguito delle esperienze dei figli. Attualmente sono 292 e rappresentano 236 ragazzi.

 

Come emerge dalle testimonianze, il lockdown è riconosciuto come onnipresente. Parlano infatti di una manifestazione “improvvisa” della sensazione di sofferenza legata alla percezione di sé come non appartenente al proprio genere. “Improvvisa - affermano - perché non anticipata da alcun segnale nell’infanzia. Sono adolescenti e giovani adulti, dai 13 ai 27 anni circa, che dopo quel periodo di sovraesposizione ai social e di isolamento hanno fatto coming out arrivando da noi con la diagnosi di disforia di genere”.

 

Favorita, ritengono, anche dal web, dove la transizione di genere è presentata come la soluzione più veloce alla sofferenza. “Ci è stata rovesciata addosso una diagnosi - è la constatazione - di cui non sapevamo nulla. Inoltre, i centri cui siamo stati indirizzati dai medici non fanno approfondimento psicologico né psicoterapia, ma accompagnamento alla transizione: seguendo cioè le linee guida del WPATH (World Professional Association for Transgender Health), il percorso previsto è di osservazione di sei mesi, diagnosi, visita dall’endocrinologo e inizio della terapia ormonale in un tempo secondo noi troppo veloce”.

 

Terapia in cui rientrano i farmaci sospensori della pubertà, come la triptorelina, al centro di ampi dibattiti. Si tratta di farmaci usati per il blocco della pubertà precoce e la gestione della disforia di genere, con lo scopo di ritardare la pubertà e dare ai giovani più tempo per esplorare la propria identità prima dell’eventuale percorso di transizione. Primi passi in tal senso furono compiuti nei Paesi Bassi negli anni Novanta e, da qui, molti Stati li hanno ritenuto indispensabili per ridurre depressione, ansia, scarsa autostima e rischio di suicidio nei soggetti coinvolti.

 

Oggi, realtà come Gran Bretagna, Svezia, Francia e Norvegia hanno optato per limitarne l’uso alla sperimentazione clinica o in circostanze eccezionali, in Danimarca e Finlandia si da priorità alla consulenza psicologica, mentre Belgio, Spagna e Paesi Bassi ne confermano l’importanza per il benessere psico-fisico.

 

La richiesta al Ministero

 

Un approccio quest’ultimo che GenerAzioneD contesta. Recentemente i genitori hanno infatti lanciato un appello al Ministero della salute e ai dodici gruppi di esperti italiani (come la Società italiana di endocrinologia o la Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza) che nel 2024, a seguito della raccomandazione del Comitato nazionale per la bioetica di avere dati più rigorosi sull'efficacia dell'uso della triptorelina, si erano schierati a favore.

 

Quello che oggi i genitori rivendicano è una risposta alla richiesta di chiarimenti, inevasa da allora. “Le nostre domande - spiegano - riguardavano la presunta riduzione del 70% dei tentativi di suicidio grazie alla triptorelina. Un dato che, secondo le nostre verifiche, non trova riscontro nello studio di Turban citato a sostegno. Non vogliamo entrare nella contrapposizione politica, ma invocare cautela e accertamenti diagnostici per promuovere un’esplorazione seria del percorso da seguire con questi ragazzi”.

 

Non sono posizioni discriminatorie le vostre? "Spesso siamo accusati di essere conservatori - rispondono - se non peggio. Ma non conosciamo neanche le nostre rispettive idee politiche: sappiamo solo che abbiamo sperimentato un approccio che secondo noi fa del male ai nostri figli. Da genitori di ragazzi che si percepiscono transgender, siamo i primi a pensare che i diritti vadano garantiti a tutti. Qui però si tratta dell’approccio migliore per giovani che hanno passato un periodo di sofferenza enorme. Non abbiamo pregiudizi verso l'orientamento sessuale, che non c’entra con la disforia di genere. Quello che ci muove è la preoccupazione: vogliamo che una scelta così importante sia fatta dopo un percorso di comprensione del ".

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