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Belluno
10 marzo | 10:22

“Non posso proibire lo smartphone a mio figlio, se poi passo la sera a usare il mio”, i genitori raccontano i rischi della dipendenza digitale nei giovani

Mentre nel mondo si intentano cause legali contro le piattaforme social accusate di alimentare depressione, disturbi alimentari e suicidio tra i giovani, i genitori cercano di correre ai ripari con i mezzi a loro disposizione. A Belluno molti hanno costituito i patti digitali e lanciato l'iniziativa “Mi connetto di meno”: Il Dolomiti ha chiesto loro se e come è possibile intervenire tra le mura di casa

BELLUNO. “Ho un bambino di quarta elementare e per come la vedo io si tratta di dare delle regole, ma farlo assieme. Non posso proibirgli lo smartphone, se poi passo la serata sul divano a scrollare i social sul mio”. A margine della presentazione di “Mi connetto di meno”, iniziativa ideata dai genitori dei patti digitali bellunesi per sensibilizzare all’uso consapevole delle tecnologie nelle giovani generazioni (Qui l’articolo), Il Dolomiti ha parlato con alcuni di loro per capire se è davvero possibile, oggi, fare qualcosa.

 

Il problema è noto e le conseguenze riguardano la salute dei giovani, da quando nascono a quando diventano, o dovrebbero diventare, consapevoli di come usare i moderni device. Lo scorso novembre, ad esempio, la Società italiana di pediatria ha rilasciato i nuovi dati e le raccomandazioni della Commissione sulle dipendenze digitali Sip, partendo da una constatazione tanto netta quanto allarmante. “I bambini dormono meno, si muovono meno, parlano meno. E sono più ansiosi e soli. È il prezzo invisibile della vita digitale che entra troppo presto nelle case e nei giochi”.

 

Un nemico silenzioso, con effetti sono potenzialmente distruttivi. Già dai primi mesi di vita, infatti, 30 minuti in più al giorno di uso dei dispositivi digitali possono raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio nei bambini sotto i 2 anni. O ancora: ogni ora in più sullo schermo riduce il sonno di circa 15 minuti tra 3 e 5 anni e oltre 50 minuti al giorno sono associati a un maggior rischio di ipertensione pediatrica e, tra i 3 e i 6 anni, di sovrappeso.

 

Qualcosa si sta muovendo. Negli Usa, ad esempio, grazie alla denuncia di una 19enne è partito un processo per stabilire se le piattaforme social creino dipendenza: processo nel quale Mark Zuckerberg ha dichiarato che “avrebbe voluto apportare prima” i miglioramenti al filtro che impedisce agli under 13 l’accesso a Instagram. Ma sono in realtà molte le cause legali che accusano i social di alimentare depressione, ansia, disturbi alimentari e suicidio tra i giovani.

 

Nell’attesa che facciano il loro corso, intanto, i genitori devono però tutelare i loro figli e l’unico strumento che hanno è fare squadra. “Da un lato - racconta Stefano Minella, papà del patto digitale di Santa Giustina - il fatto positivo è che ogni famiglia può decidere le sue regole per limitare l’uso del digitale. Dall’altro, però, la cosa complicata è trovare altre famiglie con gli stessi principi: se vieto il cellulare a mio figlio e poi mi trovo che è l’unico in classe a non averlo, è dura non cedere. Costruire un patto, invece, permette di sentirsi parte di qualcosa di più grande. Insomma, non sei da solo a cercare di dare regole”.

 

Si tratta di decisioni prese con i figli? “Il mio ha nove anni - risponde - e, per come la vedo, dobbiamo agire insieme altrimenti non funziona. Ad esempio, quando vuole vedere qualcosa sul telefono lo facciamo per un tempo limitato e sempre insieme e, quando si dice basta, è basta. Lui scherza sul fatto che io vado in giro a fare conferenze per vietare i cellulare ai bambini, ma in realtà è consapevole che non sono regole fini a se stesse. Se invece ti limiti a imporle, rischi l’effetto contrario”.

 

Anche molti adulti, però, sono dipendenti dallo schermo. “Conta molto dare l’esempio. Noi per primi - afferma Manuela Francescon, mamma del patto digitale Borgo Valbelluna - dobbiamo darci delle regole perché per i bambini la coerenza è fondamentale. Inoltre, avere regole condivise da un lato ci rende consapevoli di poter avere tale dipendenza, dall’altro fa emergere la fatica che si fa per disconnettersi: quindi già si entra in un piano di relazione diverso rispetto al vietare qualcosa che non si conosce. E i ragazzi percepiscono il vero valore della motivazione, cioè che si tratta di salute”.

 

I genitori hanno infatti avviato un tavolo anche con l’Ulss 1 Dolomiti: ostetriche, consultori, medici, ma anche insegnanti delle scuole materne, hanno tutti evidenziato un’urgenza da affrontare sotto più punti di vista. “Nelle scuole - puntualizza Minella - stanno nascendo tavoli contro bullismo e cyberbullismo, quindi la necessità è reale e se bisogna imbastirli già alle medie, evidentemente qualcosa da sistemare c’è”.

 

Quindi si può agire? “Noi crediamo di sì, perché non si vieta la tecnologia né si tengono i bambini fuori dal mondo. Piuttosto, devono sapere che questi strumenti esistono e offrono delle possibilità, ma se usati in un certo modo” concludono.

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