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Trento
15 luglio | 19:04

"Viviamo una recessione emotiva, ancor prima che economica". Annagaia Marchioro presenta il suo 'Fulminata' e si racconta, da Teresa Mannino all'assurdità di Trump

L'attrice farà tappa al Teatro Capovolto venerdì 17 luglio con il suo one woman show 'Fulminata' e si racconta a il Dolomiti: dal successo del suo personaggio Gina Marcon alla 'staffetta' tra cinema, tv e palcoscenico fino agli anfratti della collaborazione con Teresa Mannino e, infine, un sogno nel cassetto

TRENTO. "Ci hai fatto ridere tanto, ma ci hai fatto anche riflettere". È la frase che Annagaia Marchioro si sente ripetere più spesso dal pubblico dopo "Fulminata", il one woman show diretto da Teresa Mannino che venerdì 17 luglio (21.15) approderà al Teatro Capovolto di Trento.

 

Lo spettacolo mescola comicità e poesia, leggerezza e introspezione e prende le mosse dalla vita dell'attrice per raccontare temi universali. Su tutti l'amore, il desiderio di maternità, la ricerca della propria strada e il bisogno di inseguire i propri sogni ad ogni costo, anche quando ogni porta sembra chiusa.  Il risultato? Un racconto ironico e umano, in grado di affrontare con delicatezza le contraddizioni del presente che viviamo, senza mai rinunciare al sorriso.

 

Nell'intervista concessa a il Dolomiti, Annagaia Marchioro ripercorre la nascita dello spettacolo, racconta il lavoro condiviso con Teresa Mannino e riflette sul valore del teatro in un'epoca che definisce segnata da una "recessione emotiva", tra il peso dei social, il bisogno di relazioni autentiche e la speranza che, nonostante tutto, continua a essere l'ultima a morire.

 

"Fulminata" è uno spettacolo che mescola comicità e poesia. Come lo racconterebbe a chi non la conosce ancora?

 

È sicuramente uno spettacolo comico, ma anche molto poetico: racconta i sogni, i desideri e le speranze di una donna di quarant'anni, i miei, ma con l'obiettivo di arrivare al cuore di tutti. Ognuno ha i propri desideri e si scontra con la realtà nel tentativo di realizzarli: è un viaggio per capire dove collocarsi nel proprio universo, cercando la propria idea di casa, di famiglia e la strada che sentiamo davvero nostra.

 

C'è molta autobiografia pare, quanto ha attinto alla sua esperienza personale?

 

Molto. L'ironia parte sempre dal vissuto personale: ci si aggrappa a qualcosa che si è davvero attraversato e anche Teresa Mannino, che firma la regia, costruisce i suoi spettacoli partendo dalla propria vita. Noi abbiamo preso uno squarcio della mia e, da lì, abbiamo raccontato un universo più ampio affrontando anche momenti difficili: le separazioni sentimentali, il rapporto con l'amore, il desiderio di avere un figlio e tutte le domande che oggi accompagnano quella scelta. Non esistono decisioni semplici o completamente felici: la realtà è sempre più complessa.

 

Pur partendo dalla sua storia, molti spettatori finiscono per riconoscersi. Che riscontri riceve dal pubblico?

 

In sala lo percepisco subito: il pubblico ride, partecipa, si diverte e poi arrivano i messaggi, ed è lì che capisco quanto alcune storie abbiano toccato le persone. Mi scrivono dicendo: "Mi sono rivista", oppure "Mi hai ricordato una parte della mia vita", o ancora "Mi hai commosso". La frase che ricevo più spesso, però, è un'altra: "Ci hai fatto ridere tanto, ma ci hai fatto anche riflettere". È una cosa che mi ha colpito molto, perché non avevo l'idea di costruire uno spettacolo con una morale, ma evidentemente succede. Persino mia madre, che è la mia critica più severa, dopo aver visto lo spettacolo mi ha detto che l'aveva fatta riflettere su tante cose che spesso diamo per scontate.

 

Uno dei temi centrali è quello della maternità.

 

Oggi la maternità viene raccontata troppo spesso in modo semplificato, mentre la realtà è molto più complessa. Nel mio caso racconto anche la scelta di voler avere un figlio da sola e le difficoltà che questa comporta in Italia: oggi una donna single non può accedere alla procreazione medicalmente assistita nel nostro Paese, e siamo tra gli ultimi in Europa a non consentirlo. Una persona venuta da Berlino a vedere lo spettacolo mi ha detto di essere rimasta sconvolta nello scoprire che questa possibilità in Italia ancora non esiste. Alla fine il tema è sempre lo stesso: come trasformare i propri sogni in realtà dentro il Paese e il tempo storico in cui si vive.

 

In questo percorso è stata affiancata da Teresa Mannino. Com'è nata la collaborazione?

 

È stata lei a cercarmi. Mi ha detto: "Vorrei aiutarti nel tuo prossimo lavoro perché credo nel tuo valore artistico". Da lì abbiamo iniziato a scrivere insieme. Io producevo tantissimo materiale, mentre lei metteva ordine nel mio caos: è stato un confronto prezioso, perché mi ha aiutata a rendere accessibili temi molto complessi senza rinunciare alla leggerezza. Ci teneva che fosse uno spettacolo con un contenuto importante, capace di attraversare temi contemporanei senza appesantirli anche perché lei conosce profondamente il pubblico e mi ha trasmesso questa esperienza. La cosa che mi ha fatto sorridere di più è stato il primo consiglio che mi diede, un anno prima di iniziare a scrivere: "Adesso per qualche mese non fare niente: vivi, osserva la vita, e solo dopo potrai avere qualcosa da raccontare". Poi mi disse di tornare da lei soltanto dopo aver scritto le prime venti pagine.

 

"Sono Annagaia, sono veneta, sono lesbica e sono sempre stata discriminata, perché sono veneta", lo ha detto lei qualche tempo fa. Oggi, guardandosi attorno, che Paese vede?

 

Io, come i miei spettacoli, ho una grande fiducia nella capacità delle persone di cambiare. Certo, ci sono momenti in cui sembra di assistere a enormi passi indietro, con personaggi pubblici che sembrano quasi la caricatura di sé stessi. Penso, per esempio, a Trump: a volte ci chiediamo se ci sia davvero una strategia dietro certe scelte oppure se siano semplicemente assurde. Nonostante questo, sento che il cambiamento è iniziato: quando ho iniziato a recitare, quindici anni fa, ero praticamente l'unica donna comica in un duo che affrontava temi scomodi e venivamo guardati come degli alieni. Oggi molte cose sono cambiate: sul fronte della 'liberazione' del femminile e della parità di genere siamo ancora lontani dagli obiettivi, ma vedo che parole come Queer, parità o femminicidio sono entrate nel dibattito pubblico. Dobbiamo partire proprio da questi passi avanti per trovare la forza di continuare.

 

Eppure viviamo un tempo in cui sembra crescere anche l'odio. Come si convive con questa sensazione?

 

È la cosa che mi pesa di più: sarò sincera, mi colpisce la velocità con cui stiamo normalizzando l'odio quotidiano. Quando attraverso momenti di smarrimento cerco energia nei libri, negli spettacoli dal vivo e nell'incontro con le persone: è lì che cambia il rapporto con l'umanità. Anch'io vivo sui social e ci lavoro ogni giorno, ma tutto ciò che accade dal vivo acquista una tridimensionalità completamente diversa, e anche la fatica, quando viene condivisa, diventa più sopportabile.

 

In questo senso, che valore ha oggi il teatro?

 

Il teatro ci obbliga a stare insieme, senza telefono, ad ascoltare una storia e ad abitare, per un paio d'ore, l'universo di qualcun altro. Anche Fulminata è costruito così: non è uno spettacolo bidimensionale, come spesso è bidimensionale il dibattito pubblico. Attraversa registri diversi, fa ridere, ha momenti drammatici e arriva a un finale molto poetico, perché la vita è fatta di tante sfumature. Credo che oggi viviamo una grande recessione emotiva, ancora prima che economica: la velocità con cui scorrono le notizie, i social e la difficoltà di comprendere ciò che accade ci lasciano in uno stato di smarrimento. Per questo penso che dobbiamo nutrire l'anima: è quasi un dovere verso noi stessi e lo ricordo anche a me: nonostante il lavoro, questo mese andrò a due concerti perché sento il bisogno di stare in mezzo alle persone e vivere la musica dal vivo. Sono esperienze che ci rimettono in contatto con qualcosa di profondamente umano.

 

Nel corso della sua carriera ha attraversato teatro, televisione, cinema e social. In quale dimensione si sente più a casa?

 

Il teatro resta il luogo da cui arrivo ed è quello in cui mi sento davvero a casa. Il cinema, però, è il mondo a cui aspiro maggiormente, anche se oggi resta un settore complicato, molto concentrato su Roma. Mi piacerebbe che fosse distribuito di più sul territorio, perché questo permetterebbe una maggiore ricchezza di storie e di sguardi. Anche la televisione mi diverte molto e la paragono sempre allo sport: il teatro è una maratona, mentre la televisione è una gara di cento metri. Hai pochissimi minuti, devi dare tutto subito e non puoi recuperare dopo: quando quei cinque minuti funzionano, però, regalano una soddisfazione enorme. In generale amo tutte queste forme espressive, ma negli ultimi anni, dedicandomi soprattutto ai miei one woman show, sento che mi manca una parte importante di me: quella dell'attrice. Per questo il cinema e le serie televisive rappresentano il desiderio più forte che ho oggi. Alla fine, riflettendoci su, ci si ritrova sempre a chiedersi in quale punto del proprio percorso si è arrivati: io ho fatto tante cose diverse e anche i miei spettacoli sono molto diversi tra loro, e credo che la variazione faccia parte della mia natura.

 

Tra i personaggi che l'hanno resa popolare c'è "la Gina Marcon". Come è nata e che posto occupa oggi nel suo percorso artistico?

 

È nata durante il periodo del Covid, quando avevo bisogno di raccontare il disagio che stavo vivendo e il mio modo di farlo è sempre stato attraverso i personaggi. All'inizio cercavo una forma per fare satira senza espormi direttamente all'ondata di odio che inevitabilmente arrivava sui social. E Gina Marcon è diventata quella maschera: se insultavano lei, in qualche modo riuscivo a proteggermi. Oggi continua a vivere nei miei spettacoli, anche se in forme diverse: le ho dedicato uno spettacolo intero, ma la satira è un genere che si consuma molto in fretta e richiede di essere continuamente riscritta. Rimane comunque una parte importante del mio immaginario: rappresenta il mio lato veneto, la saggezza popolare, a volte parla come una nonna, altre come una zia. È un personaggio che, insomma, continua ad accompagnarmi.

 

Raccogliamo l'assist: che rapporto ha oggi con il Veneto, la sua regione?

 

È un rapporto che è cambiato nel tempo: quando sono andata a Milano per studiare alla Paolo Grassi non avevo alcun desiderio di tornare perché cercavo la grande città, la metropoli, il contemporaneo. Con gli anni, però, ho fatto pace con il Veneto e oggi ci torno volentieri, anche se non mi fermo mai troppo a lungo: ci sono i miei genitori e da quando sono diventata madre la loro presenza è ancora più importante. Proprio di recente ho registrato una puntata di Comedy Central dedicata al Veneto e mi diverte raccontare questa nostra doppia natura: tendiamo a essere piuttosto chiusi e diffidenti verso gli estranei, mentre quando usciamo dalla nostra regione ritroviamo quasi lo spirito di Marco Polo e diventiamo curiosi del mondo e degli altri.

 

Guardando al futuro, c'è una storia che sente ancora il bisogno di raccontare?

 

In questo momento sono completamente concentrata su Fulminata. Il mio desiderio è che questo spettacolo possa avere una vita ancora più lunga e magari trasformarsi in una serie televisiva o in un film, continuando a seguire le vicende di quell'eroina casinara di cui parlo sul palco. Sto scrivendo anche qualcosa di nuovo per il teatro, ma è ancora tutto in una fase iniziale, e per ora preferisco lasciare che trovi la sua direzione.

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