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Trento
05 marzo | 17:37

"Prima ci si confrontava, ora prevale l'evanescenza e Giorgio Gaber fa ancora centro", Neri Marcorè si racconta: "L'utopia è scegliere senza cercare consensi"

Neri Marcorè debutta in prima nazionale con lo spettacolo "Gaber-Mi fa male il mondo" e si racconta assieme al regista Gallione: "Libertà e partecipazione sono interscambiabili: partecipare vuol dire non restare indifferenti, sentirsi vivi e non automi in una società capitalistica condizionata dal mercato, rivendicando le proprie scelte al netto dei condizionamenti. Se c'è un'utopia oggi è proprio questa: poter scegliere liberamente, senza cercare consenso a tutti i costi"

TRENTO. Il mondo continua a fare male, forse oggi più di ieri. E proprio in questo mondo il pensiero lucido di Giorgio Gaber riesce a fare centro: è da qui che prende le mosse il nuovo spettacolo “Gaber-Mi fa male il mondo” in cui Neri Marcoré, guidato dal regista Giorgio Gallione, torna a confrontarsi con il grande maestro del teatro-canzone, in un’operazione che i due definiscono al contempo “etica e artistica”.

 

Prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano e dal Teatro della Toscana - in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber e il Centro Santa Chiara - lo spettacolo debutta in prima assoluta il dal 5 all'8 marzo al Teatro Sociale di Trento (QUI INFO), per poi fare tappa al Comunale di Bolzano dal 12 al 15 marzo.

 

A raccontare i dettagli di questa nuova “sfida” sono Neri Marcoré e Giorgio Gallione che in una lunga intervista spiegano come non si tratti di un omaggio, bensì di un lavoro animato da un “fuoco politico, con brani che parlano all'oggi e in cui il pubblico può rispecchiarsi”. Uno spettacolo che entrambi definiscono, “un vero e proprio salto nel laboratorio artistico del duo Gaber-Luporini” e nelle loro fonti letterarie e poetiche, da Calvino a Pessoa, quasi a rimarcare quel loro definirsi scherzosamente “ladri d'ispirazione”.

 

“In questo lavoro abbiamo voluto evidenziare che un tempo si discuteva e ci si confrontava, mentre oggi prevale l'evanescenza: si polemizza su temi superficiali e, quando si affrontano questioni serie come il recente dibattito sul referendum, lo si fa in modo fazioso, parlando più di appartenenza ad un schiera che di contenuti”.

 

Così Neri Marcoré che, partendo dallo spettacolo, si abbandona a più riflessioni sul crinale tra il personale e l'artistico: dalle ragioni per cui ama Giorgio Gaber alla sfida di portarlo in scena, da quel “mi fa male il mondo” che, all'alba dei sessant'anni, avverte più oggi che ieri fino ad un pensiero sull'iconico verso “libertà è partecipazione”, capace di indirizzare lo sguardo sulla “vera utopia dell'oggi”.

 

Neri Marcorè, il suo confrontarsi con Giorgio Gaber è ormai consolidato: cos'è che la lega maggiormente a lui?

 

Principalmente il fatto che fosse in grado di gestire varie "temperature" diverse: c'è la sua parte ironica, divertente e satirica, aspetti che richiamano l'inizio del mio percorso e quindi sono per me un punti di riferimento. Poi, oltre ad un cantante, era un attore eccezionale: riusciva a far teatro soltanto con il suo corpo e i primi spettacoli ne sono l'esempio, anche senza scenografie riusciva infatti a comunicare tutto. Poi c'è la parte delle sue inventive, del suo impegno sociale, e nei testi che scriveva con Luporini non troviamo mai un giudizio che non prendesse in considerazione i propri limiti: lui stesso si mette sul banco degli imputati, con una grande autocritica, e questo credo sia l'unico modo per crescere, per diventare persone se non migliori, almeno più aperte mentalmente. Si parte da qui per poi ammirare i suoi testi e le sue canzoni: dietro l'artista c'è infatti un intellettuale, e prima ancora un uomo.

 

Parliamo del sodalizio Gaber-Luporini: cosa rimane da scoprire di queste due figure che hanno fatto la storia del teatro canzone?

 

Gallione: C'è da scoprire che spesso, superficialmente, si parla di Gaber e non di Luporini, nel senso che non si percepisce la qualità e la percentuale di creatività, da tutti i punti di vista - culturale, ironico, sociale e politico - che Luporini ha portato dentro quelle canzoni. Quando è iniziata la loro collaborazione c'è stato proprio un cambio di passo netto dal punto di vista della produzione artistica e letteraria. Lo spettacolo indirettamente lo omaggia, perché è come se entrassimo nel loro laboratorio creativo, andando a cercare le fonti di ispirazione che loro dichiaravano esplicitamente, definendosi scherzosamente dei “ladri di ispirazione”.

 

Marcorè: Tutti i grandi artisti sono un po' come dei centravanti: si vede chi segna, ma c'è sempre una squadra dietro. Fuor di metafora, anche ad esempio Fabrizio De André ha sempre avuto collaboratori con i quali sono nati i suoi dischi, da Pagani a Piovani e da Bubola a Fossati. Insomma, c'è sempre qualcuno dietro che magari si cita meno ma che è stato determinante: dal confronto nascono le idee, e poi c'è chi mette la palla in rete. Per questo a noi fa piacere riferirci al duo “Gaber-Luporini".

 

Avete dichiarato che portare oggi Gaber sul palcoscenico è una necessità etica e artistica: cosa intendete?

 

Gallione: Tornare a fare Gaber è come "sciacquare i panni in Arno". Ogni spettacolo ha un'identità diversa e questo ha un fuoco più politico: si parla di "profeti", di chi sa radiografare il presente e intuire il futuro, e ci sarà molto Pasolini. Tolti alcuni anacronismi, abbiamo scelto le canzoni che vibrano ancora: non solo per la loro capacità profetica, ma perché i problemi umani, dai sentimenti alle guerre, restano gli stessi. C'è un filo più adulto e sociale, approfondito anche attraverso brani meno frequentati, in modo da costruire uno spettacolo con una drammaturgia e non una semplice antologia. Molti testi attingono a fonti come Calvino, Rodari, Saramago e Pessoa da cui le canzoni derivano direttamente o indirettamente.

 

Marcoré: Non è uno spettacolo accomodante ma politico: l'individuo contemporaneo può rispecchiarsi in testi che, pur datati, sono attuali. Abbiamo voluto evidenziare che un tempo si discuteva e ci si confrontava anche aspramente, mentre oggi prevale l'evanescenza: si polemizza su temi superficiali e, quando si affrontano questioni serie come il recente dibattito sul referendum della giustizia, lo si fa in modo fazioso, parlando più di appartenenza ad una fazione che di contenuti. Il problema? Questo impedisce l'approfondimento. Per questo abbiamo scelto di mettere al centro temi forti come ipocrisia, sincerità e utilitarismo nei rapporti: ciascuno potrà sentirli propri o meno, ma difficilmente resterà indifferente. Anche agli spettacoli di Gaber c'era chi usciva in disaccordo, ed è giusto così: non si può accontentare tutti, ma è necessario prendere una posizione intellettuale.

 

Neri Marcorè, "Mi fa male il mondo" è un titolo che sembra scritto ieri: qual è il dolore che lei avverte maggiormente?

 

Ogni giorno sentiamo notizie che ci fanno capire come stiano accadendo cose che fino a poco tempo fa non succedevano: se si vuole conservare un senso di innocenza rispetto alla vita, pur rimanendo ottimisti, è molto difficile. Assistiamo alla "muscolarità" di certi pensieri che dominano il mondo, anche l'Italia: evidentemente c'è chi pensa di trovare risposte in questo modo, poi capiremo le conseguenze. Il titolo è mutuato da Pessoa e lo declino anche anagraficamente: compirò infatti sessant'anni, né cento e né venti, e ci sono espressioni sguaiate, dai dibattiti alle manifestazioni sociali, che oggi mi rendono più insofferente di prima, quando le archiviavo come marginali ed episodiche, mentre ora le vedo crescere a dismisura. Avverto insomma un po' di dolore, e quindi mi chiedo se sia solo per l'età o se sia davvero così.

 

Avete mai pensato a cosa direbbe Giorgio Gaber guardando all'Italia di oggi?

 

Gallione: Non abbiamo l’arroganza di dirlo, ma sappiamo che ha detto "la mia generazione ha perso". Nel nostro spettacolo c'è un percorso generazionale legato alla ricerca dell'utopia, al tentativo di andare verso una società migliore: negli anni della giovinezza di Gaber c'era una generazione che sperava davvero di cambiare il mondo, e questo emerge nelle canzoni. Negli ultimi anni, invece, il suo pensiero si è fatto più disilluso. A partire da questa riflessione noi vogliamo radiografare una società che, nelle sue canzoni e nella nostra percezione attuale, non appare totalmente sana.

 

Marcorè: Sicuramente non lo sapremo mai, anche se è una domanda ricorrente per grandi personaggi come anche De André o Pasolini. Sarei molto curioso, personalmente, di sapere ad esempio come avrebbe descritto i nostri giorni Pasolini. Tornando a Gaber, l'ultima parte della sua produzione è più all'insegna della disillusione per non essere riuscito a portare avanti delle utopie. Penso che oggi non sarebbe più ottimista e che continuerebbe a scrivere testi arrabbiati e molte invettive, ma anche ironici con cui prendere in giro i tanti atteggiamenti che vediamo oggi. Viviamo in un periodo che, diciamo, dà molto materiale ai comici, anche se a ben vedere c'è poco da ridere.

 

Neri Marcorè, saliamo un attimo sul palcoscenico: qual è la sfida maggiore che implica per lei portare in scena Giorgio Gaber?

 

Non si tratta di un'operazione mimetica e fin dal primo spettacolo abbiamo trattato i testi di Gaber-Luporini come classici del teatro, da mettere in scena senza farne un omaggio imitativo. Non cerco quindi di interpretare Gaber ma di farlo mio, anche se è ovvio che la sua figura sia nella mia memoria. Dal punto di vista vocale è sicuramente una sfida impegnativa, e dopo anni posso dire di riuscire a gestire meglio questo aspetto: è comunque in generale una prova e mi piace mettermi in gioco anche rischiando di "cadere". Questo mi permette di esplorare i miei limiti e i miei contorni, esplorandoli.

 

Un'ultima battuta: "Libertà è partecipazione" è il verso più citato di Giorgio Gaber, e anche forse il più frainteso. Se dovesse tradurlo nel linguaggio civile di oggi, che valore gli attribuisce?

 

Quando un artista muore c’è spesso un saccheggio delle sue parole e anche Gaber è stato tirato da una parte e dall’altra, cosa su cui ironizzò in "Destra-Sinistra". Parlando con Luporini di quel verso che ha citato lei, ho capito che per lui libertà significava lasciare un segno, incidere, partecipare ed esprimersi senza cercare per forza consenso. Personalmente credo che libertà e partecipazione siano concetti quasi interscambiabili: partecipare vuol dire non restare indifferenti, sentirsi vivi e non automi in una società capitalistica condizionata dal mercato, rivendicando le proprie scelte al netto dei condizionamenti. Se c'è un'utopia oggi è proprio questa: poter scegliere liberamente, senza cercare consenso a tutti i costi.

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