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Trento
05 febbraio | 18:03

"The Wall dei Pink Floyd parla all'oggi, dalle guerre a quello che succede negli Usa: dobbiamo abbattere il muro dell'indifferenza e anche la danza è un atto politico"

Il coreografo Michele Merola presenta "The Wall Dance Tribute" in scena al Teatro Sociale: "L’impressione del pubblico è di trovarsi di fronte quasi a un film e la figura di Pink rappresenta la società contemporanea: dal 1979, quando è uscito il concept album dei Pink Floyd, sembra non siano cambiate molte cose"

Foto di Marco Caselli Nirmal
Foto di Marco Caselli Nirmal

TRENTO. “Un lavoro più che mai attuale, in un mondo in cui serve sostenere la libertà dell'individuo e combattere l'omologazione a un pensiero unico e la tendenza a chiudersi verso le diversità. Ma anche abbattere il muro dell'indifferenza sulla guerra e sulla questione ambientale”.

 

Ad affermarlo, nell'intervista concessa a il Dolomiti, è il coreografo Michele Merola in vista delle due repliche di “The Wall Dance Tribute” al Teatro Sociale di Trento (5 e 6 febbraio, QUI INFO).

 

Si tratta dell'ultima produzione della MM Contemporary Dance Company in cui l'iconico concept album dei Pink Floyd “The Wall” torna a parlare al presente, e lo fa intrecciando danza, musica, teatro e immagini.

 

Partendo dal capolavoro musicale, e dall’omonima pellicola cinematografica di Alan Parker, i danzatori sul palco, assieme all'attore Jacopo Trebbi, faranno rivivere quello che rappresenta “un manifesto, un atto di protesta contro un mondo, contro una società che non rispetta gli uomini in quanto esseri senzienti e liberi”. Centrale la storia di Pink, alterego di  Roger Waters, e la sua “folle confusione”, raccontata attraverso l’intrecciarsi di teatro, danza e musica. “

 

“La danza è a tutti gli effetti un atto politico – spiega Michele Merola presentando lo spettacolo – e parlare di libertà e di rispetto dell'altro significa confrontarsi con valori che non devono morire: basta guardare a quello che succede nel mondo, penso ad esempio negli Usa, per capire che dal 1979 quando l'album è uscito non sono cambiate molte cose, ed è fondamentale rifletterci”.

 

Michele Merola, partiamo da “The Wall”. L'album nasce come grido di rabbia e frustrazione, con quell'iconico muro da abbattere. Lei lo traduce in danza, qual è il muro che vuole abbattere?

 

Sicuramente il muro più urgente da abbattere è quello legato al rischio di veder minata la libertà dell’individuo, un tema che sento molto vicino e che oggi è più attuale che mai. Non avremmo mai pensato di portare in scena The Wall in un momento storico come questo, in cui certe tematiche tornano con forza. Penso all’omologazione verso un pensiero unico e alla chiusura nei confronti di opinioni diverse da quella dominante: si sta perdendo il dibattito e il confronto, si discute sempre meno, si cavalca l’opinione di massa, con una conseguente limitazione della libertà individuale. C’è poi il muro dell’indifferenza verso grandi temi come la guerra, la pace e anche verso la questione ambientale. Credo sia fondamentale non “assopirsi” e questo spettacolo ci invita a restare vigili e a batterci per il bene comune.

 

E sceglie di far riflettere unendo danza, parole, musica e immagini: che lavoro è uscito?

 

L’impressione che gli spettatori hanno è quella di trovarsi di fronte quasi a un film. È uno spettacolo che intercetta un pubblico trasversale, anche persone che non hanno particolare dimestichezza con la danza, e può essere apprezzato anche da chi abitualmente si confronta con la prosa o con la musica. È un lavoro che va a descrivere bene i contenuti e i temi delle canzoni dei Pink Floyd: c’è stato uno studio musicale approfondito e, dal punto di vista stilistico, la danza rispecchia nella gestualità ciò che i testi raccontano. Insomma, siamo partiti dalla musica per arrivare a una gestualità che rispettasse pienamente quei brani-capolavoro.

 

Nella vostra rilettura Pink è al contempo alter ego di Roger Waters e personaggio autonomo, sospeso tra il vivere e il ricordare. Che tipo di umanità volevate restituire a questa figura divisa e fragile?

 

La figura di Pink rappresenta pienamente la società contemporanea. È un personaggio che vive immerso nei ricordi, incapace di abitare il presente, quasi schiacciato dagli avvenimenti. Da qui nasce la sua ricerca nel passato, per capire quali esperienze lo abbiano portato a diventare la persona che è. Ne emerge un uomo molto fragile che, però, scopre dentro di sé una nuova forza attraversando i fatti della vita. Non viene esaltata un’idea di felicità a tutti i costi, ma un percorso in cui si incontrano molti muri e in cui il compito di ciascuno è provare ad abbatterli. È, insomma, una riflessione sul vivere quotidiano.

 

I temi sono complessi e, lo si può dire, abbastanza governati dal caos che regna nella mente del protagonista. Si è assunto un bel rischio dal punto di vista coreografico.

 

Decisamente, dal punto di vista coreografico è stato sicuramente un rischio ma affrontare temi complessi è una mia costante. La sfida mi è sempre piaciuta e questo lavoro rappresenta bene ciò che, a mio avviso, significa essere un coreografo: vorrei lasciare un segno diverso anche rispetto ai lavori precedenti, nell’ottica di un rinnovamento continuo. Aggiungo una cosa: lavorare insieme a un regista e a un drammaturgo ha rappresentato un nuovo modo di creare, che mi ha stimolato e che ho apprezzato molto.

 

Il filo rosso che lega le “riflessioni” dell'album del 1979 e la società contemporanea non può che rimandarci anche alla rivoluzione digitale che ha "travolto" il mondo che viviamo. Come si rapporta con questa tematica?

 

Le dico che in questi giorni mi sto interrogando molto anche sul tema dell’Intelligenza Artificiale, che potrebbe arrivare a mettere in crisi o far addirittura scomparire diversi lavori. Quello che posso fornire è un punto di vista sul mio settore: l’arte e lo spettacolo dal vivo, a mio avviso, corrono meno questo rischio. Nonostante il progresso, soprattutto dopo la pandemia, le persone continuano ad amare la magia della dimensione live, quella “all’antica”. Sono due strade che procedono in parallelo e non credo che l’immersione in realtà completamente virtuali prenderà del tutto il sopravvento. Certo, è necessario lavorare sulle nuove generazioni, e noi cerchiamo di farlo: portare i giovani a teatro è fondamentale affinché possano scoprire e appassionarsi a questa dimensione.

 

Torniamo allo spettacolo “The Wall Dance Tribute”. Cosa vorrebbe che si portasse via lo spettatore dopo aver lasciato il teatro: la memoria di un capolavoro musicale o l’idea che la danza possa ancora essere un atto di resistenza?

 

Sicuramente la seconda, ma senza dimenticare la prima. Il messaggio di questo spettacolo, e anche una mia forte convinzione, è che la danza sia a tutti gli effetti un atto politico. Parlare di libertà, di pensiero libero e di rispetto dell’altro significa confrontarsi con valori che non devono mai morire. Purtroppo, da quando l'album The Wall è stato pubblicato ad oggi, sembra che poco sia cambiato: se pensavamo di aver lasciato alle spalle un mondo in cui si tenta di soffocare il pensiero libero, abbiamo capito che non è così. E lo vediamo chiaramente oggi, basti pensare a quello che accade negli Stati Uniti e nel mondo. Ed è su questo che il pubblico sarà chiamato a riflettere.

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