"Coppelia, classico ottocentesco interpretato dalla Junior Company del Balletto di Roma che parla ai giovani: è una riflessione sul bisogno d'amore che porta speranza"
L'opera, rivisitazione del celebre balletto “Coppelia”, andrà in scena questa sera 5 febbraio al Teatro Cristallo di Bolzano e domani al Teatro Zandonai di Rovereto. La direttrice artistica Francesca Magnini: "Questo lavoro riassunto in una parola? Speranza. Che questa storia possa continuare a vivere e rinnovarsi nel tempo, ma soprattutto speranza per i giovani: vederli sul palcoscenico significa mostrare che è possibile dedicare la propria vita a un progetto artistico così esigente"

TRENTO. La fiaba si incrina e lascia emergere il presente, con le sue solitudini e le sue relazioni artificiali: in "Coppelia" di Fabrizio Monteverde l’aura ottocentesca della bambola che si anima viene oltrepassata, per farsi portatrice di una riflessione attuale sul bisogno disperato d’amore che attraversa le nuove generazioni.
I danzatori della Junior Company del Balletto di Roma, istituzione fondata da Franca Bartolamei e Walter Zappolini nel 1960, sono i protagonisti di questa rilettura contemporanea del balletto sulle musiche del 1870 di Léo Delibez. L'ambientazione? Un contesto urbano dove il confine tra realtà e illusione si fa sempre più sottile.
L'opera è in programma giovedì 5 febbraio al Teatro Cristallo di Bolzano e venerdì 6 febbraio al Teatro Zandonai di Rovereto, ed è ispirata liberamente al racconto "L’uomo della sabbia" di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann.
Ed è così che la nuova Coppelia perde l’aspetto fiabesco per trasformarsi in una metafora delle paure più profonde del nostro tempo: l’isolamento emotivo, la ricerca di senso, il desiderio dell’altro, visione che si inserisce con coerenza nel solco artistico di Monteverde, da anni impegnato nella rilettura in chiave contemporanea dei grandi classici.
"C’è un angolo della mente – dice – che non riesce a razionalizzare la paura del diverso e di ciò che non conosciamo, mettendo in evidenza tutte le nostre paure, anche le più infantili. Il terrore di rimanere soli fa compiere tortuosi percorsi come in un racconto dell’orrore. Coppelia non è altro che il punto di partenza per un viaggio che ha come meta la ricerca dell’altro, ovvero l’Amore".
In vista delle due date, Francesca Magnini, direttrice artistica della compagnia senior del Balletto di Roma, racconta a Il Dolomiti il progetto e il valore formativo della Junior Company, nata lo scorso anno per accompagnare i giovani danzatori verso nuovi obiettivi professionali.
Magnini, Coppelia è un titolo iconico del repertorio classico: cosa significa oggi rimettere mano a una storia così radicata nell’immaginario collettivo?
Coppelia è un grande classico di fine Ottocento che, già alla sua nascita, rappresentava una rottura con la tradizione e una revisione del balletto romantico. Questa modalità innovativa si ritrova oggi nel riallestimento di Fabrizio Monteverde, che interroga direttamente le nuove generazioni. Il fatto che sia interpretato dalla Junior Company è molto importante, il linguaggio di Monteverde indaga a fondo la psicologia dei personaggi e dei danzatori stessi, e questa giovinezza emerge con forza dalla presenza scenica di interpreti tutti under 21. Al centro della storia resta l’amore, ma declinato come un’indagine su quello degli adolescenti di oggi, un sentimento attraversato da una distinzione sempre più sottile tra reale e artificiale. L’uso delle tecnologie ha trasformato le relazioni in connessioni, spesso prive di una reale profondità emotiva. Coppelia ci riporta così all’immagine della bambola, oggetto rassicurante dell’infanzia, che attraverso la finzione permette di esorcizzare sentimenti complessi.
Una curiosità, quale ruolo giocano gli elementi visivi e simbolici dello spettacolo nel rendere percepibile questa inquietudine emotiva?
La presenza in scena di bambole antiche e meccaniche, e il modo in cui i danzatori le animano, genera volutamente un senso di inquietudine. La cifra stilistica di Monteverde è cruda, diretta, e queste figure possono essere percepite in modi diversi dallo spettatore. Anche io ho provato una sensazione di terrore, c’è qualcosa di sconosciuto che emerge, proprio come accade quando si affronta un sentimento complesso e fragile come l’amore, che oggi i giovani vivono con grande difficoltà. Lo spettacolo rimanda a diversi modelli di lettura, che ciascuno spettatore può riconoscere autonomamente. La danza contemporanea non racconta in modo letterale né ha l’obiettivo di “spiegare” una storia, ma nasce per farci provare emozioni. L’indagine sull’amore ai tempi delle tecnologie, dell’intelligenza artificiale, degli avatar e delle identità “fake” risuona in modo evidente, ma i rimandi possono diventare ancora più complessi, a seconda dello sguardo di chi osserva.
In questa versione si perde l’aura fiabesca ottocentesca per entrare in un contesto urbano e contemporaneo: quanto è stato importante questo cambio di ambientazione per parlare al pubblico di oggi?
Molto. Questo contesto emerge più attraverso i corpi e il linguaggio dei danzatori che tramite una scenografia vera e propria, che di fatto non c’è. Uno dei protagonisti, Mirko, proviene dal mondo urban ma possiede anche una solida formazione classica. Basta vederlo in scena per ritrovarsi immediatamente in un immaginario comprensibile ai giovani di oggi. Il suo modo di muoversi affonda nella tradizione, ma al tempo stesso apre a infinite possibilità espressive. È un linguaggio contaminato, fluido, che i giovani riconoscono come familiare perché appartiene anche all’universo visivo che incontrano quotidianamente, dai social ai video online. Credo che il livello professionale di danzatori così giovani, capaci di attraversare stili diversi con naturalezza, rappresenti un forte elemento di appeal per il pubblico più giovane.
La bambola meccanica diventa simbolo di relazioni artificiali e bisogno d’amore: crede che il pubblico giovane si riconoscerà in questa nuova Coppelia?
Io penso di sì. La capacità di Fabrizio Monteverde di coinvolgere spettatori di tutte le età è ormai un dato di fatto. Nel nostro repertorio ci sono sue coreografie nate quasi quarant’anni fa che continuano a essere richieste e portate in scena in luoghi impossibili. Penso, ad esempio, a "Giulietta e Romeo", una produzione nata in Italia che oggi presentiamo anche in Cina, davanti a un pubblico lontano dalla tradizione shakespeariana e dal contesto culturale dell’opera, ma che continua a funzionare. Questo dimostra come la contemporaneità dei corpi e del linguaggio dei danzatori riesca a creare empatia a prescindere dalla trama. Ciò che portiamo in scena è soprattutto la capacità del Balletto di Roma di entrare in connessione fisica ed emotiva con lo spettatore, la narrazione diventa quasi un pretesto per attivare questo dialogo. La figura della bambola apre molte riflessioni, anche per i più giovani, parla della passività di fronte alle tecnologie, dell’ipnosi che esercitano e del bisogno emotivo che spesso cercano di colmare. È un’immagine che interroga il nostro presente e che, prima o poi, saremo chiamati ad affrontare fino in fondo.
Fabrizio Monteverde parla della paura del diverso e del terrore della solitudine: come questi temi emergono concretamente nella coreografia?
Emergono subito nella relazione tra i corpi, nei gesti essenziali e negli intrecci fisici dei danzatori. La prossimità che si crea in scena, soprattutto tra interpreti così giovani, è molto commovente. È un augurio, quasi un desiderio, che le nuove generazioni possano tornare ad abbracciarsi senza barriere o timori. La solitudine, infatti, è anche una condizione relazionale, oggi è molto diffusa la paura del corpo e dell’incontro con l’altro. Anche un gesto semplice come un abbraccio, tra i giovani, richiede ormai un allenamento, una consapevolezza che spesso manca. Lo spettacolo ci invita proprio a questo, ad abbandonarci, a lasciarci attraversare da ciò che vediamo in scena e a riflettere su noi stessi attraverso il contatto e la presenza dell’altro.
Quanto è importante, oggi, trovare un equilibrio tra memoria e innovazione nella danza?
Per noi è fondamentale. Il Balletto di Roma promuove il proprio lavoro nel mondo attraverso una sintesi naturale di tradizione e innovazione, che è parte integrante della sua identità. La compagnia senior ha una storia lunga 66 anni, non saremmo arrivati fin qui senza la storia, ma allo stesso tempo non saremmo qui senza l’innovazione che, a un certo punto, ha saputo fare irruzione nella storia.
Solo una questione di linguaggi e stili, o c'è dell'altro?
Non credo sia solo una questione di linguaggi o di stili, perché nella visione contemporanea della danza di qualità queste distinzioni hanno sempre meno senso. La capacità di fondere tradizione e innovazione si manifesta piuttosto nella visionarietà del nostro lavoro. È per questo che il Balletto di Roma è una compagnia riconosciuta anche all’estero e che trova la sua forza nella continuità. Insegnare ai giovani danzatori a tenere insieme questi due poli significa insegnare loro a rimanere nella storia, guardando avanti: i nostri 450 allievi non sarebbero qui se non vedessero nella compagnia uno slancio reale verso il futuro.
In che modo questo progetto contribuisce alla crescita artistica e umana dei danzatori più giovani?
In modo totale. Sono ragazzi che provengono direttamente dalla scuola, fino a poco tempo fa li vedevamo al saggio e oggi sono in scena in produzioni professionali. Hanno lasciato il tutù classico per entrare in una dimensione performativa più veloce, complessa e consapevole. Quello che offriamo loro, in definitiva, è il lavoro. Andare in scena è un’esperienza che trasforma profondamente, il confronto con il teatro, con il pubblico e con i tempi della produzione professionale segna un passaggio decisivo. Alcuni di questi giovani danzatori hanno già partecipato a tournée con la compagnia senior, come il recente tour in Cina, e questo li ha fatti crescere rapidamente, rendendo il loro movimento e la loro presenza scenica più maturi e raffinati. È un percorso che incide sul corpo, ma soprattutto sull’esperienza interpretativa e sulla consapevolezza di sé. Calcare il palcoscenico di un teatro è per loro una grande occasione di crescita artistica e, allo stesso tempo, una profonda soddisfazione personale.
Torniamo a Coppelia, se dovesse raccontarla con una parola, quale sceglierebbe?
Direi senza dubbio speranza. Speranza che questa storia possa continuare a vivere attraverso chi la rimette in scena e le permette di rinnovarsi nel tempo. Ma soprattutto speranza per i giovani, perché vederli sul palcoscenico, anche agli occhi dei loro coetanei, significa mostrare che è possibile dedicare la propria vita, con disciplina e passione, a un progetto artistico così esigente. Assistere a una performance di questo livello, interpretata da danzatori così giovani, è commovente e rappresenta un gesto di consapevolezza e di fiducia nel futuro. Per questo speranza è la parola che meglio racconta non solo lo spettacolo, ma anche l’orizzonte delle nuove generazioni.
In conclusione, cosa si aspetta che resti allo spettatore alla fine dello spettacolo?
Mi auguro resti innanzitutto il piacere della visione, indipendentemente dal bisogno di ricondurre lo spettacolo a un testo. Il teatro dal vivo non richiede fedeltà a un presunto originale, che in fondo non esiste: ogni rappresentazione rinasce ogni volta, in modo diverso. Vorrei che allo spettatore rimanesse qualcosa in grado di vivere nel presente, senza la necessità di chiedersi continuamente quale sia il significato o la direzione del racconto. L’invito è semplicemente quello a lasciarsi attraversare dallo spettacolo, permettendogli di risuonare nella propria esperienza personale.












