“Un profilo fake e il raduno dei maranza", da un episodio reale nasce 'Gioco da ragazzi' che racconta la Gen Z: "Noi incapaci di trasmettere il valore della partecipazione"
L'autrice e regista Carolina Calle Silva racconta a il Dolomiti lo spettacolo 'Gioco da ragazzi' che affronta le contraddizioni e le fragilità della Generazione Z: "Nasce dal lavoro che da anni portiamo avanti con gli studenti, in cui abbiamo potuto conoscere da vicino le loro necessità, le loro domande, i loro dubbi. In scena un confronto tra la generazione degli adulti e quella dei ragazzi e che riguarda anche la dimensione politica e sociale"

ROVERETO. Debutta mercoledì 11 marzo alle 20.30 al Teatro la Cartiera di Rovereto la nuova produzione di Elementare Teatro, “Gioco da ragazzi”, spettacolo scritto e diretto dalla drammaturga e regista Carolina Calle Casanova e inserito nella stagione Scenario Trentino.
La pièce segna il ritorno alla prosa per adulti della compagnia roveretana e rappresenta una tragicommedia generazionale che prova a restituire le contraddizioni e le fragilità della Generazione Z, cresciuta dentro una comunicazione rapida e digitale e sospesa tra apertura mentale, disillusione verso la politica e difficoltà a immaginare il futuro. Il tutto in uno "scroll" costante, tra contraddizioni e assenza di guide.
In scena, spiega Carolina Calle Casanova, "si intrecciano le storie di un professore universitario in crisi e di tre studenti al primo anno fuori casa, tra precarietà economica, convivenze forzate e tensioni che progressivamente sfociano nel conflitto, fino a incrociare un episodio ispirato alla cronaca contemporanea".
Il progetto nasce anche dall’esperienza diretta maturata dalla compagnia nel lavoro con i giovani del percorso formativo Inside Out, sviluppato nelle scuole della Vallagarina e che coinvolge oltre 160 ragazzi. E in scena c'è anche una "sorpresa": accanto all’attore Federico Vivaldi e ai tre giovani interpreti, quasi a creare un ponte simbolico tra generazioni intervengono le voci dei “Padri”, affidate in voice off agli attori Paolo Rossi e Sergio Sgrilli.
Carolina Calle Casanova, come nasce l’idea dello spettacolo e perché raccontare la Generazione Z?
Lo spettacolo nasce dal lavoro che da sei anni portiamo avanti con gli studenti nelle scuole, da questo progetto di formazione teatrale è nata una compagnia composta da circa 200 studenti delle superiori della Vallagarina: si tratta di ragazzi che partecipano per scelta e proprio per questo il lavoro con loro è stato molto intenso. In questi anni abbiamo costruito una relazione molto forte e abbiamo potuto conoscere da vicino le loro necessità, le loro domande, i loro dubbi: il testo nasce proprio da questo percorso condiviso, e alcuni dei ragazzi più talentuosi sono stati coinvolti anche nella produzione professionale e hanno partecipato a un tutoraggio di scrittura drammaturgica. Oggi in scena ci sono tre attori molto giovani, tra i 18 e i 21 anni, accanto a Federico Vivaldi, fondatore di Elementare Teatro: raccontarli sul palco è stato quindi molto naturale: abbiamo cercato di parlare delle loro precarietà, delle paure, della solitudine e dei desideri che caratterizzano questa generazione.
E proprio l'incontro tra diverse generazioni è il tema centrale di questo lavoro.
Lo spettacolo mette in scena un confronto tra la generazione degli adulti e quella dei ragazzi che riguarda anche la dimensione politica e sociale. I giovani oggi crescono in un clima di forte disillusione e ritengo che noi adulti non siamo stati capaci di trasmettere fiducia nella politica e nel valore della partecipazione: oggi capita spesso che, interrogando ad esempio i giovani sull'importanza del voto, la risposta sia che proprio non gli interessa. Il rischio? Passare dalla disillusione al disinteresse politico. I personaggi dello spettacolo si muovono proprio dentro questa incertezza, dentro un labirinto fatto anche di relazioni costruite sui social e di una certa mancanza di figure adulte credibili.
C’è stato un episodio reale che ha ispirato la storia?
Assolutamente. Lo spunto nasce da un episodio di cronaca accaduto l’estate: un giovane ha creato un profilo fake legato al mondo dei “maranza” e ha organizzato un raduno, e a quell’evento sono arrivati anche gruppi di estrema destra e ci sono stati degli scontri. Per fortuna non ci sono state conseguenze gravi, ma episodi simili si stanno moltiplicando in tutta Italia e ciò racconta nuove forme di aggregazione giovanile che spesso noi adulti facciamo fatica a comprendere. Questo è stato uno degli spunti per spingerci a riflettere sulla difficoltà nel leggere alcune dinamiche sociali delle nuove generazioni.
E questa difficoltà prende forma in un "professore disilluso" e alcuni studenti fuorisede.
Esatto. Da una parte c’è un professore universitario quarantenne, un uomo di sinistra disilluso che insegna all’università ma che avrebbe voluto fare lo scrittore senza però esser mai riuscito a concludere il suo progetto. È una figura piena di contraddizioni: partecipa alle manifestazioni ma spesso non riesce a essere coerente nella vita quotidiana, e nelle relazioni personali resta bloccato in una sorta di eterna adolescenza. Dall’altra parte ci sono tre studenti al primo anno di università: arrivano con molte speranze, con energia e con grandi aspettative, ma nel corso della storia si scontrano con la realtà, dalla necessità di lavorare e di mantenersi alle difficoltà dell’università e l’incertezza del futuro. L’incontro tra questi mondi mette in luce le solitudini e le fragilità di entrambe le generazioni.
Una domanda sul percorso che ha portato allo spettacolo: quanto ha influito il lavoro con i giovani sulla drammaturgia?
Ha influito moltissimo, soprattutto sul linguaggio: questo perché scrivere come parlano oggi i ragazzi richiede un lavoro di ricostruzione linguistica. Un conto è imitare il dialogo quotidiano, un altro è renderlo comprensibile e fruibile anche per il pubblico teatrale che spesso è over 30, quindi era necessario trovare un equilibrio tra autenticità e comprensibilità. In generale, stare vicino ai giovani significa restare in contatto con la contemporaneità: più ci si allontana dai giovani, più ci si allontana dal presente.
Protagoniste anche due voci fuori campo illustri, quelle degli attori Paolo Rossi e Sergio Grilli: che ruolo giocano?
Nello spettacolo interpretano la voce dei padri: oggi molte relazioni tra genitori e figli passano anche attraverso messaggi WhatsApp e proprio questa forma di comunicazione è diventata un elemento drammaturgico. Queste voci rappresentano padri che cercano i figli perché sentono la loro mancanza, ma che allo stesso tempo trasmettono aspettative molto forti e una certa ansia di prestazione. In molti casi il figlio diventa il prolungamento dei genitori e della loro visione del mondo, più che una persona autonoma.
Veniamo al titolo: perché “Gioco da ragazzi”?
Nasce dall’idea che sui social sembri tutto un gioco: l’identità, l’immagine che diamo di noi stessi, il modo in cui ci raccontiamo, con post, storie e reazioni che sembrano gesti leggeri, ma in realtà hanno conseguenze molto profonde sulla percezione di sé e sul bisogno di approvazione. A volte questo “gioco” può diventare anche pericoloso: pensiamo a raduni organizzati online che poi sfociano in violenze reali. Insomma, quello che appare come un gioco, in realtà, non lo è affatto.
Un'ultima battuta, qual è il messaggio che vorrebbe che lo spettatore portasse con sé?
Lo spettacolo non propone soluzioni né ricette, ma prova a lasciare delle domande aperte, soprattutto agli adulti. Che valore ha oggi questo gioco dei social? E, soprattutto, che valore avrà nel futuro? Oggi abbiamo Instagram, ma tra quindici o vent’anni cosa avremo? E insieme a questi strumenti che evolvono, noi cosa diventeremo?












