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Bolzano
11 febbraio | 11:51

"L'ipermercato? Specchio della società", Solarino e Gallerano portano in scena il Nobel Ernaux: "In un'era in cui crediamo di rispondere a Trump con un messaggio"

Le attrici Valeria Solarino e Silvia Gallerano debuttano in prima nazionale al Teatro Comunale con lo spettacolo 'Guarda le luci, amore mio' e si raccontano a il Dolomiti: "Il risultato è la creazione di un luogo della memoria che parla della quotidianità, lasciando trasparire una critica alla società di cui tutti facciamo parte: l'ipermercato diventa un luogo in cui stare accanto all'abbondanza ci dà l'illusione del benessere"

BOLZANO. L'ipermercato che diventa un luogo-simbolo della contemporaneità: non uno sfondo, ma uno spazio in cui si intrecciano abitudini, contraddizioni e stanchezze del presente che viviamo. Prende le mosse da qui lo spettacolo "Guarda le luci, amore mio" che - tratto dall'omonimo libro di Annie Ernaux, Nobel per la Letteratura nel 2022 - si delinea come un diario nato dall'osservazione quotidiana di uno dei luoghi più frequentati, ma quasi mai "interrogati" dalle persone. 

 

E dal testo si passa al palcoscenico, con la prima riduzione drammaturgica curata dalla regista Michela Cescon che debutterà in prima nazionale al Teatro Comunale di Bolzano dal 12 al 15 febbraio per poi fare tappa a Brunico, Bressanone, Vipiteno, Merano e Rovereto (QUI INFO E BIGLIETTI).

 

Un lavoro che vuole restare "dentro alle cose" senza mai giudicarle, dipingendo il non-luogo ipermercato come un microcosmo in cui si sfiorano classi sociali, desideri, fragilità ma anche i tanto temuti automatismi del mercato globale che ci spingono "a comprare una maglietta a pochi euro, senza magari pensare allo sfruttamento del lavoro che c'è dietro"

 

Protagoniste sul palcoscenico due attrici di grande spessore come Valeria Solarino, tra i volti più apprezzati del piccolo e grande schermo, e Silvia Gallerano che, nell'intervista concessa a il Dolomiti, raccontano lo spettacolo e le sue sfaccettature, dai primi passi alla costruzione delle "due Ernaux che portiamo in scena", fino alla domanda che aleggia tra palco e platea: "Perché se sappiamo tutto questo, continuiamo a farlo?".

 

Centrale nel libro e nello spettacolo è l'ipermercato in cui è ambientato: non uno sfondo ma un vero modello sociale. Cosa ci dice?

 

V.S. Il testo nasce da un diario che l'autrice tiene per un anno durante le sue visite all'ipermercato, di quelli in cui c'è di tutto: visite reali in cui lei fa la spesa e racconta ciò che vede, sente e percepisce. Emergono, in diversi orari e stagioni, diversi tipi di umanità in uno spazio dove si incontrano classi sociali differenti, dal benestante a chi deve fare i conti con i pochi soldi. Un tema che risalta è come qui puoi trovare una maglietta a pochi euro, che tutti comprano felicemente anche se magari è il frutto dello sfruttamento del lavoro dall'altra parte del mondo. Questo per dire che lo spettacolo racconta le contraddizioni della nostra epoca, e lo fa stando dentro alle cose, senza dire ciò che è giusto e sbagliato, senza individuare il bene e il male. Grazie alla regia di Cescon questo testo riesce a restituire però anche della leggerezza, quasi come fosse un gioco.

 

Dal libro al palcoscenico, passando per la regia: che lavoro ne è uscito?

 

S.G. Diciamo che per noi è stata auna bella avventura. Parliamo di un testo non facile: non c'è una narrazione, una storia nel senso classico, ma una specie di indagine in forma di diario. Su questa abbiamo costruito una partitura fisica, inventando qualcosa che definirei giocosa e anche leggera: riempiamo infatti lo spazio dell'ipermercato di immagini che narriamo e che creiamo, come se fosse la stanza dei giochi di due ragazzine che evocano mondi che poi appaiono davanti agli spettatori. Il risultato è la creazione di un luogo della memoria che parla dei luoghi di tutti i giorni, lasciando trasparire una critica alla società di cui tutti facciamo parte: l'ipermercato diventa un luogo in cui stare accanto all'abbondanza ci dà l'illusione del benessere ed è emblematica la battuta che i bambini un giorno ricorderanno la spesa fatta lì quasi come la casa dei nonni. Come diceva Valeria, centrale è il tema del consumo globale, e una domanda: perché lo sappiamo ma continuiamo ad andarci?

 

In scena ci sono due personaggi, sono però due versioni dello stesso.

 

V.S. Esattamente, il testo è in prima persona e a prendere forma è sia la scrittrice, sia la persona che è dentro al supermercato e che racconta ciò che vede. É un racconto a due voci come se ci raccontassimo a vicenda quello che vediamo e viviamo e centrale è l'ascolto reciproco: quando una parla, l'altra è comunque "attiva" ed è una richiesta della regista. Se una compie un'azione, l'altra risponde con un gesto, uno sguardo o un movimento.

 

La grande attualità dell'opera è il costante confronto tra l'io e la collettività: come parla all'oggi?

 

V.S. È un testo molto profondo proprio perché non dice cosa è bene e cosa è male, ma costruisce un affresco di ciò che è la nostra società. C’è un momento molto bello in cui Ernaux si chiede: perché non ci siamo ribellati? Si parte dalla coda alle casse e si immagina una ribellione quasi infantile: aprire tutti i pacchetti e mangiarne il contenuto. Ma dietro c’è una domanda molto più ampia: perché non ci ribelliamo a questo sistema? E poi la risposta: eravamo, e siamo, troppo stanchi. Ne emerge una società sempre più individualista e, seppur sia stata scritta oltre un decennio fa, mi rimanda al mondo dei social: oggi è possibile immaginare di rispondere direttamente anche ad uno come Trump direttamente dallo smartphone ma si ha solo l'illusione di contare qualcosa, mentre in realtà nella maggior parte dei casi si è soli e senza la possibilità di incidere. Però emerge anche che ogni volta che le persone si mettono insieme diventano efficaci, perché non sono più una voce isolata, ma qualcosa di molto più forte.

 

Se il messaggio del libro è potente, qual è il quid che aggiunge la sua trasposizione teatrale?

 

S.G. Non so se il teatro riesca ad arrivare alle persone più delle pagine di un libro, ma posso dire che si crea un’esperienza collettiva di cui il pubblico fa parte. La lettura è un’esperienza solitaria, che porta alla riflessione individuale: in questo caso, invece, la storia prende vita collettivamente. E questo, in qualche modo, si replica l’ambientazione: parliamo di un luogo che frequentiamo collettivamente, ma dove ognuno è lì per sé stesso. Poi è come se a un certo punto ci trovassimo tutti insieme, consapevoli, a parlare di un luogo di cui non parliamo mai, ma che tutti frequentiamo e ciò si riflette anche in una scena.

 

Silvia Gallerano, questo “trovarsi in mezzo” emerge anche nel suo spettacolo intitolato "La Merda": osannato dalla critica, mette al centro il tema del rapporto tra individuo e società. Vede connessioni con questo spettacolo?

 

Sì, anche in quel lavoro non viene espresso alcun giudizio su una protagonista che è vittima e carnefice allo stesso tempo, carnefice anche nei confronti del mondo quando accetta il proprio ruolo all’interno del patriarcato, che viene criticato nello spettacolo ma di cui lei stessa fa parte. Direi che il filo rosso è proprio “il mettersi in mezzo”. Tornando a Ernaux, lei racconta ciò che le piace e ciò che non le piace del luogo che frequenta, portando avanti tutte le contraddizioni dell’essere umano, le cose belle e quelle brutte.

 

Valeria Solarino, una domanda tra piccolo, grande schermo e palcoscenico: lei è uno dei volti più conosciuti e ha lavorato con grandi registi, ma fondamentale è la sua esperienza teatrale. Come vive queste dimensioni?

 

Posso dire che la difficoltà principale è conciliare i tempi (sorride, ndr): il teatro richiede prove, tournée e spostamenti mentre il cinema un impegno diverso. Penso che siano la stessa cosa, declinata in modi diversi. Nel mio percorso sono partita dal teatro e poi sono arrivati subito cinema e televisione, poi il teatro è ritornato con lo spettacolo "La signorina Giulia" e ho capito di voler continuare a farlo. La differenza è che davanti alla macchina da presa il ciak rimane eterno, mentre in teatro puoi sempre crescere: se una sera non sei soddisfatta, la volta dopo puoi cambiare qualcosa e questo avviene anche nel corso dello stesso spettacolo. Poi è bello sentire il pubblico, dalle risate ai silenzi nei momenti più drammatici: è come fare qualcosa davvero insieme, cosa che nel cinema non avviene.

 

Un'ultima battuta sullo spettacolo: cosa vorreste che il pubblico portasse con se dopo aver lasciato il teatro?

 

V.S. La curiosità di leggere i libri di una grandissima scrittrice e poi il desiderio di interrogarsi, di aprire lo sguardo: a me è capitato di andare al supermercato e guardare le persone in modo diverso e mi piacerebbe che succedesse anche al pubblico, non solo lì ma in tutti i luoghi. Siamo infatti abituati a “fare il nostro”, concentrati su noi stessi, senza guardare gli altri. Vorrei che emergesse che facciamo parte di una collettività e su quanto questo, in fondo, sia davvero bello.

 

S.G. La stessa cosa che mi sono portata via io e che ha confermato Valeria: quando entro in un supermercato, risuonano in me le parole dello spettacolo ed è come se osservassi meglio qualcosa che faccio sempre, ma che non guardo mai davvero. Presto più attenzione a come ci comportiamo nell’usufruire di questa enorme abbondanza che ci circonda e a quanto siamo immersi nel consumismo, e a quanto questa dimensione entri nella nostra quotidianità. Penso, insomma, che prestare un po’ più di attenzione a queste cose possa farci solo bene.

 

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