"La storia di Curon e del campanile che emerge dal lago parla all'oggi: dal romanzo al palcoscenico una vicenda di sradicamento e resilienza che diventa universale"
Gli attori Mattia Fabris e Arianna Scommegna raccontano lo spettacolo 'Resto Qui" dedicato all'epopea di Curon e che verrà presentato in prima nazionale al Teatro Cristallo giovedì 20 novembre: "Per raccontare la storia di Curon è stato necessario ascoltare la comunità, intrecciando l’ascolto con la nostra sensibilità: è una storia di confine, filtrata attraverso lo sguardo di due protagonisti travolti dalla grande storia, ma che ci insegna tanto anche sull’oggi e su come evolvere come esseri umani"

BOLZANO. "Per raccontare la storia di Curon è stato necessario ascoltare la comunità, intrecciando l’ascolto con la nostra sensibilità: è una storia di confine, filtrata attraverso lo sguardo di due protagonisti travolti dalla grande storia, ma che ci insegna tanto anche sull’oggi e su come evolvere come esseri umani". La riflessione è profonda e lascia il segno. A formularla, nell’intervista concessa a il Dolomiti, sono gli attori Mattia Fabris e Arianna Scommegna, protagonisti giovedì 20 novembre (20.30) al Teatro Cristallo di Bolzano della prima nazionale dello spettacolo Resto Qui (INFO E BIGLIETTI), che successivamente approderà nei cartelloni del Teatro Stabile (QUI DATE).
L’opera è l’adattamento di Francesco Nicolini dell'omonimo romanzo di Marco Balzano e porta al centro la storia di una coppia di sudtirolesi di lingua tedesca, divenuti italiani alla fine della Prima guerra mondiale a Curon in Val Venosta, sullo sfondo degli anni del ventennio fascista e della costruzione della diga destinata a sommergere il paese, lasciando emergere soltanto la punta del campanile a memoria perenne dell’accaduto.
Trina ed Erich, questi i loro nomi, diventano così i testimoni di un’intera comunità spazzata via in nome del progresso e di una diga inaugurata nel 1950 che, come ricorda la presentazione dello spettacolo, "non è servita quasi a nulla, se non a cancellare la 'vita' di alcune centinaia di famiglie che avevano resistito a tutto: Prima e Seconda guerra mondiale, passaggio al Regno d'Italia, fascismo e opzioni".
Fabris e Scommegna mettono a fuoco la complessità di un lavoro che, partendo dal desiderio di riportare alla luce una vicenda "conosciuta ma spesso di riflesso o in modo generico, soprattutto dai più giovani", si trasforma in una "storia di sradicamento, resilienza e resistenza capace di parlare al presente". Un modo per riflettere anche su quella "grande storia che spesso avanza come un macigno, asfaltando ciò che ritiene sacrificabile".
“Resto qui” nasce da un romanzo che si fa teatro. Qual è stato, per voi, il punto di svolta che permette alla storia di trovare una nuova vita scenica, e che tipo di lavoro ne è uscito?
L’idea è di Francesco Niccolini, regista e autore dello spettacolo, che ci ha proposto di iniziare a lavorare sul romanzo di Balzano. Lo abbiamo letto e ci è sembrato molto interessante, pieno di senso e significato: abbiamo quindi pensato che valesse la pena provare a metterlo in scena. Da lì è partita l’operazione, impegnativa, di riduzione: è un romanzo vasto, con storie ampie, e la riduzione si è evoluta nel tempo attraverso il lavoro con me e Arianna. Dalla prima stesura siamo passati a una seconda, poi a una terza, fino ad arrivare alla sintesi che ci è sembrata quella giusta. Abbiamo scelto di raccontare tutto attraverso lo sguardo dei due protagonisti: è attraverso la loro relazione che la vicenda viene filtrata. Che spettacolo deve aspettarsi il pubblico? Incontrerà due esseri umani che, attraverso la loro ossessione, sviluppano l’intera trama. È uno spettacolo di relazione e, al contempo, di narrazione: una storia che alterna tratti narrativi ad azioni drammatiche, con continui ingressi e uscite dal dialogo. Ci sembrava questo il modo migliore per raccontare una storia intima e allo stesso tempo dai tratti politico-sociali.
Il testo di Balzano si radica nella memoria di un territorio. Da attori, qual è l’anello di congiunzione tra il calarsi nei due personaggi, e farsi al contempo voce di una storia così potente e identitaria?
Credo che la chiave sia aver provato ad ascoltare la comunità, intrecciando questo ascolto con la nostra sensibilità. Si tratta di delineare uno sguardo, cercando ciò che, della storia, ci riguarda personalmente. Questo permette due cose: in primis di rendere il servizio più onesto possibile ai personaggi e alla vicenda. Poi, nel tentativo di cifrare quello che si intreccia a noi, di individuare i tratti universali della storia raccontata. Anche sulla base di una riflessione: ogni storia che arriva in teatro deve avere l’ambizione di parlare a tutti. E questo libro, questa storia, ha tutte le caratteristiche per essere un universale.
In scena siete soltanto in due ma la "voce", si può dire, è quella di un’intera comunità: come si costruisce questa dimensione corale facendola confluire in due personaggi, Trina e Erich?
Si può dire che ognuno porta avanti i propri bisogni e il proprio sguardo: Erich diventa il baluardo della difesa del paese, la voce di chi non vuole subire le scelte imposte dalla grande storia. Trina invece porta un punto di vista più legato allo sguardo della figlia, forse meno ossessionato dal non muoversi. Ma alla fine il grande amore che li lega li tiene insieme: è come se si "accompagnassero" l’uno nell’ossessione dell’altro, senza mai abbandonarsi.
Si può dire che Trina ed Erich – agendo nell'alveo della "grande" storia – non sono solo vittime, ma a tratti diventano complici, fragili, ostinati e persino carnefici.
Questo perché sono personaggi che attraversano una guerra, e la guerra – come vediamo anche oggi, senza andare troppo lontano da noi – devasta, corrompe, distrugge e aliena. Questo grande evento storico li attraversa, concretamente e interiormente: Erich parte infatti per la guerra e Trina rimane sola a custodire il maso. Portano sul corpo ferite che li devastano e attraversano tutte le possibili fasi della loro relazione, delineando questi diversi 'ruoli'.
La vicenda di Curon continua a dividere memoria, storia e politica. Come si affronta un tema così vivo e come riesce a parlare, attraverso il teatro, all’oggi?
Innanzitutto si affronta con la volontà di riportare alla luce la vicenda: è conosciuta, ma spesso solo in modo generico e "di riflesso". In questo lavoro si entra nel merito attraverso la vita concreta della coppia di protagonisti, non in termini saggistici quindi, ma guardando alla loro quotidianità. Questo è sicuramente il primo aspetto. Portarla in teatro è poi importante perché i più anziani magari conoscono bene la vicenda perché l’hanno vissuta, i giovani invece molto meno: è un modo, insomma, per rendere omaggio e riportare alla luce una storia che ci permette, se vogliamo di capire chi siamo. Ne emerge una storia di sradicamento, resilienza, resistenza, di comunità sballottate dalla grande storia che avanza come un macigno e asfalta ciò che ritiene sacrificabile. Credo che questo possa insegnarci molto oggi: viviamo in un’epoca in cui, non lontano da noi, queste dinamiche accadono di continuo e ci troviamo spesso in balia di decisioni di cui non comprendiamo neppure le ragioni. Rileggere storie come questa serve per apprendere, comprendere e poter evolvere come esseri umani.
Fabris, una domanda per lei. In passato - con “(S)legati”, “Un alt(r)o Everest” e "Anche i sogni impossibili", il lavoro su Fausto De Stefani - ha dato voce alla montagna. Ora racconta la vicenda di un territorio alpino: c'è un filo rosso che lega questi lavori?
Rispondo con la massima onestà: non c’è un filo rosso che mi abbia portato a scegliere quest'ultimo lavoro. Il filone 'montano' lo porto avanti con passione, ma la montagna è sempre il teatro storie che diventano universali, che parlano anche a chi in montagna non ci è mai stato. Tutti i lavori che ha citato, insomma, ambiscono a raggiungere chiunque ed è lo stesso per questo spettacolo: è ambientato in un territorio alpino, ma le tematiche affrontate non sono quelle canoniche e al centro troviamo due protagonisti, popolari e poveri, senza altri particolari focus, sull'ambiente o sulla montagna. Però, questo si che è un tema chiave, è una grande storia di appartenenza. Riassumendo in una frase? Quel filo rosso di cui parla lo sento, proprio perché amo la montagna e mi “accendo” quando una storia può raggiungere, con i suoi tratti universali, tutti noi.
Rimanendo su questa lunghezza d'onda, è impegnato in altri progetti?
Sì, stiamo lavorando a un nuovo spettacolo: si chiama A(S)ragionar di guerre, un brain-storming sul tema della guerra che è nato proprio in montagna, sul Sentiero della Pace nel Gruppo del Pasubio, lo scorso settembre. Ci siamo resi conto dell’importanza delle parole e abbiamo quindi deciso di trasformarlo da lettura a spettacolo vero e proprio.
Un'ultima battuta su "Resto Qui", c'è un messaggio che vorreste che si portassero "a casa" gli spettatori che siederanno in platea?
Vorremmo trasmettere una riflessione sui luoghi di confine, e sulle persone che li abitano: l'idea è quella – anche quando ci si reca in questi luoghi come semplici turisti – di comprendere la loro complessità culturale e storica, recuperando uno sguardo più umano senza cadere in futili divisioni o visioni pregiudiziali. Allargando lo sguardo, la storia di Curon ci mette di fronte alla necessità di darci tempo, di porci le domande giuste, senza ricondurre subito ad un punto di vista superficiale ed immediato.












