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Bolzano
20 febbraio | 16:00

"La scrittura è forma di sopravvivenza", l'attrice Federica Fracassi racconta 'L'analfabeta': "Storia di una donna e della sua ostinazione nell'inseguire un sogno"

L'attrice Federica Fracassi racconta lo spettacolo 'L'analfabeta" in scena al Comunale di Bolzano e al Teatro Cuminetti di Trento: "Vorrei che restasse, prima di tutto, la storia di una donna e della sua ostinazione. Una donna che non si arrende al primo ostacolo, che continua a inseguire il proprio sogno fino in fondo, pur sapendo di doverne pagare il prezzo"

BOLZANO. La storia di una donna, costretta a inventarsi strumenti e maschere per dare voce alla propria esperienza di esilio e sradicamento: "L'analfabeta", lo spettacolo tratto dai testi di Ágota Kristóf, scrittrice di origine ungherese, racconta la vita di una donna seduta al suo tavolo di lavoro in una fabbrica di orologi in Svizzera.

 

La compagnia "Fanny & Alexander", insieme all'attrice Federica Fracassi, porta sul palco del Teatro Studio del Comunale di Bolzano lo spettacolo diretto da Luigi Noah De Angelis con la drammaturgia di Chiara Lagani, coprodotta dallo Stabile di Bolzano, da E Production e dal Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, e sarà in scena venerdì 20 febbraio e sabato 21 febbraio alle 20.30. Domenica 22 febbraio lo spettacolo andrà in scena anche al Teatro Cuminetti di Trento (QUI INFO).

 

Tra il ticchettio continuo delle macchine e il ritmo dei versi che annota sul suo foglio, la donna affronta una sfida: scrivere in una lingua che le è estranea, una lingua “nemica”, e trovare un modo per raccontare sé stessa.

 

In scena, la scrittrice si trasforma continuamente nei suoi personaggi: Lucas, Claus, Sandor, Line, trasportando il pubblico tra sogno, ricordo e realtà. Ma ogni volta, il ritorno è nello stesso spazio: la stanza, il suono degli orologi, il presente che continua a scandire la vita.

 

Fracassi, in "L’analfabeta" lei interpreta Ágota Kristóf in un momento molto particolare della sua vita, quello dell’esilio e del lavoro in fabbrica. Come ha lavorato per entrare in contatto con questa dimensione così concreta e allo stesso tempo poetica?

 

Lavoro molto dentro lo spazio che la regia costruisce e mi mette a disposizione, per questo il lavoro di Luigi Noah De Angelis è sempre estremamente accurato e sottile. Fin dall’inizio ha immaginato di collocarmi non in una fabbrica di orologi, come Ágota, ma su un tavolo da orologiaio. Ho comunque delle azioni concrete da compiere, come lavorare con i meccanismi e gli ingranaggi. Gesti precisi, con una forte valenza drammaturgica, perché era proprio attraverso quel lavoro che lei riusciva poi a scrivere. Non si trattava di un lavoro qualsiasi: era un "ripetitivo e spersonalizzante" che le permetteva di mantenere la mente sgombra, pronta a far nascere le parole dentro di sé e poi appuntarle su un foglio. Abbiamo portato questa dimensione concreta immediatamente in teatro, evitando troppi passaggi psicologici. Questo mi ha permesso di diventare subito Ágota. Anche la tuta da lavoro mi ha permesso di diventare lei: indossandola, ho sentito di assumere il suo corpo, un corpo duro, in qualche modo appesantito. Come se portasse addosso il peso di tutta la vita vissuta, della fatica, dell’attraversamento clandestino del confine, dell’identità lasciata indietro, come se avesse sempre con sé qualcosa in più. Tutti questi elementi, apparentemente esteriori, mi riportano a lei in modo diretto e preciso, radicando il personaggio nel corpo prima ancora che nella psicologia.

 

Kristóf è una donna che scrive in una lingua che sente “nemica”. Come si traduce scenicamente questa frattura tra lingua materna e lingua imposta?

 

Lei ha scelto di scrivere in francese e questo, per me, è stato un punto di partenza fondamentale. Ho immaginato istintivamente che il suo francese non fosse perfetto, che in quella lingua si avvertisse comunque la sua origine straniera. Per questo ho deciso di rendere il mio italiano leggermente velato, come attraversato da "sapore" dell’Est, non un accento filologico, ma un colore appena percepibile. Ho ascoltato ungheresi che parlavano italiano, li ho studiati insieme ad altre persone, ma alla fine abbiamo scelto di mantenere un sapore più vago, non realistico in senso stretto. Questa scelta mi restituisce una qualità un po’ fredda e trattenuta, come se ogni parola dovesse essere pensata prima di essere pronunciata, come se tra il pensiero e la voce ci fosse sempre un piccolo scarto. Parallelamente, lavorando sulla drammaturgia, ho registrato e pronunciato frammenti in francese e in ungherese e per questo c’è una continua mescolanza linguistica, con la lingua materna che rimane sullo sfondo, come una presenza silenziosa ma costante. Lei stessa ha definito il francese una “lingua nemica” e con questo termine si sentiva in qualche modo analfabeta. Percepiva le sue due lingue come profondamente distanti per natura, e soprattutto nello scritto avvertiva tutta la fatica e la difficoltà di apprendere il francese.

 

La protagonista è costretta a inventarsi maschere per raccontarsi. Quanto c’è di liberatorio e quanto di doloroso in questo continuo trasformarsi in Lucas, Claus, Sandor, Line?

 

Credo che quella sia l’origine stessa del teatro, che porta sempre con sé una dimensione profondamente liberatoria. Studiando la sua opera, ci siamo accorti che tutti i suoi romanzi sono, nella loro essenza, teatrali, veri e propri travestimenti della sua vita. Il racconto autobiografico contenuto ne "L'analfabeta" diventa la matrice da cui tutto si irradia, ma nei romanzi quella stessa esperienza viene trasformata, spostata, mascherata attraverso personaggi e situazioni diverse. È come se la sua biografia si frantumasse in molte figure, trovando ogni volta una nuova forma per essere detta. 

 

C’è stato un momento durante le prove in cui ha sentito particolarmente vicino il tema dell’“analfabetismo” non come mancanza culturale, ma come condizione esistenziale?

 

Da un punto di vista linguistico mi sono effettivamente sentita “analfabeta” di fronte alla lingua ungherese, perché potevo soltanto riprodurne i suoni, cercando di farlo nel modo più preciso possibile. È un tipo di ascolto diverso, più fisico, quasi musicale. Ma l’analfabetismo, in senso più ampio, è anche una condizione esistenziale perché significa non avere gli stessi strumenti degli altri, trovarsi in una posizione di inferiorità, di svantaggio. È una fragilità che non riguarda solo la lingua, ma può estendersi a molti ambiti della nostra vita. Nel nostro presente, per esempio, si manifesta nell’incapacità di interpretare ciò che leggiamo sui giornali, di distinguere il vero dal falso, di orientarci dentro la complessità delle informazioni. È come se ci trovassimo spesso privi di strumenti adeguati e questa è una condizione estremamente faticosa. Il teatro, in questo senso, può essere una forma di salvezza, perché attraverso l’immaginazione ci offre un altro tipo di verità, che non è né puramente reale né artificiale.

 

Il ritmo della fabbrica e il ticchettio degli orologi diventano quasi una metrica poetica. Quanto il suono e la ripetizione incidono sulla sua interpretazione?

 

Il suono incide molto, così come lo spazio. Damiano Meacci ha fatto un lavoro straordinario, perché il sound designer non costruisce semplicemente un accompagnamento, ma lavora in dialogo costante con l’attore. In questo caso ha trasformato i ticchettii dell'orologio in un ritmo ipnotico e ossessivo, una trama sonora ripetitiva dentro la quale, però, si può trovare altro.

 

Àgota scriveva poesie durante il lavoro in fabbrica, secondo lei cosa dice questo gesto sul potere della scrittura?

 

Io credo che in lei convivessero una sorta di follia lucida e una determinazione, quella di chi non possiede soltanto un talento, ma un desiderio molto forte. Attraversa un confine in clandestinità portando con sé un dizionario, perché lei scrive da quando è bambina, la scrittura è il suo pane quotidiano, un bisogno necessario quanto mangiare. A un certo punto si può anche avere talento, ma ciò che davvero permette di andare avanti, artisticamente, è un’urgenza interiore più grande di tutto il resto. Per lei la scrittura è stata questo, una forma di sopravvivenza, un modo per abitare il mondo e per resistere. Ha raccontato dei molti suicidi tra i suoi compatrioti emigrati come lei, segno di quanto quell’esperienza fosse segnata da solitudine e sradicamento. Anche lei ha attraversato anni durissimi fatti di fatica eppure, proprio in quella tensione tra esigenza e sofferenza, tra bisogno e sacrificio, si è radicata la sua forza.

 

L’analfabeta racconta una storia di esilio e sradicamento, in un’epoca come la nostra quanto sente che questo tema sia urgente da trattare?

 

Totalmente. Il tema che Ágota affronta è potentissimo, è lo sradicamento. Quante donne oggi attraversano un confine, quante perdono i figli in mare, quante li lasciano sotto i bombardamenti? È una realtà davanti alla quale non sappiamo più dove rivolgere lo sguardo. Mi domando spesso se persone come lei, che hanno attraversato l’esilio e vissuto le conseguenze delle due guerre mondiali, avrebbero mai immaginato che tutto questo potesse ripetersi ancora, su altri fronti e in forme altrettanto terribili. Il tema della migrazione riguarda esseri umani che sono sopravvissuti, ma che troppo spesso non riescono comunque ad accedere a condizioni di vita dignitose. 

 

Portare in scena una donna che non conosce la lingua del luogo in cui vive significa anche parlare di “silenzio”. Che tipo di silenzio c’è in questo spettacolo?

 

Il silenzio è legato anche alla struttura non cronologica del suo racconto perché è come se si muovesse continuamente avanti e indietro nel tempo, componendo un trittico di quadri attraversato da vuoti e in quei vuoti il silenzio diventa necessario. Anche la lingua contribuisce a questo effetto con un italiano leggermente ostentato, e così anch’io mi concedo uno spazio di pensiero, come se ogni volta dovessi tradurre ciò che sto per dire. 

 

C’è una dimensione autobiografica o personale che ha risuonato in lei lavorando su questa storia?

 

Direi quello della sensazione di non avere strumenti, di sentirsi inadeguati. Io stessa mi chiedo spesso se il teatro abbia bisogno di me, se ciò che ho da dire possa davvero toccare qualcuno. Non sono nata nel teatro, mi ci sono avvicinata con grande fatica perché non mi sentivo all’altezza. In questo senso mi sono sentita a lungo “analfabeta” nel mio percorso di apprendimento. Proprio per questo ho dovuto studiare molto, con ostinazione, e continuo a farlo ancora oggi. 

 

Qual è in conclusione, il messaggio che questo spettacolo vuole trasmette al pubblico? Cosa vuole che resti allo spettatore?

 

Vorrei che restasse, prima di tutto, la storia di una donna e della sua ostinazione. Una donna che non si arrende al primo ostacolo, che continua a inseguire il proprio sogno fino in fondo, pur sapendo di doverne pagare il prezzo. Mi piacerebbe che arrivasse anche questo, che ogni vita ha un valore immenso e irripetibile. E che ciascuno di noi dovrebbe potersi chiedere, ogni giorno, come restare fedele al proprio desiderio, come continuare ad abitarlo nonostante le difficoltà, le paure, le rinunce.

 

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