"Il nostro Metadietro graffia con ironia il presente, con l'IA si creano ignoranti" , i Leoni d'Oro alla carriera Rezza e Mastrella a il Dolomiti: "Viviamo una nuova preistoria"
Flavia Mastrella e Antonio Rezza, Leoni d'Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia, presentano la loro nuova creazione 'Metadietro' che farà tappa all'Auditorium Melotti: "Il problema dei viventi è ritenere il il proprio tempo come il migliore o il peggiore in assoluto, il nostro ammiraglio tenta di portare in salvo una nave alla deriva, dialogando con esseri che ne influenzano il comportamento, così come fanno con noi i mass media"

ROVERETO. Unire scrittura, spazio e corpo, giocando con l'idiozia dei cliché della comunicazione contemporanea: ce la fanno da anni l'attore e regista Antonio Rezza e la scenografa Flavia Mastrella che il 6 e il 7 febbraio all'Auditorium Fausto Melotti di Rovereto (QUI INFO) presenteranno "Metadietro", la loro ultima creazione. Un lavoro, spiegano nell'intervista rilasciata a il Dolomiti i due artisti premiati nel 2018 alla Biennale di Venezia con il Leone d'Oro alla carriera, "che parla di attualità, in modo fortemente ironico e graffiante".
Al centro della scena, calcata dallo stesso Rezza e da Davide Cavaioli, "un ammiraglio blu elettrico che cerca di portare in salvo la sua nave, spalleggiato da una serie di presenze che lo stordiscono con ossessioni di mercato". Ad emergere il tema dell'ammutinamento, molto caro al pluripremiato sodalizio artistico e che "è sempre auspicabile in un organismo sano".
Ma quindi, cosa devono aspettarsi gli spettatori? Definendosi "ritrattisti e non narratori", Rezza e Mastrella dipingono - con la collaborazione della lighting designer Alice Mollica e dell'assistente alla creazione Massimo Camilli - il disagio di essere umani in difficoltà, affaticati e incapaci di seguire "le rivoluzioni della società, le sue leggi e i suoi mandanti".
"Viviamo una nuova preistoria e la mansione umana è mortificata, confusa e inadeguata, nello spazio virtuale fatto materia - osservano - e la crudeltà tecnologica è la nuova violenza. In realtà la libertà di non essere presente alle faccende quotidiane è un’illusione: telecomandati a distanza potremmo avere la sensazione di vivere, ma è la scomparsa dell’eroe".
Flavia Mastrella e Antonio Rezza, "Metadietro" appare come una creazione altamente sui generis, ci svelate qualche dettaglio in più?
M: Si tratta di uno spettacolo che parla di attualità, ma lo fa in modo fortemente ironico e graffiante: un lavoro in cui si viaggia molto, fino ad arrivare addirittura sulla Luna. In scena c’è un pentagono che si trasforma in molteplici elementi: una nave, un’astronave e altre forme che non svelo, per non rovinare la sorpresa. Compaiono figure incorporee che interagiscono con l’ammiraglio protagonista: lui tenta di portare in salvo una nave alla deriva, dialogando con esseri allo stesso tempo esistenti e inesistenti, che ne influenzano il comportamento, così come accade nella realtà con i mass media. Non si tratta di semplici figure retoriche, ma di personaggi indispensabili alla narrazione, pensati per trasmettere un senso di deriva e di disagio, in cui tutto progressivamente si perde. Il pubblico deve aspettarsi uno spettacolo all’insegna della grande ironia e del divertimento.
R: Lo spettatore non deve aspettarsi nulla di definito. Lo spettacolo nasce come un fremito, da un’urgenza di fare più che di dire: non c’è stata una razionalizzazione preventiva, e ciò che viene comunicato è una conseguenza diretta di questo modo di essere. In scena, insieme a me, c’è Daniele Cavaioli, la cui presenza ha dato grande poeticità al lavoro. Ne nasce una mescolanza di situazioni legate all’acqua, allo spazio, alla luna e ai pianeti, all’atmosfera e all’assenza di gravità. Il risultato è uno spettacolo che somiglia quasi al sogno di un bambino: si parla di tutto e di niente, senza un messaggio da trasmettere. Va semplicemente visto e fruito, poi ciascuno trarrà le proprie riflessioni.
Mastrella, lei ha costruito l'habitat di questa creazione, cosa rappresenta il pentagono di cui parlava poc'anzi?
Il pentagono rappresenta il significato portante dello spettacolo che si esprime in una fascinazione digitale che diventa materia: ho lavorato infatti di recente con l'arte digitale, soprattutto nell'immersivo, e ho capito che si tratta di una realtà affascinante ma poco significante, la nuova sfida è inserire il significato nella fascinazione.
Come si è delineata nel vostro percorso creativo la figura dell'ammiraglio?
R: Si è manifestata in modo improvviso. Tutto ciò che avevo creato in precedenza, nel momento in cui ha interagito con lo spazio costruito da Flavia, si è dissolto, dando origine a qualcosa di nuovo. Anche l’arrivo di Daniele Cavaioli è una proiezione di questo processo, con prospettive completamente stravolte. È un personaggio arrivato in maniera casuale, senza pretese. Diventa una figura portante finché resta nell’acqua; quando ne esce, perde tutta la sua efficienza. Quasi una figura epica, attraversata però da una precisa drammaticità.
Ad emergere in "Metadietro" è il tema dell'ammutinamento, un concetto a voi molto caro.
R: Credo che l'ammutinamento sia sempre auspicabile in un organismo sano. L’insofferenza verso il potere costituito e le gerarchie è una costante dell’essere umano: non esiste un potere equo, perché è spesso esercitato nell’interesse di chi lo detiene. In questo senso, ritengo che la ribellione dovrebbe essere un dovere morale dell’uomo: è il cuore della nostra poetica. Questa ribellione diventa davvero possibile quando nasce da un talento, che si trasforma in una responsabilità. A quel punto le strade sono due: o si accetta questa responsabilità, oppure il talento viene disperso. Chi lo possiede, in sintesi, dovrebbe usarlo per una questione etica e morale.
Traspare una riflessione critica nei confronti delle nuove tecnologie che però, seppur definite "crudeli", in questo lavoro sono presenti. Qual è la linea di confine?
M: La crudeltà tecnologica è quella che subiamo ogni giorno: parliamo di strumenti che ci vengono venduti come un punto d'arrivo, mentre dovrebbero essere un punto di partenza, e questo vale anche per l'arte. Dobbiamo usarla, per spiegarmi, in modo umanistico, e questo lavoro ne è un esempio: il disegno delle luci, per parlare di un ambito specifico, è infatti ultra tecnologico.
R: Innestandomi su quanto detto da Flavia Mastrella, le svelo che ciò che mi preoccupa davvero è il rischio legato alle nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale in particolare: rischiamo di forgiare generazioni di ignoranti, analfabetizzandole con tecnologie che, per quanto mi riguarda, considero veri e propri strumenti di repressione. Sarò più duro: rendere una generazione ignorante è un crimine contro l’umanità, perché qualcuno poi se ne approfitterà, come la storia ci ha insegnato. In questo senso, parlare di ritorno a una dimensione naturale e selvaggia significa riconoscere che, in fondo, stiamo vivendo una nuova forma di preistoria.
Una riflessione dura, ci spiegate meglio il vostro rapporto con la contemporaneità, che poi si declina nella vostra arte?
R: Le spiego, l'idea è quella di non sopravvalutare il nostro presente. Il problema dei viventi riteniamo sia sempre lo stesso: considerare il proprio tempo come il migliore o il peggiore in assoluto, enfatizzandone il valore più di quanto meriti realmente. Così facendo, ogni epoca finisce per apparire indimenticabile rispetto a quelle precedenti e successive, ma non lo è. Parlando dell'oggi, non credo che viviamo in un periodo peggiore di altri, né che questa umanità sia peggiore di quelle passate.
Torniamo sul palcoscenico, per parlare di "Metadietro": ci sono delle novità nel vostro modo di lavorare assieme? In modo più semplice, come si sono uniti questa volta i vostri percorsi artistici?
M: Ogni lavoro è diverso però c'è stata una grande unione, anche con Daniele Cavaioli che ha dato quel tocco onirico: io ho costruito l'ambiente e Antonio lo ha vissuto con Daniele, poi è stato trasferito in teatro e lì ha preso un'altra forma ancora. Lo spazio è quindi fondamentale, perché ci parla e ci dà gli input: noi, in veste di tramite, lo assorbiamo e in modo inconscio lo plasmiamo.
Un'ultima battuta, che forse riassume tutto il ragionamento: cosa vorreste che il pubblico si portasse via una volta fuori dal teatro?
M: La bellezza e il ritmo, che servono a farci vivere una vita migliore.
R: Non abbiamo messaggi da consegnare, però mi piacerebbe che soprattutto le nuove generazioni si portassero via un’illusione necessaria: quella che nella vita, se lo si vuole davvero, è possibile fare ciò che si desidera, senza cedere ai compromessi e senza piegarsi alle angherie del mercato.












