"Il mondo è guidato da personaggi folli e a noi, che dovremmo far ridere, non resta che fare i saggi, i consolatori", Andrea Pennacchi a il Dolomiti. ''Il Pojana sopravviverà a tutti''
Andrea Pennacchi racconta il suo spettacolo 'Le indie de qua' che farà tappa al Teatro Sociale e si racconta a il Dolomiti, dal Concilio di Trento al Ministro della Salute Usa per arrivare a frate Albertino, missionario mandato tra le montagne del Trentino: "Partiamo dal presupposto che all'epoca si parlava di un punto di vista religioso: aree come il Trentino, il Friuli e parte del Veneto erano le 'Indie de qua' abitate da pagani e da evangelizzare"

TRENTO. "La storia sembra non ci aiuti ad evitare gli errori del passato, ma ci punisce perché continuiamo a ripeterli: tanto vale riderci sopra". Andrea Pennacchi utilizza l'ironia a mo' di bussola per leggere il presente. Le Indie de qua di oggi? "Sono i social, e l'invenzione della stampa al tempo ebbe lo stesso effetto". E poi il suo Pojana, l'imprenditore veneto diventato ormai un marchio di fabbrica: "Odia gli americani, ma vuole bene all'Ice perché gli fa guadagnare soldi". Anche questo un paradosso di quello che definisce "un mondo alla rovescia".
Mezz'ora al telefono con l'attore, drammaturgo, e regista veneto è un fiume in piena di spunti, affondi, sottili provocazioni ma anche profonde riflessioni. Volto noto del cinema e della televisione – e colonna di Propaganda Live – Andrea Pennacchi salirà sul palcoscenico del Teatro Sociale di Trento dal 19 al 22 febbraio (QUI INFO) con il suo spettacolo "Le Indie de qua". Nell'intervista a il Dolomiti racconta il lavoro per poi allargare lo sguardo su temi "caldi": dal senso della storia al valore civico del teatro, dallo sguardo del Pojana sull'America fino al ruolo oggi dell'artista.
Ma prima lo spettacolo, racconto che percorre uno dei passaggi cruciali della storia d'Europa: la Controriforma e il Concilio di Trento. Tra analisi sociale, ricostruzione storica e ironia Pennacchi mette in luce le contraddizioni di un'epoca in cui fede e controllo si intrecciano e in cui il sapere diventa strumento di potere. Protagonista Frate Albertino, domenicano inviato tra le montagne del Trentino in cui, sotto la cappa dell'inquisizione, si imbatte in storie di stregoneria e racconti di persone che curano con erbe e preghiere proibite. Il risultato? Un filo rosso che lega quel tempo all'oggi, dalla stampa ai social, a quelle dinamiche di potere che alla fine si scaricano sempre "sul popolo inerme".
Partiamo dallo spettacolo, “Le Indie de Qua” prende le mosse dalla figura di frate Albertino, missionario mandato tra le montagne del Trentino.
Diciamo che in principio tutto è partito da questa figura e poi, scrivendo, si è trasformato in qualcosa di diverso: il personaggio che parla è diventato in realtà uno dei prelati presenti al Concilio di Trento che racconta, s'immagina, delle vicende riguardanti persone che vengono toccate dai temi della controriforma. Non è più quindi un frate missionario a parlare, ma un "generale" dei frati, degli ordini mendicanti. Il motivo? Questo mi ha permesso di usarlo come "cornice" per una serie di racconti molto belli, anche da narrare.
È nato prima l’interesse storico o l’esigenza di parlare al presente?
A questa domanda è molto semplice rispondere: non faccio niente per forzare il contenuto dei racconti, che sono tutti dell'epoca tranne uno più contemporaneo e che il pubblico riconoscerà subito. È però impossibile negare che ci sono delle connessioni evidenti tra quel passato e l'oggi, sia per l'influenza che la Controriforma ha sulla nostra vita ancora oggi, sia per alcune cose che accadono e connesse agli eventi politici a cui assistiamo nel presente. Un collegamento evidente c'è e lo utilizziamo un po' per far ridere il pubblico, perché alla fine la chiave che mi caratterizza è quella comica.
L’espressione “Indie de qua” evoca l’idea di una colonia interna, di un territorio da civilizzare. Perché oggi è ancora utile raccontare che anche l’Europa aveva le sue “Indie”?
Allora, partiamo dal presupposto che all'epoca si parlava di un punto di vista religioso: aree come il Trentino, il Friuli e parte del Veneto erano le "Indie de qua" abitate da pagani e da evangelizzare. Un po' il pensiero va quasi alle missioni dei Gesuiti in Sud America. Il parallelo col presente? È abbastanza chiaro: è impossibile non pensare che le nostre Indie de qua siano i social network popolati da altri “pagani” di ogni tipo. Un aspetto che però non forzo particolarmente nello spettacolo, ma che si ricrea in automatico.
A pochi chilometri da Rovereto, a Nogaredo, si celebrano alcuni tra i più feroci processi per stregoneria del territorio trentino. Che responsabilità sente nel riportare in scena una memoria così radicata e dolorosa?
Sono episodi che scelgo di sfiorare appena, dal momento che sono molto noti: diciamo che ci giro attorno per arrivare a quelle storie molto belle che sono state meno raccontate in quanto meno cruente e di conseguenza meno cinematografiche. Io volevo raccontare proprio quelle, comunque collegate ai processi per stregoneria e quello che emerge, e che mi interessava far emergere, è come l'élite vede la cultura del popolo.
Ci anticipa qualche dettaglio su queste storie interessanti, seppur minori?
Con molto piacere (ride, ndr). Sono tutte vicende di persone che, dichiarandosi streghe o stregoni, si fanno intermediarie fra i poteri dell'aldilà e la gente comune. Alcuni di loro dichiarano di essere al servizio di Gesù e questo la chiesa non lo accetta: vengono quindi spinti a confessare, spesso con la tortura, che in realtà sono servi del demonio, che rappresentano il male che cammina per le valli, quando invece si trattava solo di guaritori, visionari e di persone che se vogliamo svolgevano anche un servizio alla comunità. Oppure che sapevano semplicemente leggere: questo è un altro tema che emerge, il fatto che al tempo cominciavano a diffondersi i libri e anche le persone comuni potevano accedervi.
Sono temi che rimandano indubbiamente a riflessioni profonde, tra passato e presente: c'è un messaggio che vuole lasciare con questo lavoro?
Glielo dico sinceramente, a me non piace che in uno spettacolo ci sia un messaggio troppo esplicito, dal momento che penso che il teatro non debba dare lezioni. Spero invece che questo lavoro trasmetta alcuni “semi” per far riflettere il pubblico su alcuni temi, e credo di averceli inseriti. Questi naturalmente riguardano il parallelismo col presente che lasciamo che venga costruito dalle persone in platea, che è l'aspetto che amo di più del teatro. Insomma, mi piace che il pubblico non venga trattato come un ebete, come fanno invece molti programmi televisivi. Ci sono due riflessioni che emergono: quella sull'invenzione della stampa che ha avuto le stesse ricadute, oggi diremmo virali, che hanno avuto i social con danni e vantaggi che la chiesa, così come fanno oggi molte autorità, cercano di regolare con più o meno successo. Poi una delle evidenze che traspaiono è che alla fine la lotta tra i "poteri" si scarica sempre sul popolo inerme, opprimendolo. Si ricorda la frase "sempre allegri bisogna stare" della canzone di Enzo Jannacci "Ho visto un re"? Ecco, penso a quello: Jannacci e Dario Fo posso dire che sono stati le mie due guide artistiche per quest'operazione.
Nel suo teatro spesso è presente la storia: che valore ha trasformare il palcoscenico in altoparlante di quello che è successo in passato?
Penso che, alla fine, la storia purtroppo non ci aiuta ad evitare gli errori che commettiamo, però ci punisce perché non li abbiamo riconosciuti e commessi di nuovo. Una "lezione storica" che se vogliamo è molto ironica: ti dice sempre quali sono gli errori, e anche quelli che tendiamo a ripetere, e noi non li riconosciamo mai prima di esserci ricascati. L'unica arma veramente efficace e vincente è quindi provare a riderci su, naturalmente se siamo sopravvissuti ai nostri errori (ride, ndr).
E con la storia ci ha giocato anche nel suo ultimo libro "Una foresta di scimmie", in cui catapulta Shakespeare nella Venezia del 1500.
Diciamo che ormai questo format è una delle mie passioni: ormai è diventato un personaggio seriale e questa volta un giovane Shakespeare è arrivato nei territori della Serenissima, e lì scopre di essere davvero William Shakespeare. Questo perché il suo talento si sviluppa "incontrando" alcuni delitti che poi si trasformeranno nei suoi drammi. Diciamo che questa volta mi è piaciuto giocare con "Il mercante di Venezia" che è pieno di tematiche al contempo divertenti e terribili. Uno spoiler? Il protagonista si trova a conoscere il mercante di Venezia, questo muore e ci sono tantissimi sospettati, soprattutto il perfido ebreo Shylock. Da qui parte un'investigazione a tutto tondo, a Venezia e nei suoi dintorni. Chi è stato? Chi compra il libro lo scoprirà (ride, ndr).
Parliamo del Pojana, il suo personaggio più celebre: l’imprenditore veneto per eccellenza che non risparmia nulla a nessuno. Come guarda a tutto quello che sta succedendo nel mondo?
Parliamo di cose incredibili, è una fatica incredibile: basta prendere lo smartphone per imbattersi in cose inenarrabili. Un esempio? Il Ministro della salute americano ha dichiarato di non aver paura dei germi perché sniffava cocaina sulla tavoletta del water. Ci si rende conto che c'è qualcosa che non va: come puoi rincorrere queste cose? (ride, ndr). Il Pojana disprezza spudoratamente gli americani, ma è riuscito addirittura a riciclare i liquami tossici del suo capannone per realizzare dei fumogeni per le manifestazioni di Minneapolis. Lui vuole molto bene all'Ice, solo perché gli fa guadagnare un sacco di soldi con un'eccellenza del made in Italy (ride, ndr). Diciamo che il Pojana cavalca anche questo periodo storico, ed è quello che sopravviverà a tutti alla fine. Diciamo che stiamo vivendo in un mondo in cui siamo guidati da personaggi folli, e noi che dovremmo essere i folli che fanno ridere le persone sulle assurdità della vita ci troviamo invece ad essere quelli saggi, a cui viene chiesto di non dire troppe cavolate. Se prima dovevamo essere provocatori, adesso dovremmo essere quasi consolatori. Parliamo di un mondo alla rovescia.
Dopo questa riflessione non possiamo che chiederglielo: in quest'epoca di polarizzazioni e narrazioni gridate, che valore attribuisce al teatro? In modo più diretto: può ancora essere uno spazio di coscienza collettiva?
Assolutamente sì. Penso che in questo momento storico il teatro serva come il pane perché, in un mondo tutto virtuale, crea relazioni tra persone che si trovano a respirare assieme in uno spazio reale dove ci si raccontano storie: se ora è necessario, in futuro lo diventerà ancora di più. Parliamo di un luogo di risveglio, e non di addormentamento e mi rendo conto che il pubblico se ne sta accorgendo. Poi chiaro, se uno spettacolo è noioso si dorme anche a teatro (ride, ndr).












