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Trento
22 dicembre | 22:46

"Esplorare la diversità, non come una minaccia, ma come un valore da celebrare", Giulia Staccioli e la compagnia Kataklò si prendono il palcoscenico a Trento

La coreografa ed ex ginnasta Giulia Staccioli, torna in scena con "Aliena" assieme alla Kataklò Athletic Dance Theatre all'Auditorium Santa Chiara, e si propone come un vero manifesto del presente: un inno all'imperfezione e alle diversità. Staccioli racconta la genesi di questo spettacolo e l'evoluzione e la ridefinizione dei confini della danza contemporanea

di Giorgia De Santis

TRENTO. Trent'anni di innovazione, sperimentazione, ironia ed eleganza visiva, per offrire al pubblico un'esperienza carica di energia: Giulia Staccioli, coreografa ed ex ginnasta italiana, torna a sorprendere il pubblico con “Aliena”,  uno spettacolo di immersione visiva che, il suo nuovo spettacolo, in soli settanta minuti condensa quasi trent’anni di ricerca, sperimentazione e identità artistica. In scena i danzatori di Kataklò Athletic Dance Theatre, eccellenza italiana riconosciuta a livello internazionale, nato dalla mente visionaria della coreografa, si muovono in uno spazio essenziale fatto di luci, ombre e costumi cangianti, dove il corpo diventa paesaggio mutevole, materia viva e strumento espressivo assoluto.

 

Tra movimenti fluidi e inusuali, muscolature estreme e una potente teatralità fisica, “Aliena” si propone come un vero manifesto del presente: un inno all’imperfezione, alla diversità e all’unicità di ogni interprete, capace di parlare a un pubblico di ogni età con energia, ironia ed eleganza visiva.

 

In occasione dello spettacolo all'Auditorium Santa Chiara di Trento, martedì 23 dicembre alle 20.30, e in replica mercoledì 24 alle 16 e giovedì 25 alle 20.30, Giulia Staccioli racconta a il Dolomiti la genesi di questo spettacolo e l’evoluzione di un linguaggio coreografico che continua a ridefinire i confini della danza contemporanea.

 

Giulia Staccioli, come nasce "Aliena"? Qual è per lei il significato di questo manifesto artistico?

"Aliena" nasce come riflessione sul percorso straordinario che la compagnia Kataklò ha fatto in questi trent'anni. Quando ho deciso di celebrare questo traguardo, due pensieri sono emersi con forza. Il primo riguarda la natura stessa del nostro lavoro: fin dalla sua nascita, Kataklò è stata una compagnia fuori dagli schemi. Il secondo pensiero è legato al fatto che sono stata l’unica a seguire e guidare questo viaggio dal principio, ed essere qui, dopo trent'anni, a parlare di una compagnia di danza che ha resistito e si è evoluta, mi fa sentire un po' come un "extraterrestre". In questo senso, "Aliena" diventa un termine che racchiude il nostro essere diversi, un modo per celebrare l’unicità di un meraviglioso viaggio che è stato fuori dal comune e che spero possa continuare anche in futuro. Il titolo "Aliena" vuole quindi sottolineare questa dimensione di diversità e di innovazione che da sempre ci contraddistingue.

 

Nel suo lavoro è importante celebrare l'imperfezione e la diversità come valori su cui riflettere, come si traduce concretamente questa visione in scena?

Nel mio lavoro, il movimento e il corpo sono al centro di tutto. Per me, il processo creativo nasce dalla sperimentazione, non da una definizione di movimenti codificati o da una sequenza già definita da raccontare. È la ricerca continua che guida ogni passo, e in questo percorso c'è sempre spazio per l'errore, per l’imprevisto, per ciò che non era stato programmato. È proprio in questi momenti di incertezza che si trova la parte più interessante: valorizzare ciò che emerge fuori dai sentieri tracciati. La danza che propongo non è codificata, vive di imperfezioni e di diversità costanti, che sono il suo segno distintivo. Nello spettacolo, ho voluto trasmettere alcuni momenti fondamentali del mio percorso artistico di questi trent'anni, stimolando i danzatori a esplorare sempre nuovi orizzonti, introducendo elementi inediti e "strani" che non avevano ancora indagato. Questo approccio ha dato vita a coreografie molto forti e potenti, ma anche ad altre più poetiche o più eccentriche, a seconda dell’ispirazione.

 

Questa danza inedita e in continua trasformazione che cosa vuole trasmettere e cosa vuole far vivere al pubblico? Qual è il suo viaggio emotivo?

Fin dall'inizio, uno dei punti saldi del nostro lavoro è stato quello di creare spettacoli che avessero livelli di lettura diversi. Da un lato, c'è un livello visivo molto potente, costruito dalle immagini che nascono sulla scena attraverso i corpi dei danzatori, le luci, i costumi e la musica. Dall'altro, ci sono contenuti più nascosti, che chi lo desidera può andare a scoprire, un po' come un invito a esplorare significati più profondi. Lo spettacolo, che è in tour da qualche tempo e sta riscuotendo un grande successo, genera una forte sorpresa in chi lo guarda. C'è una grande energia in scena, perché i sei danzatori, pur essendo un numero relativamente contenuto, hanno una presenza molto intensa. Ciò che mi piace osservare è che il pubblico non solo si lascia affascinare dai significati nascosti, ma partecipa emotivamente a ciò che i corpi dei danzatori comunicano. La morbidezza dei loro gesti e la potenza delle loro azioni creano una connessione che va oltre la semplice osservazione, coinvolgendo profondamente chi guarda.

 

Qual é stata la sfida più grande tra costumi, scenografie, gioco tra luci ed ombre e lavorare con i danzatori?  Qual é stata la chiave e anche la sfida per disegnare questo spettacolo e questo spazio? 

La sfida più grande è stata inizialmente proprio quella di pormi la domanda "cosa può esserci ancora da ricercare?". Dopo trent'anni di carriera, guardando al mio percorso passato, ho cercato di azzerare delle esperienze passate e affrontare questa nuova creazione come un salto nel vuoto, proprio come feci all'inizio. Mi sono approcciata a questo spettacolo con un senso di totale apertura, cercando di entrare in sala prove con delle provocazioni nuove, sia per i miei danzatori, sia per me stessa. Il cast formato all'interno dell'Accademia Kataklò include sia danzatori di generazioni diverse, che non avevano mai lavorato con me prima, sia alcuni membri storici della compagnia, che pur essendo già parte del gruppo, si sono rimettersi completamente in gioco. La sfida, quindi, è stata proprio quella di riuscire a lavorare tutti insieme, nonostante le esperienze diverse. Un mix di idee e approcci nuovi che, alla fine, ha creato una vera e propria alchimia.

Abbiamo lavorato con oggetti di scena nuovi, costumi particolari, e una musica appositamente creata per lo spettacolo. Giuseppe Cremonini ha composto una colonna sonora che si è sviluppata parallelamente alla creazione del lavoro, passo dopo passo, creando un gioco continuo di inseguimenti tra la musica e i movimenti. Ogni elemento ha richiesto una continua sfida e adattamento, ma è proprio questo che ha generato la tensione e l’energia dello spettacolo, il desiderio di cogliere ogni sfumatura di ciò che accade sulla scena, di non perdere nulla. È stato un viaggio davvero incredibile, un processo di costante evoluzione e scoperta che ha dato vita a una tensione dinamica tra tutte le componenti dello spettacolo, dove ogni dettaglio ha contribuito a costruire una narrazione visiva ed emotiva unica.

Da trent’anni siete un’eccellenza italiana nel mondo. Cosa rende unico il linguaggio dei danzatori di Kataklò? 

L’unicità del linguaggio dei danzatori di Kataklò nasce dalla diversità che è anche il valore fondamentale che voglio trasmettere con questo spettacolo. La danza è solo uno degli strumenti per comunicare un messaggio più ampio: l’idea che l’unicità possa essere un valore positivo e non una barriera, come spesso accade quando la diversità viene vista come qualcosa da correggere o da rifiutare a causa dei pregiudizi. Kataklò ha sempre vissuto questi aspetti, affrontando le sfide che la diversità comporta, ma trasformandole in punti di forza. Il fatto che la compagnia abbia ricevuto grandi riconoscimenti internazionali e che abbia sempre posto particolare attenzione allo sviluppo delle capacità individuali dei suoi danzatori è la prova che l’unicità, se coltivata con cura, può diventare una qualità straordinaria. Di questo sono estremamente orgogliosa.

 

Qual é la sfida principale nel formare nuovi danzatori e artisti attraverso l’Accademia?

La sfida principale nel formare nuovi danzatori e artisti attraverso l’Accademia Kataklò risiede nel fatto che siamo fuori dagli schemi, in un mondo che tende a catalogare e definire tutto. Essere diversi significa dover continuamente spiegare cosa si è e perché si sceglie di andare controcorrente. Per noi, la formazione è orientata a creare performer poliedrici e versatili, capaci di esprimersi in molteplici linguaggi artistici: non solo come danzatori, ma anche come acrobati e artisti a tutto tondo, con la propria identità unica. Il percorso formativo che offriamo è strutturato per permettere a ciascun allievo di colmare le lacune in ambiti in cui non ha mai lavorato prima, valorizzando al contempo le proprie abilità naturali. Ogni studente è diverso, e il programma si adatta alle singole esigenze, toccando vari aspetti del performer contemporaneo. Tuttavia, non è un cammino facile. La versatilità richiede un grande sforzo e può portare a frustrazione, perché all'inizio ci si sente né totalmente un tipo di artista, né completamente un altro. Il vero obiettivo, però, è arrivare a essere entrambi, con tutte le imperfezioni che questo comporta. Questo è proprio il cuore del progetto Kataklò: non limitarsi a una specializzazione, ma aprirsi a territori creativi diversi, in cui le possibilità di espressione si moltiplicano e arricchiscono l’esperienza del performer.

 

Abbiamo parlato della formazione singola del performer, che si crea e si conosce diventando unico. Ma quanto è importante il lavoro di gruppo per arrivare a questa formazione?

Per me, il lavoro di gruppo è un aspetto fondamentale del percorso formativo. La mia esperienza precedente in ambito sportivo, soprattutto come membro della nazionale italiana di ginnastica ritmica, mi ha insegnato cosa significa competere a livello individuale che compete, avendo vissuto due finali olimpiche. Ma proprio questa esperienza mi ha fatto capire che, pur mantenendo una forte identità personale, non bisogna mai perdere di vista l'importanza della squadra. Il lavoro di gruppo è essenziale per crescere e migliorare, soprattutto quando si affrontano gesti e tecniche che non sono ancora stati codificati. In questi momenti, ogni performer deve mettersi a disposizione dell'altro, creare un legame di fiducia e di collaborazione, sapendo che il risultato finale dipende dall’impegno di tutti. La forza di un gruppo sta nel suo essere coeso e nel fatto che ogni singola parte contribuisce in modo uguale al progetto, rendendo l’intero percorso più ricco e profondo.

 

Che messaggio spera che rimanga allo spettatore una volta uscito dal teatro? Se dovessi descrivere "Aliena" con una parola cosa sceglierebbe?

Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere "Aliena", direi sorpresa. Questo spettacolo è pensato per essere vissuto con il fiato sospeso, con una dinamica intensa che coinvolge profondamente lo spettatore. Durante i primi mesi di debutto, ho visto il pubblico uscire dal teatro con un'energia incredibile e con un grande stupore positivo negli occhi. È difficile racchiudere tutto in un termine solo, ma direi che "Aliena" esplora la diversità, non come una minaccia, ma come un valore da accogliere e celebrare. In un mondo che spesso teme ciò che è diverso, lo spettacolo invita a riflettere sulla bellezza della diversità e sul modo in cui essa arricchisce l'esperienza umana. "Aliena" per me riesce a trasmettere questo messaggio in modo profondo ed efficace, facendo riflettere e sorprendere il pubblico in ogni momento.

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