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Trento
01 febbraio | 21:00

"Vacanze di Natale? Satira sul turismo a Cortina, oggi in montagna con l'elicottero", Jerry Calà a il Dolomiti: "Bud Spencer mi cambiò la vita, Berlusconi mi rincorse"

L'attore e regista Jerry Calà farà tappa in città con il suo nuovo spettacolo e si racconta in un' intervista fiume a il Dolomiti: dall'infanzia in cui si trasferì dalla Sicilia prima a Milano e poi Verona, dove iniziò l'avventura de I Gatti di Vicolo Miracoli, agli anni '80 del Cinema fino al primo "Vacanze di Natale" e a "quell'incidente che mi cambiò la vita"

TRENTO. “Verona è stata la mia Liverpool: al liceo Maffei iniziò l’avventura de I Gatti di Vicolo Miracoli, poi spiccai il volo verso la Milano e la Roma del cinema. La svolta arrivò con un consiglio di Bud Spencer, e Vacanze di Natale mise alla berlina il turismo di Cortina, non così diverso da quello di chi oggi va in montagna con l’elicottero. Con i Gatti avremmo potuto lavorare con Woody Allen, e Silvio Berlusconi mi rincorse per una notte”.

 

Riassumere un’ora di chiacchierata con Jerry Calà, che nell’intervista a il Dolomiti si racconta a tutto tondo in vista dello spettacolo “Non sono bello… piaccio!”, in programma il 7 febbraio a Trento (QUI INFO), e ripercorre oltre 50 anni di carriera, è una sfida: tanti gli episodi, le confessioni, i colpi di scena e gli aneddoti svelati

 

L’attore e regista parte dallo show, sospeso “tra racconti di vita vissuta, gag e canzoni”, per poi lasciarsi andare a un racconto ininterrotto che comincia dall’infanzia, quando dalla Sicilia si trasferì prima a Milano e poi a Verona, fino alla nascita de I Gatti di Vicolo Miracoli ai tempi del liceo. Da lì la scelta di lasciare il gruppo per il primo contratto cinematografico, il rapporto con Bud Spencer e Renato Pozzetto, il Premio della critica italiana vinto a Berlino con un ruolo drammatico e “quell’incidente stradale che mi cambiò la vita”. Immancabile, infine, la domanda sulla nascita dell’espressione “Libidine”, diventata a tutti gli effetti d’uso comune.

 

Jerry Calà, partiamo subito dallo spettacolo: si tratta di un racconto che attraversa cinquant’anni di carriera, che "viaggio" è?

 

Parliamo di uno spettacolo in cui mi racconto soprattutto attraverso la musica, oltre che con le parole. Centrali saranno i brani che hanno accompagnato la mia vita, ma anche le colonne sonore dei miei film: penso a “Sapore di Mare” che negli anni Ottanta rilanciò la musica degli anni Sessanta in un revival infinito, oppure a “Vacanze di Natale”. Poi le canzoni che mi hanno accompagnato da ragazzo, su tutti Lucio Battisti a cui dedico l'ouverture dove faccio una messa cantata, assieme al pubblico, e dedicata al cantautore. Il tutto è condito da piccoli monologhi, in cui metto a confronto i giovani degli anni Sessanta e quelli d'oggi, satireggiando anche sui social e sulle differenze di approccio tra ieri e oggi. Il bello è che ad ogni accenno di canzone, ce ne sono tantissime (ride, nrd), il pubblico reagisce. Uno spoiler? Finiremo con Maracaibo, una grande festa insomma.

 

Veniamo a lei, la sua storia parte da una famiglia segnata da continui spostamenti dovuti al lavoro di suo padre. Cosa ha rappresentato per lei l’arrivo a Verona?

 

La mia famiglia è emigrata dalla Sicilia a Milano dove sono rimasto fino alla prima media, vivendo in un quartiere abbastanza problematico e difficile, poi mio padre accettò il trasferimento a Verona che è stata la svolta: mi sembrò di essere arrivato nella Milwaukee di Happy days, con ragazze e ragazzi 'puliti', il liceo con addirittura il teatro. Ricordo che quasi per un anno io e mia sorella non siamo usciti di casa (ride, ndr), poi invece ci siamo abituati alla bellezza di quella che era chiamata la Liverpool italiana, con una band in ogni cantina: erano gli anni del beat, che avremmo poi consacrato con I Gatti di Vicolo Miracoli.

 

Raccogliamo l'assist, tutto partì proprio dal Liceo Maffei.

 

Sì, quel momento cambiò la mia vita, fui accolto nella compagnia filodrammatica del liceo: iniziai a fare spettacoli e conobbi Smaila, Salerno e Oppini. Insomma, fu l'inizio di tutto, di quella grande avventura veronese: è stata così importante che poi, nonostante il mio lavoro si sia spostato a Milano e a Roma con il cinema negli anni Ottanta, alla fine sono tornato proprio a Verona, dove vivo con la mia famiglia.

 

Non possiamo non parlare di “Verona Beat”: canzone diventata una sorta di inno cantato ancora oggi dopo le vittorie dell’Hellas Verona da grandi e piccini e che risuona ancora, si può dire, per le vie della città. Come nacque quel brano e perché, secondo lei, ha resistito così a lungo nel tempo?

 

In primis perché racconta un periodo meraviglioso, di quella piccola Liverpool di cui parlavo e che è stata molto “sentita” dai veronesi. Erano gli anni del beat e c'era anche un giornale chiamato Verona Beat, da cui ci ispirammo per raccontare quell'epoca e quella “provincia che moriva al bar”. Al tempo facevamo sia canzoni cabarettistiche, che hanno avuto grande successo, ma anche canzoni per così dire impegnate: pensi che Dario Fo ci invitò per fare un recital con i nostri pezzi, che amava tantissimo. Il segreto di Verona Beat è nella bellezza e nelle emozioni di quegli anni. Dalla ginnastica in tuta blu ai primi amori, fino ai cantautori che parlavano di libertà col cuore in gabbia: versi che sono entrati nel cuore delle persone proprio per la loro potenza.

 

A un certo punto arriva la svolta: Carlo ed Enrico Vanzina le propongono il cinema da protagonista solista e lei lascia i Gatti. Dal punto di vista umano ed emotivo, quanto è stata difficile quella scelta?

 

È stata una scelta dolorosa, ma obbligata: vorrei vedere chiunque, al posto mio, cosa avrebbe fatto, anche perché dopo dieci anni non avevamo una lira in tasca (ride). Presi quindi quel treno e non esitai ad accettare il primo contratto per tre film, lasciando di conseguenza gli amici. Poi abbiamo fatto la pace e ci siamo ritrovati, e ancora oggi ci vediamo a cena ed è sempre una festa in cui l'umorismo è sempre quello: le garantisco che chi si siede vicino a noi muore ancora dal ridere.
 

Ma è vero che fu Bud Spencer a spingerla a prendere quella decisione?

 

Verissimo, fu lui ad esortarmi a prendere quella scelta così umanamente difficile. Io, infatti, non avevo il coraggio di lasciare I Gatti di Vicolo Miracoli e a quel tempo, dopo dieci ore di set, tornavo da loro in macchina per fare le serate. Una mattina Bud Spencer mi aspettò nella hall dell'albergo e mi disse: “Così non va, perché in questo modo fai male entrambe le cose: ti invito a fare una scelta, è per il tuo bene”. E io lo ascoltai: per me fu un padre putativo per quanto riguarda il cinema, mi ha insegnato tutto.

 

Gli anni Ottanta sono diventati un immaginario collettivo. Facciamo un ponte con l’oggi: siamo nell’anno delle Olimpiadi di Milano-Cortina e nel 1983 lei era lì con Vacanze di Natale, film capostipite di una saga amatissima che, se vogliamo, metteva alla berlina un certo tipo di spirito vacanziero. Ci ha mai pensato a cosa è cambiato oggi?

 

Vacanze di Natale fu il capostipite, ma sottolineo subito che non si tratta di un Cinepanettone: definirlo così sarebbe un grave errore. È infatti una commedia feroce che critica e fa satira sulla borghesia e sugli arricchiti che frequentavano Cortina in quegli anni, solo per mettersi in mostra. Insomma, un affresco divertente e feroce: si tratta del primo film che ha mostrato il “cattivo turismo” che nel tempo è anche peggiorato. Allora c'era la famiglia Covelli, e adesso ci sono quelli che girano con i Suv per Cortina, oppure arrivano in montagna addirittura con l'elicottero. Sono esagerazioni che ci sono sempre state, ma oggi forse è ancora più grave visto che abbiamo una consapevolezza maggiore sul tema della tutela dell'ambiente.

 

Negli anni Novanta per lei arriva un altro cambio di passo: dalla commedia al dramma. Penso al ruolo del 1993 in "Diario di un vizio" di Marco Ferreri. Perché quella scelta e come convivono, in lei, queste due anime artistiche?

 

Fu un'esperienza significativa e bella. Parlando della mia carriera feci l'errore di staccarmi dal gruppo “Vacanze di Natale” con Boldi e De Sica. Avevo delle aspirazioni diverse e cambiai strada: se dal punto di vista commerciale fu forse un errore, sotto l'aspetto artistico mi arricchì molto e mi diede grandissime soddisfazioni, e quel film ne è l'esempio. Al Festival di Berlino vinsi il premio della critica italiana e mi trovai di fronte il gota della critica, lo stesso che prima mi aveva bistrattato, che mi applaudiva in un ristorante. Fu quasi un modo per riconoscere il mio valore, e forse per chiedermi scusa. Quella è stata davvero una libidine, per autocitarmi. Parlando di queste due anime, penso proprio Marco Ferreri che diceva che il comico è il miglior attore drammatico che ci sia, mentre un attore drammatico non è detto che sappia far ridere. Io penso che nella risata ci sia soprattutto l'osservazione dei difetti umani, e il comico è in grado di rivoltarli in satira.

 

Sempre negli anni Novanta, il grave incidente del 1994 sul lungadige a Verona segna uno spartiacque. In che modo quell’episodio ha cambiato il suo modo di vedere la vita e il lavoro?

 

Fu un episodio che accolsi come un avvertimento. Fino a quel momento ero stato troppo condizionato dal lavoro e dal successo: pensi che quando usciva un mio film telefonavo la notte nei cinema per sapere il numero dei biglietti venduti e l'incasso, e tutte le cassiere mi conoscevano (ride, ndr). Il mio umore, diciamo, dipendeva da queste dinamiche ma poi quella batosta "mi resettò" dal punto di vista dei valori della vita, che è al primo posto assieme alla famiglia e agli amici, e solo dopo viene il lavoro. Ora, quando sento che sta per tornare in me quel 'diavoletto', cerco di ricordarmi quell'episodio per mettere di nuovo a fuoco quello che conta veramente.

 

Chi sono stati i suoi maestri, quelli che l’hanno ispirata più di altri?

 

Uno su tutti? Renato Pozzetto, era il mio idolo e ho avuto la fortuna di lavorare assieme a lui ai tempi de I Gatti di Vicolo Miracoli. Se ci crede lo imitavo anche un po' all'inizio e lui mi diceva "stai attento Jerry, devi trovare la tua espressività", e poi io ci riuscii.

 

Lei ha creato espressioni entrate nel linguaggio comune, “Libidine" su tutte. Nascevano per istinto, per necessità di scena o c’era dietro un lavoro preciso?

 

Nascevano dalla strada e dalla gente, erano espressioni che sentivo di notte, nella Milano degli anni Settanta. Quell'espressione specifica nacque mentre facevo il film 'Bomber' con Bud Spencer: guardando il ring mi venne l'espressione "Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi", che oggi ancora tutti replicano.

 

Lei è uno dei pochi che ha detto no a Silvio Berlusconi, che la voleva nella sua scuderia. Perché quella decisione controcorrente?

 

Ero in quel periodo in cui ascoltavo la voce che diceva: "Chi fa il cinema non può fare televisione", cosa che poi si è rivelata una stron*ata. Su quella convinzione persi milioni: Berlusconi mi "inseguì" per una notte intera ma io ero convinto della mia scelta. Poi sotto di lui feci un sacco di cose, tra cui la serie "Professione Vacanze". Ricordo che gli telefonai e gli dissi: "Silvio, ho un'idea". Mi chiese di passargli il mio produttore ed esclamo: "Fatela!". E così fu.

 

È vero che avrebbe potuto lavorare con Woody Allen?

 

Ai tempi de I Gatti di Vicolo Miracoli Umberto Smaila scrisse una lettera a Woody Allen, perché eravamo pazzi di lui. Noi lo prendemmo in giro per questa cosa ma poi un giorno si presentò con in mano una lettera e disse: "Ci ha risposto Woody Allen e ci ha invitato a New York per proporci una commedia teatrale".  Poi lo fecero arrabbiare perché misero nel contratto una clausola secondo cui avrebbe dovuto venire in Italia per accompagnarci in teatro, a Spoleto. E lui rispose con una battuta fenomenale: "Shakespeare non è andato a Verona alla prima di Romeo e Giulietta". E non se ne fece più nulla, mandando in fumo un sogno che avevamo costruito con un bel po' di follia.

 

C’è un grande rimpianto nella sua vita?

 

No guardi, le confesso che non vivo di rimpianti. Si ricorda quella bellissima canzone di Pierangelo Bertoli intitolata "A muso duro"? Io vivo come lui, con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.

 

Ci serve l'assist per l'ultima "confessione". Cosa vede quello sguardo dritto e aperto sul futuro?

 

Il mio sogno è quello di fare un film diretto da mio figlio Johnny, che si è laureato da poco in Cinema.

 

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