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Bolzano
14 aprile | 20:09

"Ho aperto i concerti dei Beatles e duettato con Ray Charles: sono andato oltre il sogno", Fausto Leali si racconta: "Anni difficili da bambino? Li guardo con tenerezza"

Fausto Leali a pochi giorni dal live di Bolzano del 22 aprile si racconta a il Dolomiti tra il presente e le 'curve della memoria': "Da ragazzo non avrei mai immaginato che Mina diventasse una mia ammiratrice, che avrei cantato con Ray Charles o le notti a New York con Wilson Pickett. Se mi chiede qual è il mio sogno, le rispondo che sono già andato oltre"

BOLZANO. "A vent’anni aprivo i concerti dei Beatles e ho duettato con Ray Charles. E quegli anni difficili da bambino oggi li guardo con tenerezza".

 

È un Fausto Leali diretto, senza filtri, quello che si racconta a il Dolomiti a pochi giorni dal concerto che lo vedrà protagonista mercoledì 22 marzo al teatro Cristallo di Bolzano (QUI INFO).

 

Voce graffiante e inconfondibile, Leali ha attraversato epoche e generazioni, portando in Italia l’anima del rhythm and blues e del soul, senza mai perdere il legame con la melodia. Un percorso costruito tra palchi internazionali e incontri decisivi: da Ray Charles a Wilson Pickett, fino ai duetti con Mina e Francesco De Gregori. E brani come A chi, Io amo e Mi manchi sono entrati stabilmente nell’immaginario collettivo, trasformandosi in evergreen capaci di attraversare il tempo e parlare a pubblici diversi.

 

La lunga chiacchierata parte dal concerto di Bolzano, un viaggio musicale tra i suoi grandi successi e qualche omaggio dal "cuore blues", ma si allarga presto diventando un viaggio tra il presente e le "curve della memoria": e così ecco l’infanzia nel dopoguerra, i primi passi nei locali, l’esperienza con i Novelty, le aperture ai Beatles, fino alle notti newyorkesi con Wilson Pickett e a "quella telefonata inattesa di Mina".

 

Poi il presente, vissuto con la leggerezza di chi ha già superato i propri traguardi: "Se mi chiede qual è il mio sogno, le rispondo che sono già andato oltre. E va bene così".

 

Fausto Leali, partiamo dal live: cosa deve aspettarsi il pubblico?

 

Sarà un live in cui, chiaramente, porterò il mio repertorio, ma siccome sono un grande amante del blues faremo anche un omaggio a James Brown e ad altri artisti che raccontano la mia indole, e da dove vengo musicalmente. Ci sono poi i miei successi, che magari sembrano diversi dalla musica delle origini, ma fanno comunque parte della mia vita: sarà un concerto, insomma, in cui ripercorrerò l’intera mia carriera.

 

Rimaniamo sul palco. Dopo tanti anni, cosa cerca ancora ogni volta che lo calca? C’è qualcosa che sente di non aver ancora trovato?

 

Non cerco qualcosa di nuovo, è che ogni volta che sali sul palco provi un’emozione: sempre la stessa, ma al contempo sempre diversa. Cambia la città, cambia il pubblico, ma alla fine il risultato è sempre bellissimo: la gente ti restituisce quello che hai dato e ti premia per ciò che hai fatto, con applausi e affetto, e questa è una cosa che ti mantiene giovane. È questo che cerco, ed è questo che trovo.

 

Partiamo dall’inizio: un’infanzia in un periodo storico difficile, il lavoro molto presto. Quanto di quel bambino è rimasto oggi, anche nella sua voce e nella sua musica?

 

Mi guardo indietro con tenerezza, non con rabbia. Quella fase difficile è durata poco perché quando ho iniziato a suonare e cantare da professionista, a 14-15 anni, tutto è cambiato: facevo il lavoro che mi piaceva e ogni sera c’erano persone che ci applaudivano, dandoci una grande forza. Quegli anni difficili però me li porterò sempre dentro, mi sono rimasti nell’anima. Oggi, però, mi godo con gioia quello che vivo.

 

La black music è stata per lei più di un’influenza, si potrebbe dire quasi un’identità. Come nasce questo legame?

 

Ha radici profonde, quando iniziai con il mio gruppo i Novelty: a quel tempo si suonava un mese in un posto, poi un mese in un altro, quasi tutte le sere. Vivevamo insieme e andavamo a dormire alle tre o alle quattro del mattino, pensando sempre a rinnovare un repertorio molto vasto e principalmente in lingua inglese, perché la nostra passione era proprio la musica americana e inglese. Già a 18 anni ascoltavo Ray Charles e James Brown e poi sono arrivati anche i Beatles, i Rolling Stones e tutta la scena inglese. In sintesi? Era quella la musica che ascoltavamo e che cercavamo di fare.

 

Poco più che ventenne aprì l’unico tour italiano dei Beatles: che ricordo conserva di quell’esperienza?

 

Il ricordo è grande, immenso, ma anche fatto di poco, perché non c’erano i telefonini per fare foto (ride, ndr). Loro erano molto “protetti” e anche se avevamo i camerini vicini non c’era modo di entrare o parlare con loro. Li ascoltavo però tutte le sere da dietro il palco e li vedevo a pochi passi da me, e l’unico vero ricordo concreto è una fotografia scattata all’ultimo concerto del tour, a Roma, quando nel pomeriggio concessero a tutti i gruppi di fare uno scatto con loro. Non ho però mai avuto occasione di parlarci, anche perché sono sempre stato molto timido: solo a vederli mi tremavano le gambe.

 

Ha collaborato con giganti come Ray Charles e Wilson Pickett, che cosa le hanno lasciato questi incontri?

 

Ricordo l’esibizione con Ray Charles, documentata anche dalla Rai: dopo aver cantato sono andato a salutarlo e lui, cieco, si appoggiava alle mie braccia, ho delle fotografie straordinarie con lui. Wilson Pickett invece è stato padrino di mia figlia Deborah, quindi parliamo di un rapporto molto forte: quando ero a New York in tournée sono andato a trovarlo e mi ha portato nei suoi uffici sulla 42esima strada. La sera uscivamo insieme, andavamo anche al famoso locale Copacabana: lì si ascoltavano gruppi incredibili come i The Temptations e lui me li presentava. È stato per me un vero tuffo in quel mondo artistico.

 

Veniamo alle sue canzoni, “A chi” è diventata un classico senza tempo.

 

Ho scoperto quel brano nel 1966, cantato da Timi Yuro: il titolo originale era “Hurt” e cantando io in inglese lo inserii subito nel mio repertorio. Un giorno il mio chitarrista dei Novelty, Piero Braggi, mi diede un foglietto con il titolo “A chi” e mi disse: “Proviamo a farla così”, ed era l’unica canzone che cantavo in italiano. Nei night la gente se ne innamorò e me la chiedeva sempre, poi l’abbiamo incisa e la prima volta in televisione fu con Pippo Baudo nella primavera del 1967: ha rappresentato, insomma, una grandissima porta aperta per me.

 

Mina è un altro "capitolo" importante della sua carriera: cosa ha significato quel duetto del 1986?

 

È stato molto emozionante. Lo abbiamo registrato insieme nel suo studio di Lugano, con suo figlio Massimiliano che aveva arrangiato il pezzo: cantavamo insieme, è stata un’esperienza molto umana, molto intensa, mentre oggi si può registrare a distanza, ma quella era un’esplosione di sensazioni vere. Come avvenne l'incontro? Lei mi chiamò dicendomi che aveva un pezzo che voleva cantare con me e io rimasi senza parole, poi  abbiamo mantenuto i contatti negli anni e nel 2016, per il mio disco di duetti, è stata la prima a dirmi di sì.

 

Sanremo è un filo rosso della sua carriera, dal successo del 1989 fino al recente premio alla carriera.

 

Ricevere il premio alla carriera a Sanremo è stato qualcosa di importante: ha segnato e consacrato un percorso che però continua. Lo considero un riconoscimento per ciò che ho dato, ma io continuo con i miei progetti, come l’attuale Canzonissima che mi sta dando grandi soddisfazioni. Penso che questo mestiere sia bellissimo, un divertimento totale.

 

Raccogliamo l'assist, dalla storica Canzonissima del 1968 con Mina e Walter Chiari a quella di oggi: che effetto le fa questo ritorno?

 

Nella prima edizione ero all’inizio, ma avevo già un successo come “A chi”, quindi salivo sul palco con qualcosa di importante. Oggi sono invece l’unico artista che ha partecipato anche alle edizioni precedenti: mi sto divertendo molto, anche perché sono circondato da artisti più giovani che mi guardano con ammirazione, ed è un momento davvero bello.

 

Quello che si crea è un dialogo tra generazioni musicali diverse, che spesso sembra difficile. Come lo vive?

 

La musica è musica, qualsiasi essa sia. I tempi cambiano: la rivoluzione dei Beatles e dei Rolling Stones ha cambiato tutto, ma il bel canto in Italia è sempre rimasto e quando la musica è fatta bene, con sentimento, arriva. Nelle ultime puntate mi ha colpito molto ad esempio Elettra Lamborghini: dietro il suo carattere spavaldo ho visto una grande tenerezza. E poi ci sono amicizie ritrovate, come Enrico Ruggeri. Parlando del dialogo tra generazioni musicali, ricordo una risposta di Paul McCartney ad un giornalista che gli fece la stessa domanda che lei mi pone ora. Lui disse: “Esiste solo musica fatta bene e musica fatta male”, e anch'io la vedo così.

 

C’è un artista che l’ha segnata particolarmente, anche a livello umano?

 

Ce ne sono tanti, ma Francesco De Gregori l’ho apprezzato ancora prima di conoscerlo, poi abbiamo lavorato insieme e siamo diventati amici. Abbiamo collaborato anche al video di “Sempre e per sempre” per il mio disco del 2016: c’è una grande stima reciproca ed è una cosa molto bella.

 

Un'ultima battuta: ha un sogno che sente di voler inseguire?

 

Direi di no, e le spiego il perché: da ragazzo non avrei mai immaginato che Mina diventasse una mia ammiratrice, che avrei cantato con Ray Charles o che avrei vissuto tutto ciò, penso anche alle notti a New York con Wilson Pickett. Se mi chiede qual è il mio sogno, le rispondo che sono già andato oltre, e quindi va bene così.

 

 

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