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Bolzano
28 aprile | 20:03

"Con Lucio Dalla una jam session incredibile, arrivò al locale in motorino", Sergio Cammariere si racconta: "Ricordo l'ultimo abbraccio nel camerino con Gino Paoli"

A poche ore dal concerto al Teatro Cristallo di Bolzano, Sergio Cammariere si racconta a il Dolomiti in una lunga intervista: dagli esordi nella Roma degli anni Novanta alle serate con Daniele Silvestri e Max Gazze, ma anche Niccolò Fabi e Alex Britti, sul palco dello storico locale di Vicolo del Fico. E poi la storica jam session con Lucio Dalla, i due Festival di Sanremo, l'amore per il jazz e un pensiero per il "maestro" Gino Paoli. Infine un sogno nel cassetto "sospeso tra musica e cinema"

BOLZANO. "Lucio Dalla arrivò in motorino al locale, senza casco, e iniziò a suonare dei bonghi. Poi gli diedero un sax e da lì partì una jam indimenticabile". È un Sergio Cammariere vivido, ironico e incalzante quello che si racconta a il Dolomiti in un'intervista, o meglio in una lunga chiacchierata tutta d'un fiato, a poche ore dal concerto che lo vedrà protagonista a Bolzano al Teatro Cristallo, in programma mercoledì 29 aprile alle 21 (QUI INFO).

 

Pianista raffinato e voce tra le più riconoscibili della canzone d’autore italiana, Cammariere attraversa generi e suggestioni senza mai irrigidirsi in etichette: tra echi di jazz, scrittura cantautorale e un dialogo costante con il cinema, il suo percorso si muove lungo una linea personale, costruita negli anni tra palchi, colonne sonore e incontri decisivi. Da Lucio Dalla a Gino Paoli, fino al lungo sodalizio con Roberto Kunstler, la sua musica è rimasta fedele a un’idea precisa: cercare, ogni volta, una forma nuova dell’emozione.
 

E la chiacchierata parte dal live bolzanino, pensato come un vero e proprio "bilancio artistico" di una carriera trentennale: un attraversamento tra passato, presente e futuro che prende forma in un trio essenziale – pianoforte, violoncello e sax soprano – capace di restituire una dimensione intima e quasi cameristica.

 

E da qui il racconto si allarga e diventa memoria: la Roma dei primi anni Novanta, il locale di Vicolo del Fico, le notti condivise con un'intera generazione di cantautori – da Max Gazzè ad Alex Britti, da Daniele Silvestri a Niccolò Fabi – e quella jam session improvvisata con Dalla diventata quasi leggenda. Fino al presente, tra uno sguardo critico sulla musica contemporanea e nuovi progetti già in cantiere, senza mai perdere di vista il centro: il concerto, luogo irripetibile in cui, come ci confessa, "più anime si incontrano e danno vita a qualcosa che va oltre la musica stessa".

 

Due chicche finali? Un commosso ricordo del maestro Gino Paoli e uno sguardo al futuro, con il sogno nel cassetto non ancora realizzato. Spoiler? Un abbraccio tra musica e cinema.

 

Sergio Cammariere, partiamo dal live: che viaggio musicale proporrà?

 

Questo concerto si configura come un momento di bilancio artistico, un attraversamento che tiene insieme passato, presente e anche una proiezione verso il futuro, con momenti di improvvisazione e con le canzoni che vengono rilette attraverso un ensemble nuovo, un trio particolare composto da violoncello, sax soprano e pianoforte. È una formazione che amo molto perché genera un’intimità rara, una dimensione raccolta che solo questo tipo di assetto riesce a restituire, e infatti porteremo sia i brani dell’ultimo album, “La pioggia che non cade mai”, sia canzoni più storiche come “Tutto quello che un uomo” e “L’amore non si spiega”, insieme ad altri pezzi del repertorio. C’è un respiro cameristico che offre un raccoglimento completamente diverso, quasi una sacralità legata alla dimensione classica, e accanto a questo proporrò anche brani che non suono mai dal vivo, come “La canzone dell’impossibile”, oltre a momenti strumentali come “Dodici minuti di pioggia” e il “Tema di Malerba”, che eseguo soltanto in questa occasione. Non mancheranno poi gli omaggi al cinema, che è il mio grande amore insieme alla musica, con brani come “Tempo perduto” e “Dalla pace del mare lontano”.

 

Nei suoi live c’è sempre un'energia che nasce dal "dialogo" con pubblico: è una dimensione in cui si riconosce?

 

Sì, mi riconosco molto in questa dimensione, perché in fondo siamo sempre un tramite tra il palco e il pubblico e più riusciamo ad elevarci verso qualcosa di quasi “soprannaturale”, chiamiamolo così, più si crea un vero incontro, uno scambio autentico. Ogni canzone, in fondo, è un’opera aperta, come diceva Umberto Eco, e offre la possibilità di modificare il mezzo, l’inizio e la fine, ma è nell’interpretazione del pubblico che l’opera si compie davvero.

 

“La pioggia che non cade mai,” il suo ultimo album, è molto evocativo e si innesta nell'alveo di una lunga collaborazione con Roberto Kunstler.

 

È una riflessione su ciò che resta sospeso, sull’attesa, e naturalmente dentro questo titolo convivono tanti episodi, anche molto diversi tra loro, alcuni più luminosi e felici. Con Roberto Kunstler abbiamo un rapporto quotidiano, molto consuetudinario, ci sentiamo ogni giorno per lavorare sui versi, sulla forma, sul suono, sulla parola che si aggiunge, e in questo lavoro certosino lui è il poeta capace di descrivere la mia melodia. In alcune circostanze però ci sono stati miei piccoli “assist”, frasi e visioni che ho portato io. A differenza di altri lavori, questo album nasce soprattutto dalla musica, che spesso è arrivata prima del testo, anche se ci sono due o tre casi in cui invece è accaduto il contrario, con testi di Roberto già esistenti. Il nostro metodo è proprio questo: a volte nascono prima le parole, altre volte la musica, e nell’incontro cerchiamo di dare una forma e un senso poetico complessivo.

 

Apriamo il cassetto dei ricordi: il suo percorso è lungo, Roma è stata centrale e il palco di Vicolo del Fico è rimasto nella sua memoria. Che cosa ha significato quell’ambiente per lei?

 

Parliamo della Roma degli anni Novanta, un periodo molto vivo e fertile. Poi c'è il mio percorso personale, fatto di tante vicissitudini, dall’infanzia e dall’adolescenza in Calabria fino all’approdo romano, che racconto nel mio libro “Libero nell’aria”. In quegli anni ho iniziato con le colonne sonore, sono entrato alla It di Vincenzo Micocci, la prima casa discografica indipendente italiana dedicata ai cantautori, e lì è avvenuto anche l’incontro con Roberto con cui ho realizzato un disco, oltre ad altre esperienze come la colonna sonora di “Uomini senza donne”. Roma era un luogo pieno di spazi per la musica dal vivo, come l’Horus Club, dove suonavamo con la Stress Band insieme a tanti amici, tra cui ricordo anche i Tiromancino. Poi nacque il locale di Vicolo del Fico, con i suoi 99 posti, un piccolo laboratorio creativo, una vera officina musicale dove passavano tutti: c’erano Daniele Silvestri, Max Gazzè, Alex Britti, Niccolò Fabi, Carmen Consoli e molti altri, e c’era anche un dialogo continuo con il teatro, basti pensare a Rocco Papaleo. In quel contesto ho avuto il piacere di suonare le mie canzoni e, a un certo punto, di condividere il palco anche con Lucio Dalla.

 

Raccogliamo l'assist, con Lucio Dalla fu protagonista di una jam session in qualche modo storica su quel palco, e lui arrivò al locale in motorino: altri tempi insomma.

 

Ora le racconto di quella serata. Tutto nasce da Olen Cesari, grandissimo violinista con cui ho condiviso anni di palco, che nel frattempo aveva instaurato un rapporto molto stretto con Lucio Dalla e andò anche con lui in tournée in America. Una sera Olen, allora un ragazzo veramente pieno di energia, mi chiama e mi dice: “Fraté, vieni al Teatro Olimpico che ti faccio conoscere Lucio”. Ci siamo incontrati nel camerino e gli abbiamo fatto ascoltare la mia “Canzone di Priamo”. La sera dopo il concerto io suonavo al locale con la mia band e Olen ha preso il motorino, ha fatto salire Dalla e senza casco sono venuti al locale. Lucio voleva suonare con me, è salito sul palco ha preso dei bonghi e io ho iniziato a cantare “Cantautore piccolino” dove lui era citato. Poi a un certo punto sono arrivati tutti i sassofonisti e diedero un sax a Lucio: fu lì che partì la session. Ricordo che abbiamo fatto Duke Ellington ma anche tanto blues, tanti pezzi, ed è stato un divertimento puro perché tutti i musicisti che erano presenti salivano e scendevano da quel palco minuscolo dove ci stavamo a malapena in quattro. Ricordo poi che quella sera, alla porta, c'era tra gli altri un certo Pier Francesco Favino.

 

Ci parli del suo amore per il jazz: dove nasce e come si è intrecciato con la sua libertà espressiva di cantautore?

 

Questa è una grande domanda, anche perché io non mi considero un jazzista, non saprei nemmeno cosa sono le scale, mentre mi sento più un improvvisatore di musica classica. Parlerei piuttosto di un modern jazz, una sensibilità che oggi appartiene a molti pianisti, e tra i miei riferimenti ci sono sicuramente Keith Jarrett e Bill Evans. Poi ci sono figure difficili da definire, come Ryuichi Sakamoto, con una musica più vicina al cinema, alla new age, a una dimensione più pura: prima di morire, per esempio, ha realizzato lavoro meraviglioso guardando a Jobim, che per noi è un punto di riferimento nell’amore per la musica brasiliana e per tutto il mondo latino. In fondo credo che tutto si riduca al fatto che la musica è fratellanza, è incontro tra musicisti anche di continenti diversi, apertura a nuovi linguaggi e nuove prospettive, e il “mio” jazz si inserisce naturalmente nell'alveo di questo pensiero.

 

Rimanendo in tema incontri, c'è un artista che porta particolarmente nel cuore?

 

Se penso all’Italia, il primo nome che mi viene è Gino Paoli, un vero maestro per me, ma anche Toots Thielemans per il jazz, probabilmente il più grande armonicista del mondo. Di Gino Paoli ho tantissimi ricordi: l’ultima volta che ci siamo visti e abbracciati è stata all’Auditorium di Roma, in occasione di un concerto con tanti amici, e prima di salire sul palco capitava spesso di parlare in camerino di Tenco, ma anche di Umberto Bindi, di Bruno Lauzi. Ci siamo incontrati spesso in grandi eventi, come al Premio Tenco nel 2001, quando rendemmo omaggio a Sergio Endrigo, e quella sera c'era anche Enzo Jannacci. Nei concerti concludevamo spesso con “Senza fine”, una canzone geniale e senza tempo. Di Gino Paoli porto quindi con me un ricordo davvero di cuore.

 

Voltiamo pagina e parliamo del suo grande amore per il cinema, e per le colonne sonore: tra le prime c’è quella di “Uomini senza donne” del 1996, suonata live.

 

Tutto nacque grazie a Gianmarco Tognazzi, che è un amico fraterno, e con cui ho collaborato spesso: ogni volta che poteva coinvolgermi nei suoi film, mi affidava la colonna sonora. Nel caso di “Uomini senza donne”, venne a casa mia un pomeriggio insieme ad Angelo Longoni, e aveva scritto dei versi per il film, già portato in tournée teatrale con Alessandro Gassmann. Avevano bisogno di una musica perché il protagonista, interpretato da Gianmarco, era un sassofonista, quindi servivano brani con un’anima soul e una sezione di fiati. Registrammo tutto un anno prima delle riprese per preparare il playback delle quattro canzoni presenti nel film, e ricordo che quel pomeriggio improvvisai questi pezzi quasi come fossero provini, ma alla fine funzionano perfettamente. Penso che a volte serva la velocità, l’istinto, altre volte invece il tempo lungo della riflessione.

 

Il Festival di Sanremo è stato un passaggio importante per la sua carriera, dal 2003 con “Tutto quello che un uomo” fino all'edizione del 2008.

 

È stato un vero cambio di passo, quasi un incidente felice, qualcosa che non ti aspetti, anche perché ero già molto soddisfatto del mio percorso: ero entrato da poco in una major, la Emi, era uscito il singolo “Sorella mia” e le vendite andavano bene. Qualche anno prima avevo conosciuto Pippo Baudo, che aveva seguito il mio percorso da lontano, e quando seppe del mio ingresso in major chiese direttamente di me. Così arrivai a Sanremo, portando una canzone nata da poche settimane, con il testo consegnato addirittura tre giorni prima a Sorrisi e Canzoni: fu un’esperienza fortissima, piena di emozione, che mi portò fino al terzo posto. Nel 2008 portai invece un omaggio alla Bossa Nova, sebbene Pippo Baudo mi disse: “Cambia pezzo, perché una Bossa Nova in Italia non ha mai funzionato”. E io gli risposi: “Ma guarda Pippo, a me piace, fàmme fa' sta Bossa Nova”. E così feci e arrivai settimo con “L'amore non si spiega”.

 

Veniamo all'oggi. Qual è il suo sguardo sull’evoluzione della musica contemporanea, tra social, intelligenza artificiale e una produzione sempre più diffusa?

 

Il punto è che è cambiato il mondo: parto dal cinema. Ricordo quando montavamo i film “in moviola”, con i grandi nastri e lo schermo, un processo affascinante che richiedeva tempo, e allo stesso modo si faceva musica, con ritmi simili. Oggi invece c’è una liberalizzazione totale, chiunque può appropriarsi della musica, ma anche un’enorme inflazione, con milioni di brani pubblicati ogni mese, il che rende difficile distinguere ciò che è valido da ciò che lo è meno. Credo sia fondamentale tornare a educare le nuove generazioni alla consapevolezza del bello, a partire dalla scuola, recuperando gli archetipi della musica, da Bach a Beethoven, da Chopin fino a Ravel e Debussy, per trasmettere la profondità dell’armonia, una ricchezza che rischia di andare perduta in mezzo a un’offerta così dispersiva. È importante anche incontrare maestri capaci di indicare una direzione, altrimenti si rischia di finire in un universo di canzoni artificiali, simili a jingle pubblicitari. E poi c’è la lingua italiana, che considero la più bella del mondo e che andrebbe valorizzata attraverso la poesia, anche filtrando le parole dei grandi poeti, mentre alcune forme contemporanee, penso ad una certa trap, rischiano di essere addirittura diseducative. In sintesi? Penso che dobbiamo riabituare l’orecchio a riconoscere ciò che è bello.

 

Prima di salutarla, guardiamo al domani: ha un sogno che non ha ancora realizzato?

 

Non mi fermo mai: oltre ai concerti registro continuamente idee e sto lavorando a un terzo album solo piano, di cui una parte è già stata incisa e per cui dovrò presto trovare un titolo. Ho anche molte canzoni nel cassetto, scritte negli anni con Roberto Kunstler, e continuiamo a comporne di nuove. C’è poi un sogno a cui tengo molto: essendo un grande appassionato di cinema, ho filmato tutto il mio percorso artistico, ancora prima dell’era dei selfie e degli smartphone, e possiedo migliaia di ore di girato che vorrei un giorno trasformare in un film o in un documentario sulla mia biografia artistica. E poi ci sono i concerti, che restano una dimensione unica, un luogo in cui più anime si incontrano e danno vita a qualcosa che va oltre la musica stessa, quasi una dimensione spirituale.

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