“Ho visto ragazzi distrutti”. Il viaggio di Paola Meina sulla rotta dei Balcani: “Stiamo lasciando sulle strade un'intera generazione sottomessa a psicofarmaci e alcol''
In molti arrivano a Trento in condizioni drammatiche, all'Associazione Famiglie Tossicodipendenti trovano uno spazio dove ripararsi, dove mangiare qualcosa e dove stare al sicuro. Un impegno non facile portato avanti dai volontari nonostante i pochi mezzi di sostentamento che l'organizzazione ha a disposizione. “Dobbiamo smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia, di dire che sono dei drogati” spiega Meina

TRENTO. “Volevo capire la realtà direttamente, volevo capire cosa stava accadendo e cosa voleva dire realmente, al di fuori dalle ideologie, la rotta dei Balcani. È stato un viaggio che mi ha scioccato”. Paola Meina è direttrice terapeutica dell'Associazione Famiglie Tossicodipendenti di Trento, l'organizzazione che oggi sta seguendo tantissimi migranti arrivati in Trentino dopo storie terribili e spesso dipendenti da droga e medicinali.
Usa queste parole per descrivere il viaggio che ha deciso di fare nell’aprile del 2022 con la Carovana dei Migranti. Un percorso lungo una delle rotte più dure d’Europa, dove si intrecciano sofferenza, violenza, solitudine, uso forzato di psicofarmaci, ma anche una speranza che continua a spingere migliaia di persone a camminare, a volere arrivare in Italia e in Europa alla ricerca di un futuro migliore.

Un viaggio che ha portato Meina a incontrare mamme con bambini e bambine di pochi mesi in braccio, giovani riempiti di botte e farmaci per far passare l'ansia e il dolore, ma anche tantissime persone che ogni giorno cercano di aiutarli. Un'umanità nascosta che non smette mai di pulsare.
“La mia prima tappa del viaggio è stata la Val di Susa, da dove tantissimi ragazzi e ragazze tentano di passare in Francia attraversando le Alpi. Un percorso fatto di traumi, freddo e di sentieri di montagna pericolosi che non lasciano scampo” ci racconta Meina.
La partenza è avvenuta nell'aprile del 2022 da Torino, assieme a un gruppo di persone che facevano parte della Carovana dei Migranti, con l'arrivo a Tirana, in Albania. Da quel punto il viaggio è proseguito a bordo di una sorta di pulmino attraversando l'Albania, il Montenegro, la Bosnia, la Croazia per arrivare poi a Trieste.
Uno dei primi incontri in Bosnia è stato con una signora, una volontaria che aiutava i migranti lungo il viaggio. “Abitava nel bosco e la sua casa era diventata – spiega Paola Meina – un avamposto per aiutare i migranti prima di raggiungere zone molto più pericolose sotto il controllo delle bande di criminali. Intercettava i migranti, cercava di capire i bisogni e con quello che riusciva a recuperare li aiutava”.
È qui che Meina ha uno degli incontri che più le rimarranno nel cuore. Quello con un gruppo di migranti provenienti dall'Afghanistan e in particolare con una donna di circa 30 anni con in braccio un bambino di appena sei mesi. “Saranno state una quarantina di persone che, aiutando la signora, abbiamo incontrato al limite del bosco. Siamo riusciti a dar loro dei vestiti, delle giacche per ripararsi dal freddo e del mangiare. A un certo punto questa ragazza mi ha guardato e mi ha abbracciato piangendo. Un momento pazzesco, è lì che ho capito il dramma che vivono queste persone”.
Il gruppo ha voluto poi proseguire il viaggio senza fermarsi per la notte a casa della signora che offriva ospitalità. La mattina seguente la Carovana dei Migranti, di cui Meina faceva parte, ha ripreso il viaggio riuscendo a raggiungere un'altra volta il gruppo di migranti afghani prima che si disperdessero nel bosco.
Lungo il tragitto sono sparpagliati dei campi per migranti dove si mette insieme in qualche modo il pranzo con la cena, si cerca di ingannare il tempo, e poi si tenta la sorte lungo uno dei sentieri che portano a superare la Croazia, una delle frontiere più temute.
“Più si va avanti e più il viaggio diventa pericoloso” ci spiega Meina. Sono gli stessi migranti a testimoniare la presenza di vere e proprie bande di criminali che chiedono soldi, che vendono psicofarmaci e che cercano di approfittarne. In alcuni casi gli rubano il cellulare per inviare messaggi alle famiglie e ricattarle. È terribile quello che succede e che viene testimoniato dagli stessi migranti e dalle associazioni che operano lungo la rotta. Ma l'impatto più forte è all'arrivo in Croazia. Qui, testimoniano sempre i migranti, vengono messi sotto un tendone, privati del cellulare, gettato a terra e calpestato, e riempiti di botte. Molti migranti vengono rimandati indietro, non prima di averli rapinati, umiliati e picchiati. Ad alcuni vengono prese anche le scarpe e sono costretti a camminare nei boschi senza nulla.
È ci sono poi gli psicofarmaci. Vengono dati ai ragazzi fin dall'inizio del viaggio per il dolore, per l'ansia, per combattere la paura che hanno. Al freddo e senza cibo sono l'unica cosa che gli rimane e allo stesso tempo sono una strategia delle bande di criminali per tenerli sotto controllo. E così solo alcuni ce la fanno e chi ci riesce non riesce più farne a meno.
L'arrivo a Trieste di questi ragazzi e di queste famiglie è profondamente drammatico. Ad accoglierli in piazza della Libertà, da tutti conosciuta come la ‘piazza del mondo’, simbolo di accoglienza e resistenza umana, dove Paola Meina ha concluso il suo viaggio, ci sono i volontari, pronti a soccorrerli, a curare le ferite ai piedi e i traumi impressi nei loro corpi. Un viaggio che spesso prosegue: molti restano in Italia il tempo necessario per riprendersi dalle violenze subite, prima di tentare di raggiungere altri Paesi europei. Altri, invece, rimangono bloccati, sospesi in un’attesa senza fine.
“Presi a bastonate e riempiti di psicofarmaci, il dramma di alcuni migranti” ci racconta anche la direttrice terapeutica di Aft. “Ci arrivano ragazzi imbottiti di psicofarmaci, sono incazzati. Hanno appena 18 o 20 anni e non trovano alcuna accoglienza. Non riescono a stare senza pillole e le trovano nel mercato nero nei parchi”. Un mercato fatto anche di ricette che vanno a implementarlo.
All'Associazione Famiglie Tossicodipendenti trovano uno spazio dove ripararsi, dove mangiare qualcosa e dove stare al sicuro. Un impegno non facile portato avanti dai volontari nonostante i pochi mezzi di sostentamento che l'organizzazione ha a disposizione.
“Stiamo lasciando sulle nostre strade un'intera generazione sottomessa agli psicofarmaci e all'alcol. Dobbiamo smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia, di dire che sono dei drogati” conclude Meina. “Abbiamo bisogno di un'accoglienza sensata, servono politiche di riduzione del danno. Non si può pensare solo alla repressione perché così significa solo continuare a darla vinta alla criminalità”.














