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Belluno
08 maggio | 10:30

Al via a Belluno il podcast sulla montagna del futuro. Varotto: “I giovani non cercano redditi alti, ma qualità della vita e la montagna deve creare opportunità”

È partito da Palazzo Crepadona il ciclo di appuntamenti Future4Mountains, pensato per mettere a tema il futuro dei territori montani all’interno del podcast di Will Media “Future4Cities”. Ospite il docente Mauro Varotto, che fa un’analisi puntuale di come deve essere concepito, oggi, l’abitare in montagna

BELLUNO. “Gli stereotipi della montagna sono quelli classici: la montagna ludica che vive di turismo e a disposizione della città, e la montagna come natura incontaminata. Semplificazioni nate dal fatto che la spinta a crearle viene dalla città, dove c’è la potenza mediatica in grado di orientare la percezione. Un po’ come per il cane di Michele Serra sbranato dai lupi: il classico punto di vista di chi è sempre stato fuori dalla montagna e che, quando ci entra, cambia la visione delle cose. Serve perciò uno spostamento degli immaginari, lavoro che anche L’Altra Montagna si sta sforzando di fare: promuovere cioè l’idea di una montagna diversa e possibile”.

 

È avvenuta a Palazzo Crepadona la registrazione della prima puntata di Future4Mountains, ciclo di appuntamenti per mettere a tema il futuro dei territori montani all’interno del podcast di Will Media “Future4Cities” con Paolo Bovio e Stefano Daelli. Belluno che può essere laboratorio di pensiero, pratiche e soluzioni per capire come cambiano le montagne italiane.

 

Nello specifico, il titolo della puntata è “Abitare il presente per sbloccare il futuro del territorio”: cosa serve al territorio montano per essere abitato? Come cambia questo abitare con il cambiamento climatico? A delineare un quadro chiaro e puntuale è Mauro Varotto, docente di geografia presso l'Università di Padova. “Dobbiamo anzitutto stare attenti - esordisce - a dire che Future4Cities è diverso da Future4Mountains. La città non è diversa dalla montagna, se non la intendiamo in termini ottocenteschi come agglomerato urbano cementificato. Piuttosto, se la pensiamo come luogo di comunicazione e connessione, allora anche la montagna può essere città, che è stata espulsa da essa a causa di una visione stereotipata per cui la montagna è solo natura”.

 

Andare in montagna non è, quindi, stare in mezzo a un pascolo o in rifugio. “Dobbiamo cambiare categorie concettuali: in una dimensione sempre più mobile quale quella odierna - prosegue - anche la parola abitare va reinterpretata. Dov’è il confine del residente in montagna? Pensiamo a una ruota: ci sono il perno fisso, che dà radicamento sul territorio, e una serie di raggi che lo collegano con la parte esterna, che è mobilità più episodica, superficiale, legata alla dimensione turistica. In mezzo, ci sono non solo le (poche) persone che vivono qui 365 giorni l’anno, ma anche coloro che soggiornano stagionalmente, o per metà settimana, o che vi gravitano attorno in maniera diversa: la sfida è immaginare una ruota equilibrata, nella quale gli elementi sono in proporzione tra loro”.

 

Come può allora Belluno diventare, come la definisce Daelli, “un posto speciale, con tante frecce al suo arco per essere luogo di innovazione per lo sviluppo del territorio”? “La provincia di Belluno - risponde Varotto - ha al suo interno aree di marginalità e aree molto attrattive, in particolare la fascia industriale del fondovalle. Come si relaziona questo con le specificità locali? Anzitutto il modello produttivo ereditato dal passato, che tende alla concentrazione e standardizzazione, va ripensato: serve un’alleanza tra attività produttive e territori, affinché le aziende dialoghino con essi per avere un bilancio più sostenibile e creare maggiore attività in termini di servizi”.

 

Ciò che va fatto, quindi, è accompagnare le opportunità di lavoro con la qualità di vita: aspetto di cui le stesse aziende sono consapevoli (qui l’intervista). “Così l'attività economica - aggiunge - diventa interessante non solo per lo stipendio, ma soprattutto per i benefit che si trovano qui e non altrove. I giovani infatti non cercano necessariamente un reddito alto, ma una maggiore qualità della vita e la montagna può e deve creare opportunità in tal senso” (qui l’esperto).

 

Insomma, servono servizi di base, ma anche connessione, fibra e tecnologia. “Il lavoro è sempre più dematerializzato. Se usciamo dalla specializzazione in cui la montagna è solitamente relegata - conclude Varotto - possiamo immaginare una sorta di rinascimento del contesto alpino che attrae persone in interazione con l'ambiente circostante. Il lavoro in montagna non è solo assistenza turistica e settore primario: questi lavori continueranno a esserci, ma sempre più ibridi e intrecciati, con pastori che fanno educazione ambientale e attività turistiche con un ruolo di manutenzione. E anche l’industria va ripensata: non chiusa nella propria filiera di prodotto, ma in relazione con il territorio. In Val di Zoldo vive un ingegnere che progetta navi, in Val di Non c’è chi gestisce le aule dell'Università di Padova: queste sono le situazioni da immaginare, i raggi della ruota cui serve il perno, cioè la cura del territorio, e l’esterno, cioè un turismo che non deve essere monocultura”.

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