"I giovani d'oggi non sono disposti ai sacrifici", è davvero così? L'esperto: "Hanno un approccio diverso, cercano un migliore rapporto tra lavoro e vita privata"
In un mondo del lavoro spesso dominato dalla convinzione che i giovani siano incapaci di sacrifici, un report di Veneto Lavoro ha attestato invece come la fatica di far incontrare domanda e offerta sia un fenomeno più complesso. Il Dolomiti ha contattato Maurizio Milani, già docente a Feltre e operatore dell’orientamento, per analizzare cosa serve ai giovani oggi per compiere scelte di vita consapevoli

BELLUNO. “Perché fermare un progetto di vita, se è quello che vuoi? Però studia, approfondisci, diventa competente, fai esperienze e poi ne parliamo. Bisogna allenare i ragazzi a questo approccio: stare coi piedi per terra, ma con lo sguardo rivolto in alto, perché se hai i piedi per terra e guardi a terra, finisce che vai a sbattere”. In un mondo del lavoro spesso dominato dalla convinzione che i giovani siano incapaci di sacrifici, un report di Veneto Lavoro ha attestato invece come la fatica di far incontrare domanda e offerta sia un fenomeno più complesso (qui l’analisi). Continuando l’approfondimento sul mondo dei giovani, Il Dolomiti ha contattato Maurizio Milani, già docente a Feltre e operatore dell’orientamento, tra i fondatori di BellunOrienta, rete provinciale tra scuole, enti di formazione, realtà del mondo del lavoro ed enti locali per studenti dai 9 ai 19 anni.
Chiedersi infatti cosa vogliono fare da grandi le nuove generazioni è d’obbligo, soprattutto da parte di adulti che faticano a capire aspirazioni diverse da quelle che avevano mosso loro - anche se, in fondo, non così tanto. “Ho trovato interessante il report - spiega Milani - perché guarda al tema da un'angolazione raramente esplorata, cioè i valori professionali. Quando cerchi un lavoro, cerchi determinate dimensioni: chi ha bisogno di fare sempre le stesse cose, altri vogliono la novità. Ordinarietà e novità, rischio e sicurezza, autonomia ed eteronomia: binomi, pur non sempre così netti, molto usati nel mondo dell’orientamento”.
“Chiaramente c’è anche il guadagno - aggiunge - ma non è il valore per eccellenza. Quando intervistiamo i genitori chiedendo la cosa più importante per loro, pochi citano i soldi: parlano di sicurezza, soddisfazione, avere una squadra solida. E ai nostri figli dobbiamo raccontare questo: il lavoro ha tante dimensioni, che vanno conosciute”.
Cosa emerge dal report?
“I ragazzi ci fanno capire di continuo che cercano la qualità della vita. Se noi siamo cresciuti con l’etica del vivere per lavorare, loro vogliono lavorare per godersi una vita di incontri, viaggi, relazioni. Vogliono cioè un rapporto tra lavoro e vita privata degno di questo nome e ci dicono che il mondo che noi abbiamo creato, fatto di competizione, prestazione, risultati, stress e medicine per curarlo, non è vita. Sono cose che dicevamo anche negli anni della contestazione, ma oggi i giovani non hanno lo stesso approccio ideologico. Sono più pragmatici, concepiscono il lavoro come lo strumento per vivere in un certo modo. È una visione a tratti povera, ma non è detto sia giusto nemmeno il contrario e francamente, vista la frustrazione diffusa nella società occidentale, non saprei come dargli torto”.
Le aziende devono raccontarsi meglio?
“L’imprenditore che afferma di assumere non lavoratori, ma persone che vogliono diventare qualcosa rientra tra quelli che, banalizzando, possiamo definire illuminati (qui un esempio) ma, in generale, non so quanti lo siano. Bisogna quindi agire su più fronti. Come rete, cerchiamo di spiegare ai ragazzi i valori professionali, affinché sappiano perché scelgono quell’azienda o quel lavoro, anche quando la scelta è inevitabile. Si pensi a chi rifiuta di lavorare per produttori di armi o imprese con elevato impatto ambientale: puoi decidere tu il valore che governa la tua vita, l'importante è che non sia una scelta subita. I ragazzi invece lo stanno facendo inconsapevolmente. Tuttavia, solo se capiscono che stanno portando avanti un valore la loro diventa un'azione politica, che era ciò che muoveva noi: non la scelta privata che rimane gesto privato, ma il gesto privato come scelta pubblica. Sul versante aziende, invece, non interveniamo direttamente, salvo collaborare con enti vicini alle realtà imprenditoriali. Tuttavia sono convinto che, come noi raccontiamo le scuole andando al nocciolo della questione, la stessa cosa andrebbe fatta sul lavoro: non ti racconto la singola ditta, ma ti porto a riflettere sulle dimensioni del lavoro. E vale per ogni mestiere: dobbiamo smontare stereotipi frutto di narrazioni sbagliate, raccontando le storie di realtà dove la consapevolezza di cosa sia realmente un lavoro c’è”.
Anche quando l’aspirazione è fare l’influencer o lo youtuber?
“Oggi è il lavoro che va per la maggiore, come negli anni Novanta il calciatore e la ballerina, negli anni Duemila il cuoco e negli anni 2010 l’anatomopatologo. Se è questo il progetto dei ragazzi, dobbiamo analizzarlo con loro: cosa devi fare per diventarlo? In quale argomento sei preparato al punto che la gente cliccherà il tuo canale per ascoltarti? Quando pongo queste domande, mi guardano perplessi perché hanno ragionato solo sul contenitore, non sul contenuto: perciò punta a fare lo youtuber, ma comincia a pensare a queste cose. Inoltre, devi calare il tuo progetto sul territorio. A Feltre ci sono studenti in crisi perché abitano in Alpago e non sanno gestire i tempi di trasferimento e le rinunce che comportano: accade perché nessuno gli ha insegnato a fare scelte ragionate. Dobbiamo cioè fornire loro gli strumenti per dare concretezza ai loro sogni, che chiamerei ‘progetti’, affinché siano realistici. Piedi per terra, sguardo verso l’alto”.












