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Belluno
05 maggio | 17:28

Una storia iniziata nel 1919 e oggi proiettata nel mondo, Caffè Bristot si racconta e punta sui giovani: “Restare non è facile, al territorio serve una strategia”

Il Dolomiti è entrato in Caffè Bristot, realtà storica del territorio bellunese. Nonostante la proprietà sia oggi austriaca, l’azienda mantiene il suo cuore strategico a Belluno: a raccontarci come Enrico Mason, marketing manager

BELLUNO. “Puntiamo a un target sempre più giovane, cercando di raccontare come i giovani consumatori vivono il mondo del caffè. Questo significa uscire dalla nostra comfort zone, ma senza smettere di dire continuamente chi siamo: stiamo cioè vendendo a persone di vent’anni una storia di cento dicendo loro che Belluno non è lì, ferma e impolverata, ma che può e deve aprirsi all’innovazione”.

 

Il viaggio de Il Dolomiti tra le realtà storiche del territorio bellunese entra in Caffè Bristot, avvolto dal profumo di chicchi appena macinati. Siamo infatti andati a visitare una delle eccellenze della provincia per capire come valori e tradizione possono conciliarsi con una realtà di respiro internazionale. Ad accoglierci Enrico Mason, marketing manager dell’azienda.

 

Una storia che parte nel 1919 da Domenico, che dai suoi viaggi a Vienna tornò a Belluno con una visione poi trasformata in realtà con la Torrefazione Bristot. Negli anni, poi, la torrefazione diventa una comunità sempre più estesa molto legata al territorio, nonostante l’ampliamento sulla scena internazionale. Il legame infatti rimane anche con l'acquisizione alla fine degli anni Ottanta da parte del gruppo Procaffé Spa e, nel 2000, del gruppo internazionale WEDL & Hofmann GmbH. “Nonostante la proprietà sia austriaca - afferma Mason - siamo rimasti indipendenti a livello strategico”.

 

Come si comunica questo cuore bellunese?

Alcuni anni fa abbiamo avviato un progetto di riposizionamento ripartendo dalle origini, dal territorio in cui operiamo e dai suoi valori. Abbiamo cioè tradotto per i consumatori quelli che siamo, dando risalto a ciò che abbiamo di peculiare da raccontare: non ci vendiamo come il caffè delle Dolomiti, ma come torrefazione che opera ai loro piedi e ne è inevitabilmente influenzata.

 

Un processo non facile, ma l’unico modo per distinguersi. Oggi l’azienda opera in 65 Paesi, al cui centro c’è Belluno, dove però restare non è semplice. Perché qui e non altrove?

Per la storia e i valori di cui parlavo prima. Certo i problemi sul territorio non mancano, a partire dal reperimento delle risorse umane. In azienda, ad esempio, abbiamo bisogno di abbassare l’età media del personale e, viste le difficoltà nel ricambio generazionale, quando troviamo persone con un certo valore aggiunto dobbiamo fare in modo che restino - in primis offrendo un contesto internazionale di crescita professionale. Tuttavia l’opportunità di girare il mondo non basta: serve una strategia che sia territoriale, nella quale tutti, aziende e politica insieme, vanno verso un’unica direzione. Una strategia, quindi, che si costruisce anche fuori di qui.

 

L’eterno problema della provincia verrebbe da dire. In attesa che tale strategia diventi realtà, come si convince un giovane a tornare o restare?

Negli ultimi anni siamo riusciti a portare nuova linfa, ma rimane tanto da fare. Per i corridoi di ogni azienda dovremmo infatti vedere molti più giovani, perché portano una spinta, una potenza e una fame di imparare diverse e si può creare grande sinergia con le risorse con maggiore esperienza. Il problema è che non è facile trovare figure junior o neolaureati, solitamente sono già trentenni che decidono di tornare per motivazioni più profonde del solo lavorare in Procaffè. E sono motivazioni di territorio: difficilmente un giovane arriva qui solo per stare in un’azienda, soprattutto se fuori da essa non trova i servizi di cui ha bisogno.

 

Quello che può fare la singola realtà è quindi inevitabilmente limitato in tal senso, però ancora indispensabile, anche a livello strategico. Funziona davvero puntare sulla storia e le tradizioni in un contesto sempre più internazionale?

Il cuore del nostro mercato non è solo italiano, lavoriamo per il 65% con l’estero, il che significa essere molto esposti ai problemi legati alla fase di instabilità che oggi tutti conosciamo. Tuttavia, con enormi sforzi abbiamo voluto mantenere i paradigmi legati alla qualità del prodotto e teniamo duro sul fatto di rilanciare il marchio parlando dei valori che lo accompagnano. Questa è la strada giusta: continuare a raccontare la nostra storia, essere internazionali senza dimenticarci chi siamo, essere aperti ai nuovi trend di mercato e di sostenibilità senza mai smettere di parlare di Dolomiti e di Belluno.

 

 

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