"Ho scelto di rimanere nella mia comunità di 60 abitanti e con le mie creazioni di dar voce alla montagna", storia di Selene Signorini vetraia e cantautrice (anche in dialetto)
La vetraia Selene Signorini, che è anche cantautrice, si racconta a il Dolomiti dalla scelta di intraprendere la via dell'artigianato alla voglia di dar voce con le sue opere alla sua terra: "Non ho lasciato la mia piccola comunità di sessanta abitanti e nel laboratorio realizzo opere che raccontano il mio territorio e la montagna che lo circonda: dai fiori agli insetti in vetro, fino alle vetrate artistiche. E con le canzoni faccio la stessa cosa, usando anche il dialetto"

CAPRIANA. "Dopo gli studi ho deciso di trasformare l'amore per il vetro in un lavoro, allestendo il mio laboratorio dove realizzo le opere che raccontano il mio territorio e la montagna che lo circonda: dai fiori agli insetti in vetro, fino alle vetrate artistiche”.
Inizia a raccontarsi con queste parole Selene Signorini, vetraia classe 1988 di Carbonare di Capriana, al confine tra la Valle di Cembra e la Valle di Fiemme, la cui storia è attraversata da un filo rosso che unisce una “curiosità coltivata fin da bambina tra disegno, colore e osservazione della natura” e una professione costruita nel tempo “tra tecnica, ricerca e voglia di dar voce con la mia attività al territorio”, e che danza sul crinale tra artigianato e dimensione artistica.
L'artigiana - che ha scelto di rimanere legata alle sue radici mantenendo il suo laboratorio a Carbonare e che oltre a lavorare il vetro è anche cantautrice - racconta la sua attività e le tappe del suo percorso a il Dolomiti, dai primi passi al suo lavoro quotidiano, fino alle prospettive future.
“Direi che il mio percorso è stato uno sviluppo naturale della mia personalità: sono sempre stata molto curiosa e una grande ascoltatrice fin da bambina – racconta Signorini – e quando ho dovuto scegliere gli studi è stato spontaneo orientarmi verso l'ambito artistico, perché già dalle elementari mi piacevano il disegno e il colore: ero affascinata dai fiori e passavo ore ad osservare la natura”.

Di qui la scelta di iscriversi all'Istituto d'arte di Trento, indirizzo oreficeria, in quanto “attirata” da un’arte applicata. “Volevo legare l’arte a una funzione – prosegue – e qui ho frequentato il laboratorio di smalto su metallo, dove si utilizzavano polveri di vetro su base metallica cotte in forno: ad affascinarmi erano soprattutto il colore e la possibilità di sperimentare”.
Terminate le scuole superiori, invece che un’accademia, sceglie la scuola professionale Vetroricerca a Bolzano, percorso biennale finanziato dal Fondo Sociale Europeo, affinando tecnica e al contempo passione. E poi un nuovo step: “Al termine del biennio la mia curiosità si è fatta, per così dire, più 'filosofica' e mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti a Venezia, perché mi interessava capire cosa fosse davvero l’arte e soprattutto cosa volessi fare io: arte o artigianato. Poi li ho uniti (ride, ndr)”.
Entrando negli anfratti della sua attività da artigiana, iniziata già durante gli studi, Signorini spiega come allora avesse allestito il suo laboratorio a casa dei genitori, a Carbonare: “Non avevo una stanza per dormire (sorride, ndr) ma uno spazio per creare e questo per me era essenziale: non ho mai smesso di praticare l'attività, e nel biennio Bolzanino ho appreso soprattutto le tecniche specifiche tra cui fornace, vetrofusione, lavorazione a lume e affrontato anche una parte teorica sul vetro”.
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Un percorso, racconta, “molto completo e che mi ha portato addirittura in Sud America, sulla Cordigliera delle Ande, per visitare una fabbrica e lavorare con studenti locali. Tutto ciò mi ha lasciato una base ampia che ancora oggi utilizzo, mescolando tecniche diverse”.
E poi una scelta, la scelta: quella di trasformare questo 'cammino' in professione, guidata da quella che lei stessa definisce una “chiamata” impossibile da ignorare. “Questo perché – prosegue – sento il bisogno di creare, e quando non lo faccio avverto quasi un senso di frustrazione: inizialmente ho fatto diversi lavori, sempre però con il desiderio di aprire la mia partita Iva e lanciarmi solamente nella professione di vetraia. Alla fine l'ho fatto”.
Siamo negli anni precedenti alla pandemia e Selene Signorini spiega come all'inizio realizzasse principalmente gioielli in vetro lavorato a fiamma, partecipando a molti mercatini sul territorio: è proprio questa produzione intensa che le consente di affinare ulteriormente la sua tecnica.
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E parlando di tecnica, le chiediamo di accompagnarci in un "viaggio" all'interno del suo laboratorio, per comprendere al meglio la sua attività.
“Le tecniche principali che utilizzo – spiega l'artigiana – sono la lavorazione a lume e la vetrata artistica: la prima si fa con la fiamma e parto da bacchette di vetro, spesso di Murano, che sciolgo e modello per creare perline e gioielli. Mi sono specializzata nella realizzazione di insetti e fiori, temi che mi accompagnano fin dall’infanzia. L’altra tecnica è invece quella delle vetrate artistiche legate a piombo, simili a quelle delle chiese: lavoro molto sulla resa dell’incarnato e della figura umana, utilizzando vetri di alta qualità e la grisaglia, una miscela di polveri di vetro e ossidi metallici cotta in forno per ottenere effetti realistici. Il mio stile? Lo definirei descrittivo e grafico, ma sempre legato alla natura”.
Selene Signorini, dopo questo “volo” tra le mura del laboratorio, riflette anche sull'evoluzione negli anni della professione, spiegando come dopo la pandemia si sia virato di più verso il commercio online, con le persone che spendono meno per le creazioni “semplici” e per l'arredo e che sono invece orientate verso opere “più artistiche”.
Tornando al suo lavoro quotidiano, la vetraia spiega come il suo sguardo sia rivolto anche alla trasmissione della professione, con uno sguardo alle nuove generazioni. “Propongo anche laboratori – racconta – soprattutto per bambini, e percepisco soprattutto nei più giovani la voglia e il bisogno di sviluppare la creatività, ma anche quanto il vetro li affascini: è un materiale delicato e alcune tecniche non sono facilmente insegnabili, ma cerco di creare percorsi sicuri e accessibili”.
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Lo sguardo di Signorini si allarga poi sul presente, e sui lati più “difficili” dell'aver scelto la via dell'artigianato. “Gli ostacoli non mancano, soprattutto dal punto di vista burocratico e gestionale: nonostante il supporto di un commercialista – specifica – sono tante le pratiche che sottraggono tempo al lavoro, e a ciò si aggiungono i costi elevati dei materiali e delle tecniche. C'è un altro aspetto, poi, che riguarda un' area specifica del mio lavoro: la vetrata artistica non è ancora molto diffusa in ambito domestico in Italia, dove spesso si preferiscono soluzioni più semplici, quindi per me è importante anche contribuire a far conoscere questa forma che all'estero è più richiesta”.
Proseguendo nella chiacchierata, le chiediamo di parlarci della sua scelta di rimanere a Carbonare, una piccola frazione di appena sessanta abitanti.
“Ho scelto di rimanere nella mia comunità, immersa nel Parco del Monte Corno – continua – perché è il luogo da cui traggo ispirazione e con cui mi sento in sintonia: questo significa, naturalmente, dover trovare modi per raggiungere le persone. Utilizzo quindi molto i social network, organizzo corsi in laboratorio e partecipo a mercatini e mostre come quella visitabile in questi giorni nell'ambito dell'evento Calendimaggio a Nogaredo, dove per tutta la durata dell'evento saranno esposte alcune mie creazioni”.
Dopo questa riflessione, le poniamo una domanda precisa: si sente più artigiana o più artista? E la risposta non è meno puntuale. “Mi sento sul confine tra arte e artigianato – osserva – e penso anche che oggi il concetto di artista sia un po’ svuotato: io ho scelto la strada dell’artigianato che diventa arte. Cosa significa? Quando la ricerca tecnica è profonda e sviluppa un linguaggio capace di arrivare alle persone, allora si entra in una dimensione artistica: è quello a cui tendo”.
Accanto all'amore per il vetro, il prisma dell'artigiana ha anche un'altra faccia, dove protagonista questa volta è la musica d'autore: Selene Signorini è anche cantautrice e porta inoltre avanti da tempo uno studio sul dialetto trentino, che utilizza nei suoi versi in musica raccolti nel suo album d'esordio “Canzoni tra le foglie” (2025), a cui ha fatto seguito il singolo “Solstizio d'inverno”.

“Accanto al vetro c’è la musica. Ho imparato a suonare la chitarra – ci racconta – e fin dai primi accordi ho capito che era un altro modo per esprimermi, soprattutto per raccontare l’amore per la natura che mi circonda: scrivo spesso anche in dialetto trentino, perché è una lingua profondamente legata al territorio e mi permette di esprimere con maggiore precisione le sensazioni che provo”.
Così come le sue creazioni in vetro, ci confessa, anche le sue canzoni raccontano la sua terra e la montagna, con uno sguardo attento alla natura, tra le sue principali fonti di ispirazione.
“Nei miei brani parlo spesso di piante, animali e paesaggi anche quando affronto temi più emotivi – dice Selene Signorini – e in fondo vetro e musica sono due modi per raccontare lo stesso mondo: la montagna, il bosco e la comunità. Qualcuno ha detto (sorride, ndr) che le mie canzoni profumano di cirmolo e in un certo senso credo sia vero. Allo stesso modo le mie opere in vetro credo parlino in qualche modo 'in dialetto', la lingua del territorio, proprio perché rappresentano elementi che chi vive qui riconosce. E questo, cosa che avverto spesso, crea una connessione emotiva molto forte con le persone”.
Prima di salutarla, le chiediamo di lanciare uno sguardo al futuro della sua attività.
“Il mio desiderio è quello di ampliare sempre di più la parte del mio lavoro dedicata alle vetrate artistiche – conclude Selene Signorini – mantenendo sì i gioielli, ma riducendo progressivamente il lavoro a fiamma: questo perché è la vetrata artistica la dimensione che sento più vicina a me. Al contempo mi piacerebbe rendere il laboratorio meno 'solitario', aprendolo ad altri artigiani e artisti, creando collaborazioni e momenti di scambio per vedere come altri interpretano queste tecniche, magari facendo nascere nuove sinergie”.











