'Ndrangheta in Trentino, l'imprenditore Morello condannato a 10 anni di carcere. All'operaio Pietro Denis 8 anni, riconosciuto il risarcimento a Pat, sindacati e Libera
Sono stati riconosciuti anche alcuni risarcimenti ai tre operai cinesi ridotti in schiavitù. La sentenza è stata letta in queste ore al Tribunale di Trento

TRENTO. Altre condanne in queste ore per quanto riguarda la presenza della 'Ndrangheta in Trentino.
Nel corso del processo Perfido, questa mattina, al Tribunale di Trento, sono stati condannati l'imprenditore Domenico Morello a 10 anni e Pietro Denise a 8 anni. La contestazione fatta ad entrambi è quella dell'appartenenza ad una associazione a delinquere di stampo mafioso.
Morello era stato accusato inizialmente di essere a capo del sistema delle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel tessuto economico del porfido della val di Cembra. Questa aggravante, però, non è stata riconosciuta. Pietro Denis, invece, secondo sempre l'accusa inziale, sarebbe stato colui al quale toccava il ruolo di custodire le armi di cui si sarebbe servita l'organizzazione per intimidire maestranze e non solo.
Sono inoltre stati stabiliti i risarcimenti per le parti civili. Al comune di Lona Lases andranno 150 mila euro, alla Pat 300 mila euro. Vanno invece dai 50 ai 500 mila euro i risarcimenti per l'associazione Libera contro le mafie, i sindacati Cgil e Cisl oltre ai tre lavoratori cinesi ridotti in schiavitù.
IL PROCESSO PERFIDO
Si tratta del primo grosso processo per mafia in Trentino che ha visto 18 imputati. Il 15 ottobre del 2020, un'operazione della Procura con i carabinieri nel Ros ha portato a galla in Trentino di una cosca della 'ndrangheta calabrese che aveva preso il controllo di un grosso giro d'affari nel settore del porfido con infiltrazioni nella politica locale e nel mondo economico locale.
L'operazione ha portato al sequestro di un patrimonio imponente. L'indagine è durata oltre due anni e tutto era partito da alcuni reati di tipo ambientale. Un po' alla volta si è fatto luce su una organizzazione autonoma e operativa in tutto il territorio radicata ormai da anni e legata dal punto di vista organizzativo alla potente cosca Serraino presente a Reggio Calabria e con collegamenti anche fuori dall'Italia. L'indagine è stata condotta in sinergia con la procura di Reggio Calabria.












