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| 03 dic 2023 | 16:12

Alberi di Natale, perché non è uno scempio abbatterli e come si potrebbe dare un senso più profondo a questo rituale: magari costruendoci un'altalena per i bambini

La tradizione per cui alcuni comuni montani, d’Italia e non solo, donano al Papa l’albero destinato a Piazza San Pietro viene da molto lontano ed è da sempre un motivo d’orgoglio per le comunità rurali. Ma negli ultimi anni ha iniziato ad incontrare l’opposizione di singoli cittadini e di gruppi più o meno organizzati che, talvolta con argomentazioni alquanto bizzarre e grottesche, hanno iniziato a criticare aspramente questa pratica

Alberi di Natale, perché non è uno scempio abbatterli e come si potrebbe dare un senso più profondo a questo rituale
Foto Imagoeconomica
di Luigi Torreggiani, giornalista e dottore forestale

TRENTO. L’arrivo del Natale porta con sé una lunga serie di simboli, rituali collettivi, ma anche polemiche che, di anno in anno, si ripetono spesso in maniera identica. Un evergreen, da alcuni anni a questa parte, è l’ondata di indignazione che avvolge quegli abeti che scendono dalle montagne per arrivare nelle piazze natalizie delle città, in particolare quello di Piazza San Pietro, l’albero di Natale per eccellenza, che ogni anno campeggia maestoso, luccicante e addobbato con grazia in uno dei luoghi più simbolici della festività cristiana. 

 

La tradizione per cui alcuni comuni montani, d’Italia e non solo, donano al Papa l’albero destinato a Piazza San Pietro viene da molto lontano ed è da sempre un motivo d’orgoglio per le comunità rurali. Ma negli ultimi anni ha iniziato ad incontrare l’opposizione di singoli cittadini e di gruppi più o meno organizzati che, talvolta con argomentazioni alquanto bizzarre e grottesche, hanno iniziato a criticare aspramente questa pratica. 

 

E questo sarebbe il Papa più ambientalista della storia? Quello che ordina il taglio di un albero secolare per una pura questione estetica?”. Commenti del genere, ma anche molto più indignati e decisamente offensivi, si registrano sempre più spesso sui social, di Natale in Natale, parallelamente alla crescente (e normalmente positiva) sensibilità della popolazione sui temi ambientali.

 

Se da un lato la riflessione di fondo sulla sostanziale inutilità di un albero vero e così grande per festeggiare il Natale appare legittima e merita di essere ascoltata (ma un simbolo è pur sempre un simbolo, con tutta la sua forza e il suo valore sociale), dall'altro lato è utile ragionare su altri aspetti, ben più importanti. Innanzitutto, chi si indigna così tanto per qualche decina di abeti tagliati per addobbare le piazze, a Natale, cosa compra? Cosa mangia? Dove viaggia? Cosa regala? Quanto inquina? Quante emissioni di gas serra inutili produce? E poi: ma quegli alberi, in assenza dell’utilizzo natalizio, che destino alternativo avrebbero avuto? Molto probabilmente, come spesso accade per ciò che riguarda la gestione delle foreste nel nostro Paese, a generare queste polemiche è un deficit di informazione e comunicazione, su cui le amministrazioni dei territori montani (che fanno a gara prima per proporre il proprio albero per questa o quella piazza, poi per mostrarsi su TV e giornali), dovrebbero riflettere maggiormente. 

 

Forse, a chi critica così pesantemente la tradizione dell’abete natalizio, non è stato spiegato in modo adeguato che gli alberi scelti per addobbare le nostre piazze sono normalmente esemplari cresciuti isolati, al bordo o all’interno di campi e pascoli, perché devono avere una chioma profonda e ben sviluppata che difficilmente si trova nelle piante cresciute in bosco; che sono stati scelti da chi gestisce il territorio e conosce bene la consistenza del proprio, spesso enorme, patrimonio arboreo in continua e costante crescita; che l’abbattimento degli abeti natalizi, di conseguenza, non ha sconvolto alcun ecosistema e che, molto probabilmente, la maggior parte degli alberi scelti non sono stati abbattuti prima (ad esempio per fare legna o qualche altro manufatto), proprio perché qualcuno, da anni, li ha individuati e preservati proprio a questo preciso scopo.

 

Ma c’è un’altra azione, che non viene mai proposta ma che, a mio avviso, avrebbe un enorme potenziale comunicativo ed educativo: finite le feste, perché non trasformare gli alberi di Natale in… legno di Natale? Perché non dare nuova vita al fusto di quegli abeti che in tanti criticano trasformandolo in qualcosa che resta, anno dopo anno, al servizio di tutti? Una panchina in un parco, una statua in un luogo pubblico, l’altare o il crocefisso di una chiesa (se vogliamo rimanere nell’ambito sacro) oppure un’altalena, per i bambini delle città. Si potrebbe, ogni anno, accompagnare alla scelta dell’albero di Natale anche l’immaginazione dei designer e l'abilità degli artigiani, dichiarando fin da subito, e a gran voce, in cosa si trasformerà quell’albero meraviglioso. Poi, accompagnare il futuro manufatto con un’evidente didascalia, per mantenere viva, per sempre, questa piccola-grande storia, che è in fondo una storia di sostenibilità e di utilizzo circolare di una materia prima rinnovabile.  

 

Forse, così facendo, le persone inizierebbero piano piano a comprendere che il "sacrificio" di qualche albero su milioni, come avviene normalmente, ogni giorno, anche con la normale e pianificata gestione sostenibile delle foreste, non è solo un vezzo estetico o il “disegno criminale” di pazzi scriteriati; al contrario, è un’azione che può portare benefici a tutti noi. Il Natale diventerebbe così anche l’occasione per insegnare la rinnovabilità e la circolarità di una materia prima straordinaria com’è il legno e si darebbe anche molta più visibilità ai territori montani da cui prima l’albero, e poi il “Legno di Natale”, deriva. Perché non iniziare seriamente a pensarci?

 

Articoli come questo, contenenti riflessioni sulla montagna e le sue comunità, faranno parte di un nuovo spazio editoriale, promosso da Il Dolomiti, che partirà a gennaio 2024.

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