Olga Karach, candidata bielorussa al Nobel per la pace a ilDolomiti: "Le armi non sono l'unica soluzione. Langer diceva: un anno di negoziati è meglio di un anno di guerra"
Inserita nella lista nera degli oppositori al regime di Lukashenko, è considerata “una minaccia per la sicurezza nazionale”. In mattinata, l'incontro con gli studenti del Liceo Scholl. Alle 18, l'intervento a Palazzo Geremia organizzato dal Forum trentino per la pace e i diritti umani

TRENTO. Olga Karach racconta di sé con la compostezza che contraddistingue chi ha alle spalle una vita di battaglie: “Sono la direttrice dell'organizzazione per i diritti umani Our House ma sono anche un'insegnante e la madre di due bambini”.
La sua è una storia di attivismo e impegno civile cominciata quasi per caso a metà degli anni Novanta, in concomitanza con le elezioni presidenziali del 1994 che videro la vittoria di Alexander Lukashenko, considerato oggi – a distanza di trent'anni – “l'ultimo dittatore d'Europa”.
“Avevo 17 anni e assieme ad altri studenti avevamo fondato un club studentesco con l'intenzione di colmare un vuoto culturale attraverso attività ed eventi”, spiega Karach, ricordando come già da subito “questo tipo di iniziative venivano ritenute pericolose per il governo”. Poi “quando abbiamo perso le elezioni libere del 1994, ho cominciato con le attività legate ai diritti umani”.
Da quel momento, infatti, c'è stato “un graduale percorso verso un regime di dittatura; costruito a piccoli passi, attraverso l'applicazione di varie forme di controllo”, spiega, citando come esempio una una lista di 156 professioni vietate alle donne: “un modo per controllare una parte di popolazione; una disciplina fraintesa dalla società con una forma di protezione non comprendendo l'importanza dei confini personali”.
“La società non ha reagito subito, nemmeno quando è stata istituita la pena di morte”, prosegue, “Lukashenko ha cominciato col punire banditi e capi mafia, trovando il consenso della gente; poi è passato ai giornalisti e agli oppositori e la gente ha continuato a non reagire”.
Karach, che nel frattempo ha fondato l'organizzazione Our House (in bielorusso: Nash Dom, la nostra casa comune), è stata infatti più volte incarcerata e torturata a causa del suo lavoro in difesa dei diritti civili e umani rappresentato, più recentemente, con la campagna “No means no” per il diritto all'obiezione di coscienza al servizio militare.
Inserita nella lista nera del Kamitet, “il Kgb bielorusso”, è considerata “una minaccia per la sicurezza nazionale” non solo nel suo Paese ma anche in Lituania, dove aveva chiesto asilo politico.
Oggi in Bielorussia, “non c'è un Parlamento indipendente – spiega Karach – e non lo sono neppure i media e i sindacati”.
“Lukashenko ha pieno potere decisionale e continua a portare avanti la repressione dei lavoratori e degli attivisti sindacali”, aggiunge, ricordando come non ci siano dati chiari per quanto riguarda “il numero esatto dei prigionieri politici”.
Una condizione nella quale si trovano migliaia di donne e uomini bielorussi, soggetti a “gender based repressions”, spiega ancora Karach: “per gli uomini è più facile venire arrestati e subire violenza mentre alle donne vengono tolti i figli (attualmente, ci sono 1200 casi di allontanamento dovuti alla partecipazione dei genitori alle proteste)”.
Per questo motivo, “c'è un alto tasso di suicidi femminili ma anche di madri che uccidono i propri figli perché non vogliono che questi vadano poi negli istituti”.
Con la guerra tra Russia e Ucraina, inoltre, “Lukashenko (convinto sostenitore di Putin) ha rafforzato la propaganda, introducendo la militarizzazione di bambini soldato”.
A questo proposito, Karach ricorda l'importanza dei corridoi umanitari “per far uscire dalla Bielorussia fino a 10mila persone; un'operazione che potrebbe risparmiare la leva o la partecipazione alla guerra a chi non vuole combattere contro i Paese vicini”.
“A volte non ho forze, penso che queste battaglie siano troppo per me, ma poi capisco che no ho scelta perché le persone hanno bisogno di aiuto – risponde alla domanda su che cosa la motivi a proseguire il suo attivismo politico e civile, nonostante le minacce e frequenti incarcerazioni – Ci credo veramente”.
Una dimostrazione di forza e tenacia. “A volte sono arrabbiata perché, soprattutto ora con il conflitto tra Russia e Ucraina, si parla di armi ma non è l'unica soluzione. Bisogna parlare di quello che accade perché Russia e Bielorussia sono soggette a censura e propaganda: le conseguenze delle guerra saranno più lunghe del previsto ma se si leggono altri media o si prendono notizie da fonti di informazione indipendente, si può venire arrestati”.
Cos'è cambiato con le elezioni parlamentari dello scorso 25 febbraio? “In un certo senso, non è cambiato nulla; ma dall'altro, Lukashenko ha maturato la consapevolezza che non può rimanere al potere per sempre e sta pensando a una transizione”, afferma Karach. “Lukashenko però non ha fiducia in nessuno e teme che chi arriverà al potere dopo di lui possa prevaricare e ricevere più legittimazione da parte del popolo”.
“Sono cambiate molte cose dal 1994”, aggiunge, chiarendo come nel corso dei decenni sia cambiata anche la percezione del leader da parte dei cittadini bielorussi: “all'epoca, le persone vedevano i politici con un'area quasi divina”.
Cosa significa per Lei la candidatura al Premio Nobel per la pace? “Innanzitutto, è una candidatura che condivido con il Movimento russo degli obiettori di coscienza e con il Movimento pacifista ucraino”, spiega Karach, consapevole dell'impatto che questa nomina può avere sulla società civile. “L'obiettivo della candidatura è quello di portare attenzione sulla situazione attuale; noi la vediamo come una vetrina per le nostre battaglie e per influenzare il corso degli eventi”.
“Siamo sotto pressione – spiega – la Bielorussia non è direttamente coinvolta nella guerra tra Russia e Ucraina e proprio per questo motivo non viene fatto nulla per prevenire l'eventuale ingresso nel conflitto. Qui, le persone credono nelle armi e il recente documento riguardo il serio rischio di intervento e partecipazione alla guerra dell'esercito bielorusso ne è la conferma”.
Una responsabilità, anche nei confronti delle future generazioni; “le nostre iniziative di grassroot diplomacy sono un modo non tanto per raggiungere la pace ma per fare pressione sulla società civile”.
Nei giorni scorsi, Olga Karach è stata a Roma dove ha ricevuto alla Camera dei Deputati il premio internazionale Alexander Langer, un riconoscimento istituito dalla Fondazione Alexander Langer Stiftung di Bolzano a memoria dell'impegno del leader politico sudtirolese nella mediazione per porre fine alla guerra degli anni Novanta in Bosnia-Erzegovina.
“Ho avuto modo di leggere la sua storia e sono rimasta affascinata dal suo impegno a favore della pace”, conclude Karach, citando la celebre frase di Langer “Un anno di negoziati, è meglio di un anno di guerra” e ribadendo la necessità di una mediazione nel conflitto tra Russia e Ucraina.
Dopo la consegna del premio, Karach ha intrapreso un tour di conferenze in Italia che si concluderà sabato 9 marzo a Milano. Stamane a Trento, l'incontro con gli studenti e le studentesse del Liceo Scholl e alle 18, l'intervento a Palazzo Geremia (in sala Falconetto) organizzato dal Forum trentino per la pace e i diritti umani e moderato da Giorgio Comai, giornalista dell'Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa.












