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Trento
24 marzo | 14:14

Polli ammazzati a bastonate e vacche riempite di antibiotici. 'Food for Profit' arriva a Trento, Innocenzi: "Basta nasconderci dietro il Made in Italy"

Food for Profit è il primo documentario che mostra il filo che lega l’industria della carne, le lobby e il potere politico. Al centro ci sono i miliardi di euro che l’Europa destina agli allevamenti intensivi, che maltrattano gli animali, inquinano l’ambiente e rappresentano un pericolo per future pandemie. Realizzato da Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi sarà trasmesso a Trento, al Teatro San Marco, il 2 aprile

Foto Food for Profit
Foto Food for Profit

TRENTO. Polli ammazzati a bastonate perché sono “scarti”, vacche costrette a vivere in mezzo ai loro escrementi e riempite di antibiotici, maiali in condizioni tremende e tacchini ammassati in gabbie, sani, feriti e morti assieme.

Food for Profit” il primo documentario che mostra il filo che lega l’industria della carne, le lobby e il potere politico, realizzato da Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, arriva a Trento (Qui il calendario delle proiezioni). Un viaggio devastante, portato avanti per diversi anni, che vuole mettere sotto gli occhi di tutti l’orrore degli allevamenti intensivi e la connivente protezione politica loro garantita.

 

 

Una squadra di investigatori ha lavorato sotto copertura negli allevamenti dei principali paesi europei, svelando la realtà che si cela dietro le eccellenze della produzione di carne e formaggio. “Dietro al fantastico 'Made in Italy' di cui essere orgogliosi, non ci spiegano mai come vengono allevati gli animali: in un modo da film dell'orrore” ha spiegato la giornalista Giulia Innocenzi a il Dolomiti.it.

 A Bruxelles, un lobbista è riuscito a portare con sé una telecamera nascosta là dove le decisioni vengono prese, raccogliendo informazioni sconvolgenti. Ed ecco allora che ogni secondo dell'inchiesta diventa un pugno allo stomaco.

 

Non sono per l'orrore che si vede negli allevamenti ma anche sui rischi che tutti noi stiamo correndo a partire dall'inquinamento delle acque, lo sfruttamento dei migranti, la perdita di biodiversità e l'antibiotico resistenza.

 

Giulia Innocenzi quali sono le motivazioni  che ti hanno portato a realizzare, assieme a Pablo D'Ambrosi e alla tua squadra, un lavoro d'inchiesta come quello di “Food for Profit” che ora viene richiesto in tutta Europa?

Abbiamo deciso di fare questo documentario perché mancava un atto di denuncia a livello europeo che mettesse al centro i sussidi pubblici che vengono dati agli allevamenti intensivi. Un conto è denunciare gli allevamenti e le conseguenze negative che ne derivano. Un conto è farlo con le istituzioni, i nostri politici, che sostengono questo modello proprio grazie ai sussidi che loro stessi votano e decidono di erogare a questi tipi di impianti. Io ho voluto mettere al centro questa denuncia. 

 

Dalle telecamere nascoste agli investigatori infiltrati. Non è stato semplice mostrare l'inferno che avviene negli allevamenti italiani ed europei.
Per realizzare questa inchiesta da un lato ho dato  una telecamerina nascosta a degli investigatori che si sono infiltrati negli allevamenti in  vari paesi europei per dare un quadro del sistema. Dall'altro ho dato un'altra telecamerina nascosta a un lobbista che ha filmato quello che avviene nei  colloqui tra lobbisti e politici.

 

Ci sono miliardi di euro che l'Europa destina a questi allevamenti intensivi. Hai corso dei pericoli o ci sono stati degli ostacoli nel portare avanti il tuo lavoro?
Si, innanzitutto ho trovato solo porte chiuse per questo tipo di progetto. L'ostacolo principale erano le conseguenze legali che anche le grandi case di produzione non volevano correre  e non ho trovato sponde da questo punto di vista. 
Allora mi sono dovuta rimboccare le maniche, creare una casa di produzione, raccogliere soldi per poter fare questo tipo di inchieste. Dall'altro quando c'era da uscire con questo documentario nessuno lo voleva trasmettere. Mi sono rivolta alle piattaforme ma non c'è stato nulla da fare. Ecco che allora abbiamo deciso di costruire un modello di distribuzione indipendente. Una cosa che ci siamo dovuti costruire da zero chiedendo aiuto direttamente ai cittadini. A loro è stato chiesto da una parte di organizzare le proiezioni in qualunque luogo, nei ristoranti, nei locali o nelle sedi delle istituzioni. Dall'altro abbiamo chiesto ai cittadini di chiedere ai cinema di trasmetterci. Effettivamente è partito un mailbombing straordinario e ora il calendario delle proiezioni fa quasi spavento. Sembra una normale distribuzione che invece è però partita dal basso. 

 

Food for Profit è stato visto già in diverse città italiane, ma la proiezione è arrivata anche in altri Paesi.  
Due giorni fa è stato visto anche in Ecuador poi all'università di Melbourne. Io punto di andare in tutta Europa. Questo è un film puramente europeo e questo tema lo dobbiamo affrontare assieme come europei, l'obiettivo è quello e spero di farcela.

 

In Italia qual è la situazione degli allevamenti intensivi?
In Italia nel documentario noi indaghiamo soprattutto l'industria del pollo e dei tacchini. Quello che noi riscontriamo e che purtroppo gli allevamenti intensivi hanno le stesse criticità ovunque. Nel caso italiano, dove abbiamo registrato le immagini più raccapriccianti, l'operaio insegna al nostro investigatore come ammazzare “gli scarti” che sono i polli più piccoli degli altri che vanno ammazzati perché, come ha detto il capo spiegando il mestiere al nostro investigatore, sono una perdita di mangime. In sostanza spiegano che stai dando mangime ad un pollo che tanto non raggiungerà le dimensioni richieste dal mercato e quindi verrà portato al macello. Allora lo devi scartare tu. In questo caso lo ammazzano con bastonate o scaraventando addosso al tubo metallico che porta il mangime. Sono fra le immagini più raccapriccianti. Il nostro investigatore si è dovuto licenziare quando sarebbe toccato a lui fare questa cosa oscena. 
Quindi purtroppo dietro al fantastico 'Made in Italy' di cui essere orgogliosi, non ci spiegano mai come vengono allevati gli animali. Vengono allevati in un modo da film dell'orrore. 

 

Nell'inchiesta siete entrati anche in un allevamento di vacche. Qui c'è anche il tema dell'antibiotico resistenza e i rischi che tutti noi corriamo. 
Si in Germania. Quello che è emerso sono che le condizioni igieniche precarie. Le vacche devono vivere in mezzo ai loro escrementi. Un operaio ammette che il pavimento non è mai stato lavato. Le vacche vanno riempite di antibiotici perché altrimenti, come detto da un'altra lavoratrice, creperebbero. Da lì spiegato il fenomeno dell'antibiotico-resistenza. Questi batteri che diventano ultraresistenti agli antibiotici perché evolvono in un contesto dove vengono usati molti antibiotici e imparano a sopravvivere. Una vota che colpiscono l'uomo diventa pericolosissimo  perché vuol dire che non riusciamo a curarci anche da una banale infezione. 

Un nostro lobbista ha proposto  il progetto di un tubo nel retto delle vacche, per verificare l'apertura, la disponibilità, degli eurodeputati a cose  assurde come questa per ridurre l'emissione di metano, oppure l'idea di un maiale a sei zampe per produrre di più. Gli eurodeputati intervistati hanno detto di non avere pregiudizi. 

 

In questo inferno, sei entrata in una sorta di palazzo a più piani usato come allevamento. Sono immagini tremende. Ma possono diventare realtà anche da noi?
Sono andata in un allevamento a 26 piani in Cina. Dove siamo riusciti ad entrare, i lavoratori per evitare che entrino virus, devono vivere nell'allevamento stesso e possono uscire solo quattro giorni al mese. Si sono inventati questo fortino anti-virus. La cosa che ci ha colpiti, a detta stessa del responsabile dell'allevamento di maiali, è che hanno ricevuto visite da alcune delegazioni europee: da spagnoli e olandesi. 
Dopo la mia inchiesta è stata presentata un'interrogazione europarlamentare per chiedere se l'Europa potrebbe aprire ad un modello di questo tipo. Purtroppo se noi vogliamo continuare a consumare questi livelli di carne e aumentare la produttività, un modo è proprio questo. Non possiamo pensare che sia una realtà lontana da noi, oppure dire 'tanto i cinesi lo fanno comunque' per poi giustificare queste oscenità. 

 

In Italia quali sono le zone dove il problema degli allevamenti intensivi e maggiore? 
Sicuramente Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. In Lombardia presenteremo Food for Profit ad aprile  e anche l'Emilia Romagna, la mia regione, spero si dimostri attenta. In Trentino avete invece le coltivazioni di tipo intensivo. 

 

Che passi dobbiamo fare per riuscire a fermare quello che di terribile sta avvenendo negli allevamenti intensivi? 

Nel sito foodforprofit.com abbiamo pubblicato tre proposte: stop ai sussidi pubblici agli allevamenti intensivi, una moratoria su nuovi allevamenti intensivi e l'assemblea pubblica dei cittadini. 
Oltre ovviamente a quello che stiamo facendo presentando il documentario nelle istituzioni. La prima proiezioni è stata fatta all'interno del Parlamento Europeo, il 20 marzo al Parlamento Italiano. Qualche giorno fa Food for Profit è stato presentato al Parlamento Siciliano dove i leader delle opposizioni hanno detto di voler presentare una moratoria contro nuovi allevamenti intensivi essendo la Sicilia una terra che si sta preservando da questo impianti.  Io spero davvero che questo documentario possa avere dei risvolti concreti

 

C'è un passaparola enorme e una rete di cittadini che vi sta dando una mano. Temete di essere ostacolati o addirittura fermati?
Sono già arrivate alcune diffide e in più una minaccia di querela. Noi abbiamo blindato il più possibile il nostro documentario a livello legale. Poi sapevamo dei rischi che avremmo corso nel farlo uscire ma questo non ci ha fermato perché noi siamo convinti dell'importanza di questa denuncia. 
L'interesse che sta riscuotendo dimostra che i cittadini vogliono sapere, questo documentario è di altissimo interesse. Chi vorrà contrastarci dovrà fare i conti con l'opinione pubblica che chiede a gran voce un cambiamento e trasmette forza al nostro lavoro. 
Stiamo anche portando avanti una raccolta fondi (QUI IL LINK PER LA RACCOLTA). Sono soldi che ci servono per coprire le spese di produzione e per far distribuzione dal basso. Oltre a questo anche per affrontare eventuali spese legali. 

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